Vaisala

Vaisala

Da Laisa a Toulu, il paese al quale formalmente la dipendenza dell’Isola del Paradiso apparteneva, un viaggiatore impiegava mezza giornata di cammino, sulla strada costiera, fra le rocce grigie dello Spoglio, dove non cresceva niente. L’aria salmastra riempiva i polmoni di chi camminava di una freschezza antica, portando nella sua anima il desiderio di andare ancora avanti, e non fermarsi mai, e il sentiero, a tratti, passava così vicino alle scogliere a picco sul mare oramai ghiacciato da far sentire la voce forte delle onde, e veniva voglia di volare.

Da Toulu all’imbarcadero di fronte all’Isola del Paradiso, sul promontorio della quale dominava la facciata austera della casa padronale di Vaisala, il viaggiatore impiegava altre due ore, sempre a piedi, camminando di buona lena, sulla pista che i fittavoli tenevano sempre libera dalla neve per il signore Aldor, Potente fra i Vàldali. Le grandi navi dei Vàldali non potevano ormeggiare direttamente al porticciolo di Toulu; il fondale era troppo basso, in quella zona, e la navigazione fra le mille isole sulle quali i pescatori di Sama costruivano i loro capanni da lavoro, fra rocce affioranti e ghiaccio, era troppo pericolosa. D’inverno, comunque, il ghiaccio chiudeva l’intera baia di Laisa, imprigionando le isole fino ad aprile: i Vàldali, dunque, preferivano di gran lunga, ai capanni e alle bettole, i porti settentrionali, o le taverne di Ostelar, e nessuna nave giungeva dalle Colonie prima della terza o quarta settimana di primavera. Ogni anno, secondo un calendario che si ripeteva, così sembrava ai pescatori della baia, da sempre. Da quando era nato il mondo.

I fittavoli, ch’erano essi stessi per lo più dei pescatori e barcaioli, tenevano le barche che permettevano di andare e venire dall’Isola del Paradiso in una costruzione più grande, sempre di fronte al mare e all’isola, che aveva un piccolo molo steso nell’acqua per una ventina di passi. Il capanno, dal tetto fortemente spiovente, realizzato nel solido legno di abete profumato di resina e ricoperto dalla vernice di terava che lo rendeva di colore rossiccio, permetteva di ricoverare al riparo dal giaccio e dalla neve anche ‘Saukko’, il “barcone” – così lo chiamavano. Il barcone di Aldor. Il signore Aldor non si spostava mai senza la sua scorta, abitudini dei Vàldali, e, così i pescatori della zona pensavano e dicevano quando s’incontravano la sera di fronte al fuoco, avvolti nel fumo delle loro lunghe pipe, una sorta di paura che i Vàldali avevano del bianco della neve, e della solitudine. I pescatori andavano e venivano quindi dall’Isola del Paradiso sulle piccole barche che spingevano con un remo solo; Aldor si muoveva solo sul “barcone”, sempre con almeno cinque o sei servitori e soldati, e mai senza una guida del luogo, uno di quei giovani perdigiorno che non avevano voglia di lavorare altrimenti, e ai quali stare con i Vàldali piacesse.

Con una barca da pesca si giungeva a Vaisala in poco tempo, il tempo di bere due bicchierini di grappa in buona compagnia, cantando una canzone che parlasse di mare e di avventure. Oltre le secche di Toulu, i barcaioli voltavano a nordovest orientando la prua verso i grandi alberi che si vedevano oltre la residenza: poi due tirate di pipa, e si era nel piccolo golfo. Sotto lo sguardo dei Vàldali, i servi di Aldor ormeggiavano le barche, e si scaricava il pesce, o il resto delle provviste prese al mercato di Laisa, oppure si aiutavano gli ospiti a scendere facendo in modo che gli stranieri dalle scarpe leggere e gli stivali con le suole scivolose non finissero in acqua fra il molo e il ghiaccio, andando così incontro, se fossero stati poco fortunati, a una morte poco gloriosa secondo i giudizi morali dei Vàldali, perché il freddo di quell’acqua toglieva il fiato dopo tre o quattro respiri, e chi scivolava sotto il giacchio non sarebbe di certo più riemerso, né alcun barcaiolo avrebbe rischiato la sua vita per salvare un Vàldalo o uno straniero, nelle terre di Sama.

Di fronte al porticciolo di Vaisala c’era una piccola costruzione con una grande veranda. Là i barcaioli, gli ospiti e le guardie si scaldavano attorno al fuoco sempre acceso, per proseguire poi a piedi, le grande ceste con le provviste e la mercanzia caricate sulla schiena, verso la residenza di Aldor, poco più avanti nel bosco, fra gli alti e verdi abeti. La casa in cui i Vàldali vivevano era stata eretta sul punto più bello dell’Isola del Paradiso, quello da cui si vedevano il mare aperto e i contrafforti delle scogliere vicine a Laisa; quello dal quale si scorgeva, nelle giuste serate, la ‘Luce del Nord’ – il riflesso di stelle sulle nuvole o sull’aria fredda. I pescatori pensavano fosse magia; I Vàldali, sempre più scettici degli altri di fronte a queste cose, rapiti dalla sua bellezza, non sapevano, o non volevano, dare a essa una spiegazione, dicevano solo che era una cosa normale, un fenomeno che, loro sì, uomini di scienza, i Vàldali, sapevano capire. Poco sotto il grande ingresso stavano un secondo capanno con una grande sauna di fumo e una vasca con acqua che i servi sempre riscaldavano, una vasca nella quale nuotare o semplicemente stendersi a parlare e bere, attorniati dalla neve, immersi nel vapore che profumava d’essenze. Aldor Eshe viveva lontano dalla sua natia Ostelar, era partito da essa dopo la fine della guerra. Con pochi amici, senza più la libertà e senza più quel potere che la sua famiglia aveva avuto prima della guerra stessa. Il suo esilio era dorato: nessun uomo sano  di mente, a Sama, dove si moriva perché non si era trovato il pane, o ciò che restava d’un pesce già mezzo mangiato, avrebbe rifiutato, di fronte a quella proposta , se gli fosse stata fatta: barattare la sua libertà con la prigionia dorata di Aldor, per sempre. Certo che non avrebbe rifiutato. Che cos’era mai, la libertà. Libertà da cosa.

~

Sul lato sottovento del molo stava Suri. La barca saldamente ormeggiata agli anelli di ferro, lui in piedi sulla barca: si teneva aggrappato a uno dei pali, con una mano, mentre con l’altra agganciava le ceste di pesce alla corda che Teemu, che le avrebbe portate poi fino alla residenza dei Valdali, teneva tesa fra due bastoni. Teemu scuoteva un poco la corda ingrassata col grasso di foca e le ceste scivolavano giù sul molo, saltellando, e i pesci vivi saltellavano, nelle ceste, alla stessa maniera. Per ogni cesta, Suri riceveva un ringraziamento e tre monete di bronzo con la faccia del Sovrintendente, e se era pesce della costa di Niemi, persino una moneta d’argento. Qualche volta. Molti pescatori di Laisa preferivano evitare i Vàldali, a causa del loro carattere e della loro tendenza ad attirare l’attenzione, i guai e le reprimende della guarnigione locale; dopo la guerra, lavorare con i Vàldali non era considerato un bene. Quindi non andavano a Vaisala. A Suri, guerra e pace non importavano: ciascun uomo era libero di fare ciò che più desiderava. L’importante era che fosse per un motivo giusto. Su cosa fosse giusto, e cosa fosse sbagliato, Suri aveva poi un’idea, non un’idea poi così precisa, ma aveva un’idea. L’aveva avuta fin da quando era stato un bambino, pieno di sogni e di voglia di libertà. E se avesse saputo scrivere e leggere, li avrebbe scritti, quei sogni. Suri. Con bella scrittura. Si, con bella scrittura: le cose, se si facevano, andavano fatte bene. Se no, niente. Sollevando lo sguardo, Suri osservò i Vàldali che ormeggiavano altri barconi, stendendo i teli cerati e spargendo sale sul molo. Il sole stava scendendo: i bambini di Vaisala stavano ancora giocando, ma ora era tempo di andare, prima che il freddo diventasse troppo intenso, prima che il sole arrivasse alla terra e la notte scendesse. Era stata una bella giornata: le poche ore di luce, d’inverno, erano di solito grigie, tutto era ovattato e pieno di neve; quel giorno non era stato così, per un po’ quasi aveva fatto caldo.

I marinai Vàldali che arrivavano da Ostelar erano grandi uomini di mare: non altrettanto erano i soldati di Aldor che dimoravano a Vaisala. Mentre due tendevano la cima sul lato che dava a terra, un altro, sul lato sopravento, col barcone che ondeggiava, cercava di assicurarla al candeliere, una cosa assolutamente impropria, non avrebbe fatto altro che provocarne la rottura. Una ragazza piena di lentiggini, rossa di capelli, sporca di mare e di pesce carica di ceste e sporte di ogni tipo, cercava di aiutare uno dei soldati: il Vàldalo sarebbe presto finito in mare, con battagliola, ragazza, cima e candeliere, assieme alle ceste di mercanzia che erano state appoggiate vicino al barcone. Uno spettacolo da non perdere. Passata l’ultima delle sue ceste di pesce a Teemu e ai servi, Suri si sedette nella barca ridacchiando, accese la pipa, e aspettò, cantando sottovoce una ballata che, in mare, mentre pensava al ritorno a casa e al riposo, gli faceva sempre compagnia.

“Di tutte le stelle che splendono in cielo, nessuna brilla così come i tuoi occhi blu …”

“Tira più a riva, Giman. Non vedi che la barca torna indietro quando arriva l’onda? Tira!”
“Non ce la faccio più di così. Si spacca tutto! Sakamir, dammi una mano!”

“ … come grano dorato, i tuoi capelli, nel vento. E con la barca andremo verso la Luce del Nord, e quel vento i tuoi capelli riempirà …”. Suri continuava a cantare.

“Sakamir, le ceste pesano e fa anche freddo. Intanto posso andare a casa?” disse la ragazza dalle lentiggini.

“Un momento, Tuija. Aspetta ancora un momento. Tieni il piede sulla cima. Finiamo subito, qua, poi ti porto su e …”

“ … e così addio, addio agli amici, e voleremo sul mare, assieme per sempre …”

“Sakamir! Dio!” urlò la ragazza, lasciando cadere le ceste.

Il candeliere si spaccò di netto: tutto il peso del Vàldalo si spostò in avanti, e lui finì in acqua fra il barcone e il molo, e, proprio come Suri aveva previsto, la cima fece pendolo sul bordo del molo e il peso dell’uomo finito in acqua trascinò oltre il bordo anche quello che stava sopra il molo; il terzo uomo, sbilanciato, finì sopra le casse rovesciando gran parte dei vasi di terracotta e delle fiasche che contenevano la grappa e l’olio, mentre la ragazza, Tuija, che teneva entrambi i piedi sopra la cima, scivolò all’indietro quando la cima le fu sfilata da sotto, proiettando le ceste attorno a se e cadendo nella barca di Suri, con il sedere sulle reti, vicino ad altre ceste vuote.

“Ahi!”

“Giman! Idiota! Dammi una mano!”

“Ah, io idiota? Ti avevo detto che si spaccava tutto. Arrangiati tu.”

“Smettila e dagli una mano, Giman! L’acqua è troppo fredda!” gridò la ragazza, rialzandosi dalle reti e ondeggiando nella barca di Suri. Alla vista della ragazza, che aveva il viso più rosso dei capelli mentre si massaggiava il fondoschiena trafitto dagli ami, ora, Suri rise sguaitamente. “Che cos’ hai da ridere, stupido? Aiutaci!”

“Vi aiuto, vi aiuto … Tuija? Ti hanno chiamata così?” Suri si sporse dalla barca, e tese la mano al soldato di nome Sakamir, che l’afferrò saldamente, annaspando nell’acqua gelida. “Tirati su, Vàldalo, adesso non agitarti più perché più ti agiti più vai sotto. Non è una grande idea lavorare sul molo con addosso le vostre armi, eh? Tuija, tieni ferma la barca”

Il Vàldalo si issò oltre il bordo e piombò sul fondo della barca di Suri con un tonfo, gli stivali pieni d’acqua, l’armatura di cuoio ormai pesante come un macigno. Tremava per il freddo; la ragazza gli si strinse addosso , affannadosi per aiutarlo, mentre gli altri due soldati sul molo, Giman e Namar, si adoperavano per fermare le oscillazioni dell’altro barcone ed evitare che anche il resto del carico che avevano avvicinato al bordo finisse in mare.

“Togliti la cintura, e le scarpe … è tutto pieno d’acqua …”

“Si, si, adesso, un momento!”

“Non qui”, disse Suri. “Fa freddo, perderesti le dita. Dammi una mano, Tuija, lascia tutto qui, andiamo neel capanno. Ha bisogno di caldo, del fuoco e di bere subito qualcosa che gli dia caldo anche dentro”. Suri saltò sul molo; l’altro Valdalo, Giman, tese la mano a Sakamir, e l’issarono sul molo. Tuija saltò agile dietro a loro. “Andiamo”, disse Suri, “il fuoco è già acceso, la vecchia ha sempre su un pò di patate calde per i pescatori. Andiamo!”

 

 


 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Download PDF

Condividi questo articolo sui Social Network

PinIt
Roberto Srelz

About Roberto Srelz

Editore e direttore responsabile, presidente del gruppo centoFoto , è nato a Trieste. Professionista presso una grande azienda internazionale, è scrittore biografico (ha pubblicato il romanzo breve ‘Per Due Volte’ con ‘Luglio Editore’ ) e fantastico (ama in particolare il Fantasy nordeuropeo e scrive racconti brevi sul Web). Nel 2010 e 2012, con ‘Esaedro’, è stato editore di ‘Lions & Saints’ (Guendal – Ramella) e di ‘Pin Up’ (‘Accademia di Fumetto’, Trieste), collaboratore di dotART, e dal 2009 al 2014 ha organizzato la manifestazione ‘Fumetti per Gioco‘ assieme ad altri collaboratori. Insegna fotografia ed ha partecipato a mostre fotografiche in Italia (l'ultima delle quali su Steve Kaufman con "American Pop Art") e all’estero (Croazia, Polonia e Ungheria).