Aldor

Halbaron, stretto nel suo mantello bianco, diritto e fiero, si rivolse a ovest, e, mentre il sole sorgeva, suonò il corno. Un suono lento, prolungato; un suono che toccava il cuore. Come ogni giorno. Come ogni giorno, i Valdali, tutti assieme, allo stesso tempo, presentarono le loro armi al sole, e così fecero i loro capitani, e gli ospiti di Vaisala. Chi non portava armi, come le donne, salutò il sole con la mano destra aperta.

Molto più alto degli altri uomini presenti nel cortile, con i capelli lunghi e crespi, neri come l’ambra che si poteva trovare sulla costa di Alsarias, e una fiera e corta barba solo poco meno scura che nella tradizione dei mercanti di Ostelar copriva solo le labbra e il mento, appoggiato alla sua  lancia dalla lama lunga un braccio, stava Aldor. Per la pelle più abbronzata e quel nero nei capelli in mezzo a tanto color del miele e dell’oro delle donne e degli uomini di Vaisala, esili e chiari di carnagione, Aldor spiccava fra tutti: lo Straniero venuto da oltre il mare. Si strinse nella pesante pelliccia; faceva freddo. Il freddo dell’inverno avrebbe fatto il suo corso, presto, e la primavera sarebbe arrivata anche là, nelle lontane terre di Sama, ai confini del mondo conosciuto; per ora, però, l’inverno era rigido. L’aria tagliava il fiato. Quel mattino, prima di uscire, Aldor aveva sfidato l’inverno aprendo leggermente le pesanti imposte della sua stanza, e una volta di più si era reso conto che era troppo presto. Desiderava il sole, desiderava il caldo di Ostelar. Era troppo presto. Quel caldo era impresso nella sua memoria, quasi lo sentiva sulla pelle, eppure era così lontano. Ostelar, e tutto ciò che rappresentava per Aldor e per gli uomini che erano venuti con lui, era al di là del mare.

Aldor sovrastava Suri di una buona spanna – Suri che pure era anche lui alto fra la sua gente, e riusciva a raggiungere i rami più bassi degli alberi con un piccolo salto. Indossava un busto di cuoio bianco dalle spalle larghe e imbottite, sagomato sui suoi muscoli, allacciato stretto sulla schiena e decorato in argento con le spire del Serpente di Mare, il simbolo della sua famiglia, la testa del quale spiccava sulla parte destra e sulla parte superiore del petto. Sotto il busto, gli abiti verde mare ricamati d’oro dei Marinai Soldati; gettato sopra l’altra spalla, un mantello prezioso, di un verde ancora più scuro, trattenuto da un fermaglio d’argento e brillanti fatto a forma di sole, con sette raggi. Sui pantaloni neri, Aldor portava stivali di cuoio alti fin poco sotto al ginocchio, comodi e logorati dal tempo; al fianco, solo un corto pugnale dal manico di legno.

Aldor non era un uomo bello. Lo sarebbe stato, forse, nonostante i tratti troppo decisi e le guance spigolose, se un lungo taglio, da tempo rimarginato eppure ancora profondo e scuro, non gli avesse solcato il viso dal lato del mento alla fronte. Aldor non ne parlava mai; non c’era niente di eroico o di affascinante nella storia di quella cicatrice, se non un contadino distratto, un ragazzino agitato che giocava e una zappa. Sopra l’occhio sinistro, che non era stato toccato dalla lama, il taglio piegava verso il sopracciglio e poi di nuovo in alto, seguendo il movimento dal basso verso l’alto dell’uomo che lavorava i campi; Aldor, istintivamente, si era tirato indietro, salvandosi l’occhio e la vita.  Eshe Far, sua madre, non aveva punito il contadino; il bravo villico si era gettato in ginocchio, piangendo e implorando perdono, ma la mano di Far non si era fermata perché la famiglia Eshe avesse avuto pietà nei confronti del suoi servitore, bensì per la scarsa considerazione che Far aveva di suo figlio Aldor. Lo pensava stupido, inadatto a governare la casa e gli affari. Un figlio eccellente nel corpo così come era stato suo padre, slanciato e forte tanto da potergli permettere di correre da casa al porto e indietro più veloce di tutti e quasi senza sudare; al pari del padre, che Far non aveva scelto per il carattere o le capacità ma solo per la forza dei fianchi: povero nella mente, ancor più scarso nell’intuito.

E negli anni prima della maturità, certo Aldor Eshe non aveva fatto alcuno sforzo per smentire la madre e dimostrare che non fosse fatto di quella pasta andata a male della quale lei parlava a tavola con gli amici e gli ospiti. Sempre impegnato in imprese impossibili e prive di senso come scalare, ubriaco, l’asta della bandiera del Mindo Malezaro – finendo per spezzarla e cadere in acqua assieme alla bandiera e all’asta dopo un volo di dieci braccia, dalla cima della torre all’approdo sottostante, cosa che gli aveva guadagnato il biasimo del Consiglio e una multa di cinque monete d’oro che l’amorevole sorella Arvenie aveva prontamente pagato – o sfidare a duello, per una donna di taverna, una compagnia di sei mercenari dei Deserti, ammazzandone quattro e salvandosi dagli altri venti che nel frattempo erano intervenuti solo grazie all’aiuto di una squadra di marinai che transitava per caso in quella via. Aldor parlava senza proprietà di linguaggio, sapeva appena scrivere, e ancor meno far di conto; eppure aveva avuto la sfacciataggine di corteggiare Nizre, la più influente delle cortigiane del Quartiere delle Perle – e persino di ricevere da lei manifestazioni di interesse che avevano imbarazzato la famiglia, sollecitando ancora una volta l’intervento di Arvenie, che aveva tacitato la questione con una borsa d’argento e congedato Nizre prima che riuscisse a rimanere incinta di un rampollo Eshe.

Eppure, con i suoi difetti, tanti e mai nascosti, Aldor non aveva mai cessato di ricevere stima e ammirazione da parte dei suoi soldati e servitori.  Il suo viso largo era quello di un uomo buono; il suo sorriso e i suoi gesti, quelli di chi sapeva ridere con sincerità, di chi conosceva che cosa significava la gioia del cuore, e che non dimenticava mai il modo di essere generoso. Ogni giorno, prima di pranzo, trovava il tempo di parlare ai soldati e a chi, a Vaisala, voleva fermarsi per sentire la sua voce, fare una richiesta, o semplicemente conversare. Quel giorno, un giorno che avrebbe cambiato il suo destino e quello di molti altri uomini, lo fece come tutti gli altri giorni: con semplicità.

“Tutti gli uomini sono tornati dalle loro pattuglie, sire. Le barche sono rientrate; poche, per dire il vero, per via del ghiaccio., ma ci sono tutte.”

“Molto bene, Vima. Eccellente, come sempre. Oramai mi avete abituato a questa eccellenza, potrei addirittura lasciarvi fare tutto da soli.”

“Ci privereste del vostro giudizio, sire, e non sarebbe una buona cosa, perché ne abbiamo bisogno.”

Aldor era un buon padrone, per chi viveva a Vaisala, e un comandante gradito ai suoi soldati. Non imponeva mai compiti impossibili, non prendeva a male parole i servi, non guardava mai nessuno con superbia.

La casa padronale dove Aldor viveva, la sua residenza, era una costruzione in legno, di due piani. Rettangolare, squadrata, robusta; costruita attorno a un grande camino di mattoni con forti abeti dal legno rossiccio, appoggiati su un soppalco alto mezzo braccio per separare il pavimento di casa dal terreno, incrociati e saldati assieme con zeppe e colla, senza chiodi, e poi verniciati di bianco, nello stile dei Valdali. Lo stile dei fondatori delle Colonie, dei coraggiosi esploratori venuti dal nord che avevano lasciato le loro città per conquistare il mondo. Gli esploratori che, duecento anni prima, erano arrivati anche a Sama. L’avamposto di Vaisala non era stato pensato come la casa di un ricco mercante, o di un nobile della corte di Ostelar; era stato costruito per difendere chi vi abitava, per proteggere dall’inverno e dalla natura quei coloni venuti da terre lontane che a Sama avevano trovato argento e pace.

Il tetto era spiovente, fatto di rami di pino rosso intrecciati e coperti di paglia incatramata, e dipinto di verde; il secondo piano era più piccolo e un poco più basso. Il costruttore aveva pensato di realizzare, così, una terrazza, sulla quale il signore del luogo potesse sedersi e godere del sole e della luce del tramonto sul golfo di Laisa nelle belle giornate.

A quella casa, costruita apposta per lui, Aldor non aveva voluto dare un nome, e poco a poco tutti avevano preso a chiamarla ‘Vaisala’, così come l’intera tenuta. Per i Valdali, per i quali la lingua di Sama era troppo difficile da imparare – e troppo povera era quella terra per giustificare un tale sforzo – ‘Vaisala’ era sufficientemente semplice, ricordava la lingua del nord, e andava bene.

E nell’insieme, l’aspetto della casa, che Aldor considerava solo una dimora temporanea in attesa di tempi migliori a Ostelar, era molto gradevole; le finestre erano piccole, quelle a pianterreno difese da grate in ferro battuto, quelle più alte ampie e rivolte verso la luce del sole, protette, la notte, da pesanti imposte di legno intarsiato con motivi [floreali?], che si potevano chiudere dall’interno, senza aprire. Alla porta principale si arrivava salendo una scalinata in legno che terminava, come in tutte le case padronali dei Valdali, in un piccolo portico al riparo del quale accogliere i visitatori, o congedarsi da loro. Sul retro, vicino alla grande botola della cantina, c’era una porta più piccola, dalla quale si entrava in cucina e nella grande stanza comune nella quale i servitori e le guardie mangiavano e stavano assieme.

Nella cantina, Ciraer, maggiordomo e segretario di Aldor, faceva custodire ogni ben degli dei, comprese botti di buon vino fatte venire da Ostelar e alcune botticelle più piccole di una grappa aromatizzata al miele, che ad Aldor, e non solo a lui, piaceva molto, almeno tanto quanto quella alle erbe che si faceva vendere dai boscaioli. Quella cantina e gli scomparti segreti in essa realizzati erano l’orgoglio di Eelia, un uomo grezzo, sincero, che viveva a Laisa, a poche leghe dalla tenuta, si occupava dei lavori di carpenteria, e di tutte quelle opere che Ciraer aveva commissionato con l’intento di trasformare quell’avamposto in una residenza adeguata a un signore dei Valdali, opere che non avrebbero certamente portato Vaisala allo splendore di molti altri insediamenti Valdali ma che perlomeno le avrebbero dato un lume di dignità.C’era stato un periodo in cui Ciraer aveva disegnato nuove costruzioni, parlato di grandi cose, presentato idee per ristrutturare la tenuta eliminando le baracche vetuste e i vecchi magazzini; con l’inverno, era subentrata l’apatia, e tutto era stato rapidamente dimenticato.

 

(da: “Popolo senza Sogni”, romanzo fantastico)

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Roberto Srelz

About Roberto Srelz

Editore e direttore responsabile, presidente del gruppo centoFoto , è nato a Trieste. Professionista presso una grande azienda internazionale, è scrittore biografico (ha pubblicato il romanzo breve ‘Per Due Volte’ con ‘Luglio Editore’ ) e fantastico (ama in particolare il Fantasy nordeuropeo e scrive racconti brevi sul Web). Nel 2010 e 2012, con ‘Esaedro’, è stato editore di ‘Lions & Saints’ (Guendal – Ramella) e di ‘Pin Up’ (‘Accademia di Fumetto’, Trieste), collaboratore di dotART, e dal 2009 al 2014 ha organizzato la manifestazione ‘Fumetti per Gioco‘ assieme ad altri collaboratori. Insegna fotografia ed ha partecipato a mostre fotografiche in Italia (l'ultima delle quali su Steve Kaufman con "American Pop Art") e all’estero (Croazia, Polonia e Ungheria).