Giorgio Pressburger: l’importanza della cultura

Giorgio Pressburger

Giorgio PressburgerGiorgio Pressburger, nato a Budapest, è un regista, scrittore, drammaturgo, compositore e collaboratore dei principali quotidiani italiani. 

Quand’è venuto per la prima volta a Trieste, come le è apparsa la città?

Sono nato in Ungheria e sono venuto a Trieste più di cinquant’anni fa. La città, allora, era molto diversa.

Come mai è venuto a Trieste?

La prima volta ero di transito, vivevo a Udine. A diciannove anni sono andato ad abitare e a studiare a Roma; ho conosciuto meglio Trieste soltanto in seguito.

Trieste era più bella allora o adesso? 

Quando l’ho vista la prima volta, l’ho vista da lontano, da Contovello: vedevo abbastanza poco, vedevo che era estesa, che c’erano degli edifici grandi, ma niente altro.

Qualcosa l’ha colpita? 

No, quella volta no. Ero arrivato a Udine con mio fratello: eravamo profughi e siamo stati ospitati da una famiglia che ci ha portati a vedere Trieste dall’alto. Era il Natale del 1956, e queste persone ci hanno accompagnato, con la macchina, fino alla Strada Napoleonica dalla quale si vede il litorale, e da lì ci hanno additato da lontano quelle che chiamavano la ‘Zona A’ e la ‘Zona B’ [le due grandi aree militarizzate nelle quali il territorio di Trieste era stato suddiviso – la ‘Zona A’ all’Italia, la ‘Zona B’ alla Yugoslavia di Tito in attesa di futuri sviluppi NdR]. Anche se si vedeva relativamente poco … era inverno e tutto sembrava indistinto.

Ha conosciuto qualche pittore triestino di cui ha apprezzato anche i lavori?

Sì, come no – ho conosciuto Klavdij Palčič. È un pittore triestino-sloveno, che è quasi mio coetaneo e che è stato, per un periodo, il direttore del Primorski dnevnik. Ho fatto dei lavori con lui a teatro: lui si è occupato di scenografia, costumi…

Come sono i lavori di Palčič?

Astratti: lui è un astrattista, un pittore davvero molto bravo.

C’è qualche personaggio, nell’ambito artistico, che le ha trasmesso qualcosa?

Caspita! Io ho lavorato con alcuni grandi artisti, sia musicisti, sia pittori, sia scrittori. Ho avuto a che fare con grandi talenti italiani e non, e ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa.

Che emozione prova quando entra in un teatro?

Dipende da quale teatro. Per esempio, quando sono entrato per la prima volta al Teatro alla Scala oppure al teatro La Fenice, mi batteva il cuore, anche perché non ero entrato come spettatore, bensì dovevo cominciare le prove; e quindi, l’emozione era doppia.

Ma lei ha mai recitato?

Sì, non continuativamente, ma in qualche caso è capitato; ho recitato anche in televisione.

Che differenza c’è tra regia teatrale e cinematografica?

Enorme. Sono due mondi diversi, completamente diversi: ognuno ha il suo fascino, dipendente dai punti di vista. A Roma, presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio D’Amico’, sono stato professore di regia teatrale e anche cinematografica; poi ho insegnato drammaturgia, cinematografia, radiofonia.

Cosa preferisce tra radio, cinema e teatro?

Ho fatto molto di tutto ciò. Preferisco mettere in scena opere liriche e fare film, però ho anche lavorato moltissimo nei teatri di prosa: ho fatto davvero tanti lavori.

Una delle opere liriche che ha fatto e che le è rimasta più a cuore?

Beh, ne ho fatte tante. Comunque, quelle che mi sono rimaste più nel cuore sono state: “Il flauto magico” di Mozart, al Teatro La Fenice; “Mosè e Aronne” di Schoenberg, in Ungheria all’aperto; “La donna senz’ombra” di Richard Strauss, alla Fenice; “Il castello di Barbablù” di Bartók, alla Scala; “Atem” (respiro) di Franco Donatoni, alla Scala; “Le Grand Macabre” (Il grande macabro) di Ligeti, al Teatro Comunale di Bologna; “Il Macbeth” di Verdi, all’Opera di Roma… insomma, tante mi sono rimaste impresse.

Secondo lei, il teatro è cambiato in peggio, in meglio, è rimasto uguale?

In questi cinquant’anni è molto cambiato. In meglio o in peggio? Dipende ancora una volta dai punti di vista: la proposta culturale dei teatri è cambiata in peggio, ma il linguaggio teatrale allo stesso tempo si è evoluto. Si fanno tanti nuovi esperimenti, anche collegati agli sviluppi tecnologici; però, il teatro, rispetto a cinquant’anni fa, ha perso veramente moltissimo terreno agli occhi degli spettatori.

C’è anche meno gente che va a teatro…

Meno gente che va a teatro, meno gente a cui piace il teatro, meno gente che si prepara, che si interessa di teatro. Ci sono, invece, specialisti più agguerriti. Già cinquant’anni fa, era violentemente presente il teatro di regia, ossia dei registi, e questo ha portato del bene e del male allo stesso tempo.

Come in tutte le cose: ci sono i pro e i contro…

Sì. Io sono uno di quei registi del cambiamento ma ho cercato di non portar del male: il male sta, da un lato, nella ricerca del favore del pubblico a tutti i costi, invece di cercare di incidere sulla sua coscienza; e dall’altro, nella manipolazione dei testi teatrali, che i registi si arrogano il diritto di fare, mentre è un grande segno di impotenza: non riuscendo a capire il testo, mettono le loro idee al posto di quelle dell’autore: io ho cercato di evitare tutto questo.

Dev’essere difficile trovare un equilibrio…

Sì. Ma bisogna sforzarsi di capire l’autore, che è un artista, e forse anche una persona più intelligente e profonda di te. Uno che si mette a cambiare le commedie di Shakespeare perché vuole fare qualcosa di nuovo … è possibile, però, per me, è molto più appassionante cercare di capire che cosa passasse per la mente all’autore.

Quando ha capito che il teatro le apparteneva?

Ero molto giovane; ero ancora in Ungheria. Allora, quello che contava di più era il teatro: non c’era ancora la televisione. Gli attori erano a contatto con il pubblico e diventavano dei beniamini. Dopo, con l’avvento della televisione, tutto è molto cambiato.

Nella sua famiglia c’era già qualcuno che si interessava di teatro? 

Non a livello professionale: mio padre ci scriveva delle scenette da recitare in casa, nei vani delle porte.

Di quali ambiti artistici si è interessato?

Mi sono interessato di teatro, narrativa, pittura, musica; ho lavorato veramente in tutti questi campi, in modo appassionato. Ho partecipato, con pittori italiani, alle Biennali a Parigi, ho composto delle musiche che sono state rappresentate, ho lavorato con i maggiori musicisti viventi in questi decenni…

Che tipo di musica le piace ascoltare?

Dipende, mi piace ascoltare qualcosa che desti il mio interesse. La musica non è da consumare ascoltandola così e basta: bisogna capire che struttura ha il pezzo che si sta ascoltando, cosa vuol dire il compositore. In Italia, l’istruzione musicale è quasi zero: un bambino di tre anni cresce senza sapere nulla della musica; in Ungheria, praticamente ogni bambino impara a suonare il pianoforte. Per esempio, se si chiede a qualcuno perché una composizione di Luigi Nono è bella, non glielo sa dire: non sa nulla del perché di certi gesti compositivi.

L’Italia è un paese in cui la cultura artistica dovrebbe venire quasi prima di tutto, ma purtroppo…

È trascurata, e in modo un po’ vergognoso. Ai giovani non viene dato nessuno strumento per interessarsene; eppure oggi, qualunque ragazzo, ad esempio, potrebbe fare musica elettronica: basta avere un computer. Evidentemente manca l’interesse; questo è lo stato generale della cultura in Italia, purtroppo. Per quanto mi riguarda, posso dire di aver fatto mostre, di aver partecipato ad una delegazione italiana di artisti ‘Under Thirthy Five’ a Parigi, tanti anni fa, e ho fatto una mia action (azione). Poi ho lavorato veramente con i più grandi musicisti italiani, come Donatoni e altri.

Qualche consiglio per avvicinare i giovani all’arte?

I giovani dovrebbero cominciare ad amare l’arte – questa attività dell’uomo. Il problema è che quelli che dovrebbero avvicinare i giovani all’arte agiscono più per fama e per denaro, che per il futuro del paese.

C’è qualche filosofo che rispecchia il suo modo di pensare?

Sì, è Emmanuel Lévinas: un filosofo francese, di origine lettone, che ha vissuto quasi tutti i suoi giorni in Francia ed è stato uno dei grandi del Novecento; contrapposto a quello che viene considerato il massimo – Heidegger; di cui non condivido, assolutamente, il pensiero.

Ha qualche piatto d’infanzia che le preparava la mamma, che le piaceva tanto?

Mi ricordo di tanti piatti. Comunque, il mio cibo preferito sono i ricci di mare – si mangiano soltanto le uova dei ricci femmine – che qui a Trieste non si trovano, non so per quale motivo… quando capito in un posto dove li preparano, li prendo sempre; una volta ne ho mangiati duecento.

Che rapporto ha con il mare?

Ho quel rapporto che ha una persona che è nata in un paese senza mare: poca confidenza. Ma mi piace molto andarci.

Che rapporto ha con la scrittura? Scrive spesso o si lascia trasportare dall’ispirazione? 

No, non aspetto di essere ispirato: scrivo in modo completamente disordinato, non sono disciplinato, sono pigro; ma riesco a scrivere sedici-diciotto ore al giorno, verso la fine dei lavori. I libri di racconti li scrivo molto velocemente, mentre per quelli di narrativa ci metto un po’ più tempo, il lavoro, sulla narrativa, è più lento. A volte, mi vengono delle idee anche all’improvviso, mentre sto dormendo e allora mi alzo anche di notte, per prendere qualche appunto.

Secondo lei, è interessante riscoprire le proprie radici? 

Sì, io l’ho fatto scrivendo il libro “L’orologio di Monaco”. Nel 2013 è stato tratto il  film “Messaggio per il secolo” da questo mio libro e il regista è un giovane triestino di nome Mauro Caputo.

Per lei, quant’è importante la memoria?

È importante, a patto che la sua esibizione non diventi una moda e che le persone pensino che la propria famiglia sia migliore di quella degli altri soltanto per aver vissuto delle sofferenze. Al di là della guerra e delle violenze che hanno portato dolori immensi, se andiamo a guardare più a fondo, nella vita della borghesia europea, scopriamo che le persone facevano delle cose tremende tra di loro e Freud ne ha esaminate molte. Lui ha scritto il saggio “L’uomo dei lupi”, di cui io ho scritto la prefazione, dove il personaggio principale è un giovane russo che, all’epoca della Prima Guerra Mondiale, viene portato da Freud in condizioni tremende e lui riesce a guarirlo.

L’esperienza teatrale e quella onirica; secondo lei, hanno qualche elemento in comune?

Sì, tutta l’attività artistica ha a che fare, in qualche modo, con il sogno. Per trent’anni, ogni mattina, ho scritto i miei sogni ed ho cercato anche di interpretarli, ma spesso capivo proprio l’opposto di quello che mi indicavano; e solo dopo molti anni sono riuscito a comprendere quello che i sogni mi volevano dire.

È difficile sapere esattamente perché i sogni vengono e perché se ne vanno; sono attività del cervello che ora si cominciano a capire meglio e quindi si dà alle persone la possibilità di comprendere cosa devono o possono pensare. I sogni sono sogni.

Ha un sogno ricorrente?

Sì. Quando ho lasciato l’Ungheria, a diciannove anni, scappando in tempo di rivoluzione, ho iniziato frequentemente a sognare di nuotare sott’acqua con una borsa in mano e sopra di me vedevo le gambe di mio fratello gemello che nuotava. Ci ho messo trent’anni per capire questo sogno, eppure era semplicissimo: era il sogno della mia nascita. Mio fratello gemello è nato circa cinque minuti prima di me: è per questo che lo vedevo nuotare verso la superficie. La borsa aveva anche un significato: quand’ero bambino –  c’erano i Nazisti anche in Ungheria, e venivano a prendere le persone –  mia mamma preparava delle bottigliette di marmellata da portare con noi, per non morire di fame. Durante uno di questi trasferimenti, sotto i fucili dei Nazisti, ho dovuto trasportare questa borsa, ma, siccome ero piccolo, e non riuscivo più a reggerla, l’ho buttata per terra. Il rimorso per tale gesto sconsiderato mi ha perseguitato per molti anni: per questo la borsa continuava a comparire nei miei sogni; e l’ho capito da solo, con gli anni. Una scena analoga l’ho inserita nel mio film documentario “Flusso di coscienza – Razzismo” del 1993, contro il razzismo.

Ha dei progetti per il futuro?

Certo che ce li ho, ma bisogna vedere quanti e come riuscirò a realizzare. I progetti sono progetti: certe volte vengono realizzati bene, altre male. A volte, purtroppo, ci sono dei grossi ostacoli da superare e non sempre ci si riesce.

 

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

Ringrazio sentitamente Giorgio Pressburger, per avermi dedicato un po’ del suo tempo.

 

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.