La coscienza di Zeno. Intervista a Giuseppe Pambieri.

ZENOposterOK-2012:Layout 1Va in scena in questi giorni, al Politeama Rossetti di Trieste, lo spettacolo “La coscienza di Zeno”, una delle opere più importanti dello scrittore triestino Italo Svevo, adattata nel 1964 per il teatro  da Tullio Kezich, un altro grande triestino, e riportata in scena dal regista Maurizio Scaparro con la produzione del Teatro Carcano di Milano. Le scenografie sono di Lorenzo Cutùli, i costumi di Carla Ricotti e le musiche di Giancarlo Chiaramello.

Ad interpretare il ruolo di Zeno Cosini è Giuseppe Pambieri, un attore eccezionale che rende il personaggio sveviano molto avvincente e simpatico. Lo spettacolo andrà in scena fino a domenica 16 febbraio.

 Lei  è già venuto a Trieste per altri spettacoli, ha lavorato con Strehler e ora interpreta Zeno Cosini che è un personaggio tratto dal romanzo di Svevo, anche lui triestino. Tra Strehler e Zeno Cosini c’è qualche affinità, esce fuori da qualche parte una qualche triestinità?

Io ho conosciuto bene Strehler perché ho lavorato con lui. Ho frequentato la sua scuola al Piccolo Teatro di Milano, anche se lui non veniva. Poi però, il secondo anno, ci ha presi tutti per uno spettacolo: “Il gioco dei potenti”. È stata un’esperienza bellissima, sconvolgente, perché allora lui aveva quarantatré anni ed era al massimo della sua potenza creativa. Si sentiva la sua cadenza triestina, “el ga quella bizzarria dei triestini”, che c’è un po’ anche in Zeno Cosini. Questo modo di affrontare la vita, in maniera abbastanza ironica ma anche originale, c’è in molti triestini e c’era anche in Tullio Kezich che era un uomo straordinario, ed io, che vengo dalla scuola di Strehler, ce l’ho dentro; è la mia formazione. La mia formazione d’attore nasce lì, in quella scuola. Dopo “Il gioco dei potenti”, nel ’70, una volta uscito dalla scuola e dopo aver fatto altre cose, Strehler mi ha richiamato per il “Re Lear” e anche quella è stata un’esperienza strepitosa. In scena mio fratello era Gabriele Lavia e lo spettacolo ha avuto un successo incredibile, sono venuti da tutto il mondo, non solo dall’Europa, a recensirlo. È stata una bellissima esperienza e sono orgoglioso di provenire da quella scuola e guarda caso è la scuola di un triestino. Evidentemente è la testimonianza che a Trieste c’è un’apertura mentale che aiuta molto.

Sì, infatti anche Joyce e Svevo lo dicevano e tanti altri artisti continuano a dirlo; a Trieste c’era e c’è una mentalità più aperta. 

Sì, se noi esaminiamo Svevo ad esempio, anche nei confronti dell’elemento femminile, com’è descritta la famiglia Malfenti , come viene criticato l’atteggiamento di Speier che considera la donna una specie d’oggetto, si capisce che a Trieste si respirava già un’aria diversa. Diversa dal resto d’Italia, dove tutto era ancora molto legato a vecchie consuetudini.

Si ricorda quando è venuto a Trieste per la prima volta?

La prima volta credo sia stata per “Le Mosche” di Sartre, ma tantissimi anni fa …

Da allora ad oggi è cambiato qualcosa a Trieste, ha notato qualche differenza?

Quando vengo a Trieste per fare lo spettacolo ci sto due o tre giorni e non riesco a vedere molto, però l’aria che si respira è quella che poi ti rimane dentro, e quella è sempre la stessa. Trieste mi ha sempre dato un’impressione unica; è una città che mi ha sempre attratto, ho sempre sentito un’aria un po’ diversa da Venezia, da Verona e dalle altre città del nordest. Qui c’è qualcosa di diverso che evidentemente è il retaggio di essere stata il porto dell’Impero Austro-Ungarico, il porto mitteleuropeo per eccellenza. La grande multietnicità e la presenza di grandi personaggi a Trieste, come Joyce, dà peso alla città, un peso culturale molto importante che si sente, si sente anche nella gente, si sente questo orgoglio di essere triestini. Avete un marchio di diversità che andrebbe conservato, che fa parte della nostra cultura.

 Lei, sua moglie e sua figlia; in famiglia, recitate tutti.

Sì, mia figlia ha debuttato da poco con “Gli innamorati” di Goldoni. Da ieri è a Bellinzona in Svizzera, poi andranno in giro ancora un po’. L’anno prossimo io e mia moglie faremo “Misery non deve morire”, dal romanzo di Stephen King, cominceremo d’estate e poi lo faremo in seconda parte di stagione invece col Teatro Carcano, con cui ho fatto “La Coscienza di Zeno” stiamo pensando di fare “Tutto per bene” di Pirandello, con mia figlia, ma non è ancora sicurissimo; in linea di massima faremo comunque uno spettacolo insieme.

 Com’è recitare con sua moglie o con sua figlia?

Beh, siamo in famiglia, non sempre lo facciamo. Ci prendiamo delle belle pause lunghe, di separazione; anche perché, se no, diventerebbe un po’ noioso. Comunque ci sono dei vantaggi, perché ci conosciamo bene e quindi anche durante la recitazione basta uno sguardo per capirci e c’è complicità. La complicità è importante. Poi però ci sono anche i lati negativi perché può succedere di portare in scena le negatività della giornata; bisogna saper fingere, vestire i panni del personaggio e pensare solo a quello, ma la cosa diventa un po’ complicata e qualche volta uno strattone può diventare una spinta tremenda… ironicamente parlando.

_MG_2063_pambieri_ph Impara facilmente le battute? Ha un metodo preciso per apprendere una parte?

È difficile, è sempre più difficile. Una volta avevo un “muscolo” più allenato, anzi più giovane … più facile; ora è allenato, è super allenato e ce la faccio a ricordare tutto, ma è difficile. Speriamo che sia così, ancora per tanti anni. La cosa che  mi domandano sempre è: “Ma come fa ad imparare tutte quelle battute?”. L’ossessione del pubblico è questa. Evidentemente è una cosa che fa impressione, soprattutto quando si tratta di personaggi importanti che di battute ne hanno tante. Poi, quando entri nella parte e ormai ce l’hai dentro, come adesso che è il secondo anno in cui interpreto Zeno, allora ti puoi divertire; ma quando sei al debutto ed è tutto appiccicato c’è una tensione da infarto. Guai se non fosse così; se non lo è vuol dire che non hai sensibilità d’attore.

Lei che ama recitare, ha anche qualche hobby? 

No, ormai gli hobby li ho scremati tutti; facevo un po’ di tennis, un po’ di nuoto, ma adesso mi basta l’esercizio che faccio in scena.

Le piace l’arte?

L’arte sì, in generale, certo! Qualche volta guardo qualche bel quadro, vado a qualche mostra. La cultura è talmente importante. Non è vero che non frutta, la cultura frutta, frutta eccome! Si vive di cultura!

Ha qualche consiglio per avvicinare i giovani al teatro?

Un modo è anche questo, come stiamo facendo noi, realizzando questi spettacoli. Quest’anno e l’anno scorso abbiamo avuto un numero altissimo di studenti a cui è piaciuto il nostro lavoro; magari sono stati inquadrati, è stata loro raccontata un po’ la storia e poi li hanno mandati a teatro, però alcuni ne sono stati conquistati. Rimane comunque qualcuno che non ha voglia, a cui non piace, ma questa è anche la natura umana: sicuramente la maggior parte degli studenti ha seguito molto bene e con delle belle reazioni.

La Coscienza di Zeno è anche un testo che si studia a scuola.

Parlando con i ragazzi ho scoperto che alcuni a scuola non l’avevano letto, quindi hanno visto solo lo spettacolo. Altri lo avevano letto per conto loro, ma avevano trovato il testo un po’ pesante ed erano preoccupati di annoiarsi. La riduzione di Kezich invece l’ha reso molto snello ed è piaciuta al pubblico. Di Kezich ho fatto anche il “Fu Mattia Pascal”, anche in quella il protagonista è un uomo che cerca di interrogarsi con se stesso, però decide di fuggire dalla propria identità. Ne “La coscienza di Zeno” invece il protagonista è alla ricerca della sua identità all’interno della situazione che vive e ci rimane, ed è ben cosciente di rimanerci e ne ha anche voglia, mentre nel “Fu Mattia Pascal” cambia identità completamente e non ci riesce. Deve tornare in famiglia ed accettare le pochezze, le miserie di questa vita. Zeno fa invece un processo di crescita e alla fine è un uomo realizzato, con i suoi difetti, le sue cose, con le sue “malattie”, che lui ha accettato, ha digerito, le ha fatte sue e ha trovato l’equilibrio giusto, si occupa di commercio, sa fare tutto e ha anche una premonizione, una visione apocalittica del mondo, distrutto da una bomba micidiale, che guarda caso oggi paventiamo tutti… è attualissimo!

È bello per i giovani andare a teatro e vedere dei classici, così almeno se non vogliono leggerli, possono vederne il testo recitato e magari si incuriosiscono.

 A Milano abbiamo fatto degli spettacoli per gli studenti e il teatro da milleduecento posti era strapieno. Devo dire che hanno seguito la trama benissimo, l’hanno capita, si sono divertiti e lo spettacolo è piaciuto moltissimo.

È molto importante trovare un insegnante che sproni lo studente.

Sì… che ti parli, che ti prepari bene. Nel mondo anglosassone il teatro è sentito moltissimo, la recitazione è usata come terapia, anche per rompere certe timidezze, serve moltissimo e invece qui in Italia è ancora un po’ trascurato. Dovrebbe essere più diffuso, ma purtroppo si fa poco.

 Lei ha lavorato in teatro, per il cinema e in televisione… quale preferisce?

Il teatro, sicuramente! Però mi piace fare tutto: doppiaggio, teatro, televisione, cinema. Mi affascinano tutte le branche del nostro mestiere.

_MG_2064_pambieri_rdSecondo lei, con il passare del tempo il teatro è migliorato, peggiorato, o è rimasto uguale? 

Diciamo che, da un punto di vista organizzativo e produttivo, è peggiorato; invece, da un altro punto di vista, no, perché ci sono delle punte di diamante, degli spettacoli veramente belli. In compenso, sono arrivate sul mercato tante compagnie di serie B, perché a volte un attore o un’attrice quando ha avuto successo in televisione, tenta la strada del teatro.

Una volta le scenografie erano molto ricercate. Negli ultimi anni, forse a causa della crisi, sono meno curate?

Intendiamoci, il teatro si può fare, come dice Peter Brook, con niente o, al limite, solo con la parola; l’attore però deve saper conquistarti con la parola e accompagnarti nel suo itinerario.

Questo spettacolo, “La coscienza di Zeno”, ha delle belle scenografie.

Ah sì, sono belle, si vede! E’ uno spettacolo ricco, con belle scenografie, e la gente vuole sentirsi appagata guardandole. Esistono anche i monologhi, ne ho fatti tanti, dove esiste la parola e basta, ma riesci ugualmente ad interessare il pubblico, anche se è più difficile, lì ci vuole la forza della tua interpretazione e della parola. Io recito “L’infinito Giacomo” che è una lettura su Leopardi e funziona benissimo,  c’è un po’ di tutto, la sua vita e anche le sue grandi poesie. Il pubblico rimane affascinato da essa anche se è solo una lettura; l’importante è dare delle variazioni, non essere mai monotoni e cambiare tono. Quindi, con l’esperienza le cose funzionano benissimo… il teatro si può fare con pochissimo!

La magia del teatro non deve mancare; se manca quel qualcosa che fa lievitare il tutto, non c’è teatro e allora è finito tutto. Quando un giovane inizia la professione di attore deve capire, essere onesto con se stesso, e dopo due o tre anni deve decidere se vale la pena di andare avanti o no, se fare il primo attore o adattarsi a fare anche altri ruoli e intanto imparare.

Oggi è più difficile accedere al teatro come attore? Oppure, rispetto al passato, è più semplice? 

È sempre stato difficile, ma una volta c’erano molte meno compagnie e anche meno attori; era tutto più piccolo, più raccolto. C’erano dieci, quindici compagnie primarie e poi tutte le altre. Si andava sempre nei teatri importanti, grossi. Adesso è una cosa pazzesca, pazzesca… troppe, ce ne sono troppe!

Come i programmi televisivi e i film.

Eh, come i film! Infatti adesso tutto diventa più complicato, più alienante, e qui torniamo a Zeno Cosini; se non è moderno quel suo approccio alla vita… è esattamente quello che viviamo noi ogni giorno. Il solo fatto dello zapping – è già nevrotico quello! Una volta c’era l’appuntamento, sapevi che c’era quello sceneggiato in quel giorno; adesso questo succede soltanto per le partite, per il resto salti da un canale all’altro e non sai deciderti. C’è dispersione, molta.

Le piace la musica? Ha qualche cantante preferito?

Sì, noi in famiglia siamo tutti e tre appassionati di Bruce Springsteen, per noi è un mito e lo seguiamo anche nelle tournée all’estero; siamo andati a Dublino un po’ di anni fa, poi a Berlino e l’anno scorso a Monaco. Anche De Gregori mi piace moltissimo, è un poeta; mi piace Lucio Dalla, quello degli inizi; poi ce ne sono tanti altri, anche Dylan ad esempio, ma Springsteen secondo me rimane il grande “menestrello” del Novecento. Lui ha un numero incredibile di canzoni bellissime e molte altre ne ha ancora nel cassetto. Ha una potenza impressionante in scena e sul palco esprime una forza bella, pulita, positiva!

Che rapporto ha con la tecnologia, con i cellulari, i computer?

Nel ’93-’94 cominciavano ad uscire i primi cellulari e Pierre Chesnot, un regista francese, venne a trovarci a Venezia perché stavamo facendo un suo testo, “L’inquilina del piano di sopra”; rimase sbalordito nel vedere così tanti telefonini. Noi italiani siamo stati i primi a comprarne in quantità, poi è diventato dominio pubblico e oggigiorno tutti ne hanno almeno uno. Vent’anni fa i cellulari erano impensabili e oggi non possiamo farne a meno, eppure, una volta si viveva lo stesso anche senza. C’erano i telefoni ovunque, se volevi fare una telefonata; recentemente ho visto a Trento due cabine telefoniche che ormai sono degli strumenti misteriosi, introvabili.  In Francia invece hanno lasciato un numero sufficiente di telefoni pubblici e la trovo una cosa giusta, perché così facendo avere il cellulare non è un obbligo.

Il passaggio dal cartaceo al digitale, foto, lettere, e-mail … le piacciono queste nuove tecnologie?

Mi sto abituando alle innovazioni. Fino a poco tempo fa gridavo allo scandalo di fronte ad una fotografia digitale; adesso vedo che ci sono dei prodotti meravigliosi; ormai si fotografa con tutto, anche con i telefonini. I fotografi hanno perso valore perché a furia di fotografare si diventa bravi, si riescono a cogliere tante cose; prima la fotografia era riservata a pochi soprattutto perchè stamparla era complicato.

Ringrazio Giuseppe Pambieri per la sua cortesia e disponibilità; ad accogliermi nel suo camerino, assieme a lui, c’era anche la sua deliziosa cagnolina, Bianca.

Nadia Pastorcich

centoParole Magazine © 2014 – riproduzione riservata

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.