La fotografia di moda: un perché

Workshop centoParole ritratto a Venezia

A dispetto dell’evidente importanza culturale, della forte capacità di immaginazione narrativa, della diversione giocosa e della sua profonda influenza sulla fotografia ‘artistica’ degli ultimi cinquant’anni, ai ‘piani alti’ dell’educazione e della pratica fotografica, la fotografia di moda è spesso considerata come non meritevole di seria attenzione; è definita superficiale, corrotta dall’eccessiva ricerca di uno stile, dalla mercificazione e quindi dal commercio dell’immagine e dei corpi.

“That age when taking photographs required a cumbersome and expensive contraption – the toy of the clever, the wealthy, and the obsessed – seems remote indeed from the era of sleek pocket cameras that invite anyone to take pictures. The first cameras, made in France and England in the early 1840s, had only inventors and buffs to operate them. Since there were then no professional photographers, there could not be amateurs either, and taking photographs had no clear social use; it was a gratuitous, that is, an artistic activity, though with few pretensions to being an art. It was only with its industrialization that photography came into its own as art. As industrialization provided social uses for the operations of the photographer, so the reaction against these uses reinforced the self-consciousness of photography-as-art.”

‘Quell’epoca in cui scattare fotografie richiedeva un congegno ingombrante e costoso – il giocattolo dello scaltro, del ricco, e dell’ossessionato – sembra davvero distante dall’era delle lisce fotocamere da tasca che invitano chiunque a scattare foto. Le prime fotocamere, costruite in Francia e in Inghilterra all’inizio della decade del 1840, avevano solo inventori e fanatici ad azionarle. Siccome a quel tempo non c’erano fotografi professionisti, non poteva esserci neppure fotoamatori, e scattare fotografie non aveva un chiaro utilizzo sociale; era gratuito, e quindi era un’attività artistica, anche se con poche pretese di essere un’arte. Fu solo con l’industrializzazione che la fotografia divenne indipendente e divenne arte. Nello stesso tempo in cui l’industrializzazione andò fornendo usi sociali per le attività del fotografo, così la reazione contro questi usi rinforzò l’autocoscienza della fotografia intesa come arte’. [Susan Sontag – ‘On Photography’]

 

Seppure questa critica della fotografia di moda possa essere condivisibile in uno dei suoi aspetti – la trasformazione, molto spesso, del soggetto fotografato in oggetto, nella maggior parte dei casi sessuale e con particolare riferimento alla donna – più in generale essa fallisce, mancando di dare una risposta a un fatto indiscutibile: la foto di moda ha integrità artistica e importanza sociale.

Solo nell’ultimo decennio essa ha iniziato a emergere come soggetto di analisi storica. Rivolgendo lo sguardo a tutta la fotografia di moda – dall’inizio del 1900 in poi e in particolare a quella del secondo dopoguerra – diventa chiaro come essa sia invece un mezzo che esprime lo spirito del tempo, fornendoci uno strumento fuori del comune per evidenziare i cambiamenti nell’influenza artistica, il loro impatto commerciale, e i costumi sociali e culturali nella società. Andando più indietro – potremmo mai immaginare il 1700 e il 1800 senza il potere dei ritratti che sono giunti fino a noi e della forza della rappresentazione dei costumi e della moda del tempo?

La fotografia di moda è un riscontro culturale importante che riflette l’identità di ciascuna epoca e aiuta a definirla meglio. Molti sviluppi sociali possono essere tracciati attraverso la moda: molti cambiamenti e liberazioni sociali e sessuali del 1920 sono riflessi negli abiti dell’epoca e nel modo di indossarli, la ‘drug culture’ e il femminismo sono riflessi nelle foto trasgressive e ‘anti-moda’ del 1960, e ci sono moltissimi altri esempi.

Eppure, la foto di moda ‘non è degna’. ‘Num sum dignus’.

Ci chiediamo, però, perché; e a domande precise fatte a un fotografo o a uno scrittore che la disdegna, spesso non c’è risposta altrettanto precisa, ma un gesticolare – talvolta vago – oppure un richiamarsi alla parità fra uomo e donna e alle citazioni colte.

La fotografia di moda nasce nel 1850; quasi subito, quindi, e assieme a quella che consideriamo Fotografia (con la ‘F’ maiuscola). Si diffonde ampiamente solo più tardi, però, dopo il 1880, quando Frederic Eugene Ives inventa e brevetta in Francia (la patria, assieme all’Inghilterra, della Fotografia e della prima cinematografia) il processo di stampa a mezzi toni, che permette alla foto stessa di venir stampata sulla carta come se fosse testo. Grazie a questo processo le foto di moda fanno la loro prima apparizione su ‘La Mode Pratique’, nel 1892, e nel 1909 ‘Vogue’ (all’epoca, una piccola rivista con una circolazione di meno di quindicimila copie) inizia ad adornare con quelle foto stampate in mezzi toni le sue copertine – lanciando, a sua volta, una ‘moda della moda’ che rivoluzionerà il nostro modo di leggere e guardare.

E oggi, dunque?

La qualità piu’ grande di un fotografo è la sua immaginazione, e dalla sua immaginazione può trarre fotografie meravigliose.

Workshop centoParole ritratto a VeneziaQuando pensiamo alla fotografia di moda, nello stesso momento anche il fascino e lo stile solleticano la nostra immaginazione. Qualcuno ha scelto di essere un fotografo o una fotografa di moda come professione, altri ci si avvicinano per passione o nel tempo libero. Che sia l’una o l’altra cosa, in ogni caso dovremo essere pronti a lavorare duramente per esplorare nuove frontiere e nuove tendenze, e per capire la tecnica fotografica che sta alla base di una buona foto di copertina. Le foto di famiglia, la foto pubblicitaria, la macro fotografia, la fotografia astronomica, la foto artistica, il panorama, la foto documentaristica … la fotografia è un campo immenso. Tutto può essere fotografato, e tutto può essere buono o meno buono; tutto, e il contrario di tutto. Tutto può trasmettere dei segni, avere un ‘punctum‘ (Roland Barthes), e tutto può non averlo.

I fotografi che hanno lasciato un segno hanno scritto che prima di potersi definire ‘buoni fotografi’ è necessario saper fare un buon ritratto. Se abbiamo deciso che ci piace la fotografia di moda, se abbiamo scelto di voler fare un ritratto di moda e catturare quella potenza e quella sensazione di fascino nel nostro scatto, come prima cosa dovremo ricordare che non è per niente facile come sembra, e che dovremo fare attenzione a una miriade di dettagli, anche quelli piu’ piccoli. È un campo molto vasto, e il territorio da esplorare lo è altrettanto.

 

“In deciding how a picture should look, in preferring one exposure to another, photographers are always imposing standards on their subjects. Although there is a sense in which the camera does indeed capture reality, not just interpret it, photographs are as much an interpretation of the world as paintings and drawings are. Those occasions when the taking of photographs is relatively undiscriminating, promiscuous, or self-effacing do not lessen the didacticism of the whole enterprise. This very passivity — and ubiquity — of the photographic record is photography’s “message,” its aggression.”

“Nel decidere come una fotografia deve risultare, nel preferire una esposizione a un’altra, i fotografi sono sempre a imporre degli standard ai loro soggetti. Anche se esiste un senso nel dire che la fotocamera catturi davvero la realtà, non semplicemente la sua interpretazione, le fotografie sono un’interpretazione del mondo così come lo sono dipinti e disegni. Quelle occasioni in cui lo scattare fotografie è relativamente non discriminatorio, promiscuo, o schivo, non riducono la didatticità dell’intera opera fotografica. Questa stessa passività – e ubiquità – della registrazione fotografica è il ‘messaggio’ della fotografia’, la sua aggressione’. [Susan Sontag – ‘On Photography’]

 

Nella foto di moda fine a se stessa, destinata alla rivista o al sito web che promuove il prodotto di uno stilista o di una casa di produzione, ciò che conta di più è solo apparentemente il prodotto stesso, l’oggetto. In realtà, è l’insieme delle cose, il dualismo fra il potere del ritratto della persona e l’oggetto. Quindi se diamo forza all’oggetto e trasformiamo anche le persone nella foto in oggetti di supporto all’oggetto principale, non sbagliamo, e probabilmente la nostra foto potrà essere venduta, o in senso più ampio apprezzata; se diamo valore anche alla persona rappresentata, avremo raggiunto un grande risultato. Ed è a quello che dobbiamo arrivare.

Workshop centoParole ritratto a VeneziaI fotografi di moda sono normalmente molto informati sulla moda (appunto), sui trend da seguire; devono conoscere molto bene il trucco, devono conoscere molto bene i materiali con i quali gli abiti sono realizzati, il modo in cui sono disegnati, per capire come renderanno nella foto, dove cadrà la luce, come si rifletterà sulle superfici e come valorizzerà il soggetto nel modo migliore.

Scegliere e concordare il lavoro con un modello o una modella che si muova con naturalezza e che sia abituato a lavorare di fronte a una macchina fotografica, che abbia studiato la sua immagine e conosca il modo migliore di rivolgersi a voi quando scattate, dinamicamente, senza esitazioni, permette di partire già con il cinquanta per cento del lavoro fatto; il prodotto finale, però, e quindi l’altro cinquanta per cento dal quale non si può prescindere per ottenere un buon risultato finale e senza il quale tutto il lavoro è vanificato, sta nel fotografo. La modella professionale saprà specchiarsi nel filtro opaco che avrete montato sulla vostra ottica ottantacinque millimetri, e muoversi con eleganza e perfezione verso di voi, ma senza la nostra capacità di scattare nel momento giusto e di spostarci in tutti gli angoli possibili catturando l’espressione del visto e l’emozione, la foto non rappresenterà nulla di più di un catalogo di pose.

Il vostro modello, la vostra modella meritano gentilezza, fiducia; meritano di diventare parte del vostro lavoro. Non sono oggetti in una natura morta. Coinvolgeteli, mostrate le vostre foto, chiedete (perchè no) suggerimenti; una modella non è un essere inferiore, il dirle: ‘Qui stiamo facendo moda! Tu non sei all’altezza! Stiamo perdendo tempo!’ – non vi aiuterà, l’espressione si riflette nel ritratto e sicuramente, facendo, cosi’, non concluderete bene il vostro progetto. Chi pensa di sedere alto sullo scranno dell’Arte … spesso si ritrova caduto per terra; alla modella, al modello, il fotografo non è superiore – ha solo scelto una strada diversa. E, cosa non da poco per chi vuole fare fotografia commerciale, una modella professionista avrà già avuto modo di lavorare con altri fotografi – e, perché no, dai suoi suggerimenti sul come ritrarla imparerete qualcosa. La moda non è qualcosa solo per l’ ‘alta società’, un modo per chi ha denaro di mostrare la sua ricchezza; la moda è l’espressione e la definizione di un certo individuo.

 

Il fotografo che ha scelto la fotografia di moda dovrà ricordare che la prima impressione si costruisce in sette secondi; dovrà ricordare che la moda, o per meglio dire l’aspetto, trasmette la parte più rilevante di quella prima impressione. Un buon ‘senso della moda’ significa capire che cosa sta meglio su un certo tipo di corpo, e perché. Significa, per un fotografo (e non solo), saper come giocare con gli occhi, usando l’aspetto come mezzo per trasmettere un sentimento o per affermare una richiesta, o una volontà. Negare che questo strumento esista non è solo … inutile, ma è anche ingiusto, in quanto esso costituisce una parte di noi, e va ben al di là del mero senso estetico (uomini e donne non esteticamente belli sono stati comunque ricordati per il loro fascino e per il loro modo di vestire e di porsi, non solamente per il loro modo di scrivere e parlare). A ragionare solo per ‘potenza e sensatezza delle parole e del pensiero’, negando l’importanza dell’immagine, abbiamo già provato in epoche passate, senza successo, ed è bene aver presente che nessuno dei due estremi – né l’uso estremo dell’aspetto e della sessualità, nè la negazione di essa – porta a un buon risultato sociale. Nel mondo reale, ci sentiamo meglio con noi stessi se siamo vestiti in modo che riteniamo adeguato . Adeguato a che cosa lo definiamo noi. L’abito, il trucco (piu’ per le donne ma oramai non solo per le donne) ci definiscono, ci fanno sentire diversi e reagiamo diversamente di fronte a una foto nella quale siamo venuti bene o male (senza saper bene che cosa vogliano dire quel bene o quel male). Il potere della moda ha l’abilità di trasformare – anche se non lo vogliamo; una foto di moda urla migliaia di frasi che parlano di colori, di cosa indossare, di come indossare, di come posare e di come inevitabilmente guardare verso la fotocamera per trovare quella certa emozione . L’espressione e la definizione dell’emozione sono la descrizione della moda; e il potere della fotografia, del ritratto di moda è sufficiente a modificare il modo in cui le persone guardano a sé stesse e si esprimono.

Possiamo negarlo?

Images which idealize (like most fashion and animal photography) are no less aggressive than work which makes a virtue of plainness (like class pictures, still lifes of the bleaker sort, and mug shots). There is an aggression implicit in every use of the camera. This is as evident in the 1840s and 1850s, photography’s glorious first two decades, as in all the succeeding decades, during which technology made possible an ever increasing spread of that mentality which looks at the world as a set of potential photographs.

“Le immagini che idealizzano (come la maggior parte delle fotografie di moda e di animali) non sono meno aggressive di quel lavoro fotografico che fa virtù della bruttezza (come le foto di classe, le più tetre nature morte, e le foto segnaletiche). In tutti gli usi della fotocamera c’è un’aggressione implicita. Questo è evidente tanto nelle due decadi 1840 e 1850, le gloriose prime due decadi della fotografia, quanto in tutte le decadi successive, decadi durante le quali la tecnologia ha reso possibile la sempre crescente diffusione di quella mentalità che guarda al mondo come a un set di possibili fotografie”. [Susan Sontag – ‘On Photography’]

 

Roberto Srelz © centoParole Magazine – riproduzione riservata

Workshop di ritratto centoParole Magazine, marzo 2014. Abiti: Cesi Vintage (via Diaz, 14/d – Trieste) e Mondo Didy (via Felice Venezian, 7 – Trieste). Hairdresser: Piccola Je. Makeup: Giulia Cocolo, Giuliana Milos. Models: Matea Abicic, Albina Peric. Foto di Serena Bobbo, Lorenzo Spadaro, Lia Taddei.

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Roberto Srelz

About Roberto Srelz

Editore e direttore responsabile, presidente del gruppo centoFoto , è nato a Trieste. Professionista presso una grande azienda internazionale, è scrittore biografico (ha pubblicato il romanzo breve ‘Per Due Volte’ con ‘Luglio Editore’ ) e fantastico (ama in particolare il Fantasy nordeuropeo e scrive racconti brevi sul Web). Nel 2010 e 2012, con ‘Esaedro’, è stato editore di ‘Lions & Saints’ (Guendal – Ramella) e di ‘Pin Up’ (‘Accademia di Fumetto’, Trieste), collaboratore di dotART, e dal 2009 al 2014 ha organizzato la manifestazione ‘Fumetti per Gioco‘ assieme ad altri collaboratori. Insegna fotografia ed ha partecipato a mostre fotografiche in Italia (l'ultima delle quali su Steve Kaufman con "American Pop Art") e all’estero (Croazia, Polonia e Ungheria).