La quantità e la qualità: note sulla fotografia

Quantità e Qualità fotografica

 

Natasha Romanoff - Scarlett JohanssonMagnifico!

Dopo quattro giorni, tre camicie sudate e due magliette strappate, abbiamo appena finito il nostro shooting con Natasha Romanoff, inclusi trucco-e-parrucco-e-abiti-e-accessoristica, presso l’esotica pianura fiorita di Balaklava, nei pressi di Antananarivo; solo Noi abbiamo avuto quest’idea. [Scarlett Johansson; la Natasha Romanoff super eroina]

Ora, con le nostre dieci Memory CF Cards da 32Gb che contengono ‘qualche’ migliaio di scatti – ne aggiungiamo, mentre camminiamo, ancora qualcuno del paesaggio (un bel tramonto!) e del backstage (senza dimenticare l’immancabile foto ‘street‘ della vecchia signora con il fazzoletto in testa, che spinge un carrello della spesa vuoto fra le stradine polverose del paese dove abbiamo fatto base), – torniamo a casa, o nel nostro studio, e ci accingiamo, solerti, a …

Preparare le foto ..? Pubblicarle ..? Dove ..? (Facebook! Questo sconosciuto.)

Condividere ..? A ..? Perché..?

Con le nostre foto, che cosa vogliamo fare? Abbiamo investito tempo, molto probabilmente denaro, sicuramente fatica per predisporre lo shooting; che risultato abbiamo ottenuto? Le nostre foto, come saranno venute? Come potremo selezionarle, quali aspetti terremo in considerazione, verso che cosa c’indirizzeremo?

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Diverse Visioni (Canon 1DX e Sony NEX3)

Non c’è ‘professione’ che tenga. [a lato: Canon 1DX, ‘top’ di gamma, e Sony NEX3, ‘entry level’ della gamma a buona qualità].

Molti foto amatori sentono di essere inferiori ai fotografi di professione; pensano di non poter competere con loro in termini di conoscenza della fotografia e qualità dell’immagine ottenuta.

Tutto ciò è semplicemente sbagliato.

Molti concorsi vengono vinti da professionisti e foto amatori allo stesso modo (molto belle le foto di Veronika Horvath); moltissime delle bellissime foto che si vedono su Internet sono state scattate da foto amatori. Riuscireste a identificare le differenze? Credo di no. Forse potreste intuire, dai meta dati legati allo scatto (che potete leggere dal file fotografico attraverso il software di foto elaborazione), che chi possiede una Canon EOS 1DX abbinata a un 70-200 f2.8 L IS USM II difficilmente è un foto amatore – mentre più facilmente lo è chi ha una piccola Mirrorless Sony NEX in tasca… eppure, neppure questo è vero, qualche fortunato foto amatore ha avuto la possibilità di indirizzare una buona parte del suo bilancio personale alla sua passione e molti professionisti hanno sempre con loro una piccola Mirrorless.

Non è dunque l’attrezzatura a fare la differenza; classicamente e non banalmente: non basta comperare la Ferrari, devi anche saperla guidare in pista. Se c’è una differenza che è veramente palpabile fra foto amatori e fotografi di professione (oltre al fatto che i professionisti devono rispondere del loro lavoro di fronte a un cliente – ma questo non ha nulla a che fare con la tecnica fotografica o la sensibilità) è che quest’ultimi tendono a selezionare le loro immagini, a presentarle e a preparare un portfolio in maniera molto migliore.

Come devono essere, quindi, le nostre foto?

  • A fuoco. Non fa niente se la nostra foto ci sembra “veramente emozionante!”: se è fuori fuoco, verrà scartata da chi guarda. C’è una differenza non da poco fra il ‘fuori fuoco’ e lo sfumato intenzionale ottenuto utilizzando tecniche ottiche o combinando il movimento delle lenti e i tempi d’otturatore; l’occhio di chi guarda se ne accorge. Per il mosso, il discorso è analogo.
  • Esposte correttamente. A meno che l’attimo non ci veda impegnati in un particolare esperimento, e che non si abbia in mente di ottenere proprio ‘quell’effetto speciale’ (che dovremmo saper spiegare e, poi, anche saper riprodurre successivamente senza difficoltà), l’esposizione dovrebbe essere ben bilanciata e la nostra fotografia dovrebbe aver conservato un buon dettaglio dopo lo scatto, sia nelle aree d’ombra che in quelle di luce. Le foto esposte male non fanno bene all’occhio di chi guarda, e rapidamente quell’occhio guarda altrove. Se poi la nostra intenzione era quella di partecipare a un concorso … la foto esposta male farà molto male al nostro posizionamento in classifica. Sempre che non venga scartata a priori dai giudici.
  • Curate nella composizione. La ‘regola dei terzi’ esiste per una buona ragione, ma va intesa per ciò che è: una guida, non una legge assoluta. Se seguiamo la ‘regola dei terzi’, avremo sicuramente una buona foto; eppure molte volte una composizione più forte può essere ottenuta intuendo quando e come violare le regole. Conoscere la ‘regola dei terzi’, seguirla e … abbandonarla al momento opportuno può trasformare una buona fotografia in una grande fotografia.
  • Il luogo dello scatto non è fondamentale. È stato sperimentalmente dimostrato (da chi ci ha emozionato con le sue foto), più di una volta (moltissime volte), che non occorre intraprendere un ‘Viaggio al Centro della Terra’, o scegliere uno ‘scenario meraviglioso’ per fare una buona foto. Talvolta (molto spesso, vorremmo dire) l ‘angolo meraviglioso’ sono i venti metri quadrati poco oltre la strada, vicino al nostro portone. E, se facciamo un ritratto, ben poco del contesto si vedrà.
  • D’impatto e ben presentate. La buona composizione di una foto crea impatto su chi guarda: richiede molta attenzione, e cura dei dettagli. Talvolta un ritaglio, magari minimo ma fatto nel punto giusto, trasforma la foto qualunque in ‘quella foto!’ (Roland Barthes). Il ritaglio è, in fin dei conti, una ‘seconda possibilità’ che il fotografo può utilizzare per rafforzare proprio la composizione e l’impatto della sua fotografia. Ritagliamo con cura, raddrizziamo (se vogliamo – oppure aumentiamo la rotazione, perché la ‘foto storta’ va bene), e facciamo ciò che intendevamo fare ma che non avevamo potuto realizzare direttamente con la nostra fotocamera. Ricordando che non bisogna strafare.

Donna Cubana con SigaroCerchiamo di essere creativi con le nostre fotografie. Scegliendo soggetti originali, se possiamo – ma senza farcene una malattia, perché l’arte copia spesso sé stessa.

Non c’è bisogno di perseguire l’originalità a ogni costo o di fare una foto ‘perché è trendy‘; si vedono centinaia di foto della stessa donna di Cuba con il sigaro, ogni anno … siccome posa a pagamento, e lo fa da tanto stando ai giornalisti che hanno scritto di lei (non ci credete? Cercate ‘cuban woman with cigar’ su Google …), possiamo ipotizzare che abbia raggiunto ormai un discreto tenore di vita.

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La nostra giornata di scrittura di note sulla fotografia ci porta poi a pensare, risolti i problemi di tecnica, a quali siano gli altri possibili errori da evitare. Vediamoli, ipotizziamo …

Opacità. Il ritratto, anche ambientato, è un altro buon esercizio di fotografia. Si vedono moltissimi ritratti privi d’espressione; opachi. Scattati da troppo distante, con troppo effetto ‘tele’ e schiacciati; con ombre sul viso – ombre che non costruiscono e solo nascondono (‘Gods meet from their eyes’: gli occhi in ombra sono senz’anima). Ritratti fatti magari nel posto giusto, ma nel momento e nel modo totalmente sbagliati. Un ritratto può risultare infine lo stesso piacevole: ma quanto più forte, potente e interessante potrebbe essere se il fotografo e il soggetto avessero costruito un legame personale o culturale, e se quel fotografo avesse studiato meglio la luce?

Foto buona, contesto sbagliato. Il tema del lavoro fotografico che stiamo facendo è molto importante; esso è, per usare un’espressione ancora più forte, fondamentale – e la differenza fra tema fotografico ben chiaro in mente e scatto casuale si vede. Quando presentiamo il nostro lavoro, o partecipiamo a un concorso, potremmo essere tentati di aggiungere una foto in più, un paio di foto in più, semplicemente perché ci sembrano molto buone, forti. Ma se il tema che ci eravamo prefissati di seguire è diverso … allora quelle foto, anche se forti e molto buone, nel nostro portfolio non ci stanno.

Ho scelto le preferite! (non le migliori). Il fotografo è spesso … poco capace di selezionare le sue fotografie, principalmente perché tende a essere emotivo e ad associare a esse le proprie esperienze, aggiungendoci, nelle intenzioni, una dimensione in più che non è oggettivamente esistente e non raggiunge lo spettatore casuale. Le foto a cui siamo affezionati si portano dietro i nostri ricordi: lo scatto fatto poco prima del più rosso dei tramonti, quando il nostro compagno o la nostra compagna ci dissero ‘ti amo’ … è un ricordo straordinario, bellissimo, ma quell’emozione molto probabilmente non sarà contenuta nella nostra fotografia e avrà significato solo per noi. Per chi guarda le nostre foto, la nostra compagna e il nostro compagno, o i nostri figli, sono (con qualche rara eccezione) soggetti di interesse non elevato, da condividere con parsimonia  (nell’Era Digitale, le ‘prime cento foto’ dei ‘primi cento giorni’ del nostro primo figlio tendono ad annoiare i colleghi d’ufficio). Scegliere la foto che preferiamo può essere un errore: nella fredda luce del giorno, meglio scegliere la foto migliore – la meglio riuscita. E chiedere l’opinione di altri; in particolare, chieder loro se le nostre foto preferite siano o meno, secondo loro, le meglio riuscite. Scegliete la migliore, non la preferita – pronti a sentirvi dire ‘no’. Un ‘no’ non è sempre un rifiuto.

Un portfolio incoerente. Un portfolio è una serie di immagini messe assieme dal fotografo per raccontare una storia: una storia in immagini. Spesso dentro al portfolio che viene presentato (o all’album su Facebook) troviamo due o tre foto veramente forti, buone, e (almeno) un paio d’altre deboli, messe là così, per far numero. In altre occasioni, vi troviamo decine e decine di foto. Monika Bulaj chiede ai suoi aspiranti studenti, il primo giorno, di portare come presentazione personale un portfolio di … tre foto. Caricare in un portfolio sulla propria pagina (o su Pinterest, o su Facebook) trenta, cinquanta foto non è di molta utilità; ciascuna immagine condivisa attraverso il portfolio deve essere buona e forte, deve significare qualcosa, essere consistente con le altre e raccontare un pezzo differente della stessa storia in modo che alla fine l’insieme abbia significato . La presentazione del portfolio è anch’essa importante: un portfolio ideale potrebbe contenere tre, sette o nove immagini dello stesso formato e orientamento. Un portfolio misto – con foto orientate in maniera diversa – può ancora andar bene ed essere efficace, se avete ad esempio due immagini orizzontali e due verticali. Molta attenzione va posta nel mescolare immagini in bianco e nero e immagini a colori: se lo facciamo, dobbiamo sapere molto bene il perché, lo dobbiamo avere molto chiaro in mente. E, fatto tutto, meglio porsi ancora una volta la domanda: quello che abbiamo fatto ha un senso? Da un punto di vista visuale, il nostro portfolio significa qualcosa?

La selezione delle foto: da che parte cominciare? Il processo di Photo Editing (che non è il Post Processing, ovvero la correzione e sviluppo delle foto, ma è la selezione) è molto spesso difficile per il fotografo, per le ragioni sopra menzionate. Proviamo, allora, a immaginarci una breve guida – una serie di passi da seguire.

a). appena finita la sessione, esaminiamo rapidamente tutte le foto fatte cercando di identificare le ‘buone’ – quelle ‘segnalate’, ‘da tenere’. È più facile generalmente identificare quelle veramente buone piuttosto che andare a eliminare le foto sbagliate e le ‘borderline’. Sceglierne 10 fra 300 al primo passaggio è forse impossibile … ma eliminarne la metà è una cosa da fare spietatamente e senza esitazioni. Occhi del soggetto chiusi, mani e piedi tagliati, semafori che spuntano dalla testa, fuoco sbagliato, micro mosso … via.

b). le altre, in un cassetto. Una volta scelte, di getto, le foto ‘veramente buone’, rimangono quelle ‘borderline’ e quelle che pur non essendo tecnicamente buone ci hanno trasmesso qualcosa. Ad esempio, qualche foto dove il fuoco non è proprio perfetto, o una foto solo in parte mossa … possiamo mettere queste foto nella pila di foto ‘da riguardare’, dimenticarle ed esaminarle di nuovo dopo qualche tempo: dopo tre mesi, dopo un anno. Sicuramente qualcuna di queste foto ci colpirà, e la recupereremo.

c). impiliamo le foto simili. In particolare nel ritratto troveremo quattro-cinque-sei foto scattate quasi nella stessa posa (la personale opinione di chi scrive è quella di evitare, nel ritratto, lo scatto ad alta velocità); impiliamole, in modo da mantenere coerenza, e riguardiamole più tardi.

d). facciamo la post-produzione di tutte quelle ‘segnalate’. Sarà buona norma avere un set di foto già preparato e pronto per essere trasformato in portfolio (consegnato a un cliente, regalato dopo una cerimonia … ). Dato per scontato che tenere le foto senza post-produzione (eccettuato il caso Polaroid) non è una buona cosa, fare la post-produzione in maniera discontinua (non subito, ma un po’ prima e un po’ dopo, in momenti diversi, in stagioni diverse …) avrà molto probabilmente come risultato la produzione di un portfolio incoerente. Attenzione alla conversione in bianco e nero! Deve avere un senso: dobbiamo capire chiaramente che cosa intendiamo raccontare. Il bianco e nero per coprire le deficienze nel colore o impiegato come soluzione per i difetti non rappresenta una buona strategia.

e). esportiamo le foto a post-produzione finita e pubblichiamone una piccola parte (se ne abbiamo i diritti e l’intenzione). Tre, quattro, al massimo una decina. Come abbiamo detto, chi guarda con occhio interessato non vuole essere sommerso dalla quantità (che lo distrae, lo infastidisce), ma colpito dalla qualità e dal messaggio contenuto; se vorrà vederne altre, ci contatterà. Il ‘Mi Piace’ su Facebook non è rilevante nel nostro contesto, considerato che i ‘Mi Piace’ possono essere intesi nei confronti del soggetto e non del fotografo, e che peraltro si possono senza alcun problema acquistare via Paypal e non sono, quindi, un vero indicatore d’interesse. Se l’occhio di chi guarda non è interessato alla fotografia, normalmente fa parte di un pubblico che non c’interessa o di un’altra categoria professionale.

Giunti al termine del nostro cammino di oggi … le cose da ricordare:

  • fuoco nitido e punto focale chiaramente distinguibile;
  • corretto uso della luce;
  • corretto punto di vista prospettico;
  • Buon uso della profondità di campo e dei tempi d’esposizione;
  • Composizione corretta e il più possibile forte;
  • esposizione accurata (con ombre e luci ben bilanciate) (oppure: uso dei toni interessante);
  • buon bilanciamento dei colori e gamma tonale ben distribuita (oppure: uso del colore interessante);
  • creatività (ad esempio nell’uso e nell’accostamento di forme e geometrie);
  • impatto e dinamismo nel movimento;
  • scelta di un tema e di un soggetto interessante;
  • accurata selezione delle foto (e, per i portfolio: coerenza nella scelta delle foto, che devono stare assieme in modo sensato);
  • consistenza nella presentazione del portfolio;
  • originalità (non a tutti i costi)
  • ultima (ma non per importanza): la capacità di cogliere l’attimo e il sentimento.

Ultimissimo, fuori lista (ma imprescindibile): l’aperto, onesto e costruttivo confronto con gli altri.

Buona giornata fotografica!

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Susan Sontag Barnes & Noble Authors 99: 602W-045-014Manhattan, New York, USA 1999L’autore chiede perdono, per il titolo, a Susan Sontag , autrice di ‘On Photography’ , che ha scritto un ben più importante ‘Note sulla fotografia’; chiede scusa anche al lettore per averlo sommerso con tutte queste opinioni, assolutamente personali, sul corretto scatto e su quale sia un buon modo di fotografare e selezionare le foto … e lo invita a ricordare quale sia, secondo molti, lo scopo ultimo di questa stupenda passione fotografica che ci accumuna: esprimere un’emozione, ‘cogliere l’attimo‘ (citazione fino a ieri non voluta, ma, oggi, dovuta). E trascorrere del buon tempo, qualche volta assieme, serenamente.

Roberto Srelz © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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Roberto Srelz

About Roberto Srelz

Editore e direttore responsabile, presidente del gruppo centoFoto , è nato a Trieste. Professionista presso una grande azienda internazionale, è scrittore biografico (ha pubblicato il romanzo breve ‘Per Due Volte’ con ‘Luglio Editore’ ) e fantastico (ama in particolare il Fantasy nordeuropeo e scrive racconti brevi sul Web). Nel 2010 e 2012, con ‘Esaedro’, è stato editore di ‘Lions & Saints’ (Guendal – Ramella) e di ‘Pin Up’ (‘Accademia di Fumetto’, Trieste), collaboratore di dotART, e dal 2009 al 2014 ha organizzato la manifestazione ‘Fumetti per Gioco‘ assieme ad altri collaboratori. Insegna fotografia ed ha partecipato a mostre fotografiche in Italia (l'ultima delle quali su Steve Kaufman con "American Pop Art") e all’estero (Croazia, Polonia e Ungheria).

  • cesare

    La foto è comunicare, trasmettere emozione, condividere stati d’animo attraverso le immagini che ci hanno colpito e che abbiamo sentito il bisogno di fissare. La foto è scatto, immediatezza, gioco di luce ed ombre, dialogo fra l’animo ed il dito che scatta. La foto è il nostro saper osservare, selezione nel gusto e nella scelta. La foto per noi è tale ancor prima che sia.