Dalla pittura all’installazione: Lorena Matic

Jasmine Bodois - Lorena Matic
Lorena Matic. Foto di Maurizio Frullani

Lorena Matic. Foto di Maurizio Frullani

Lorena Matic è un’artista poliedrica che ha sperimentato vari ambiti artistici: dalla fotografia al video, dalla pittura all’installazione, mettendosi, spesso, in gioco.

Come si definisce?

Uno, nessuno e centomila: che è anche il titolo di un mio progetto (Uno, nessuno e centomila – Trieste A/R), nel quale ho chiesto a cento persone (per esempio a chi mi conosce da anni, a chi da pochissimo, amici, nemici, al mio medico, a degli artisti, politici, critici d’arte, musicisti, scrittori, ecc.) di dirmi come sono: ossia, cosa direbbero, mostrerebbero, farebbero ascoltare, a chi non mi conosce, per spiegare chi è Lorena.

Quando ha capito di voler intraprendere la carriera artistica?

Penso da sempre, perché le cose che si vogliono fare da grandi sono le stesse che si amano di più quando si è bambini; e disegnare era uno dei miei giochi principali, così come il “raccontare delle storie” con il travestimento e impersonificando inediti personaggi o organizzando giochi, feste, in buona sostanza direi che erano già delle “performance”. Anche la fotografia fa parte della mia infanzia: la macchina fotografica era un oggetto di uso quotidiano a casa mia: qualsiasi occasione e momento di vita era importante per scattare delle foto, dal più speciale al più banale. Mio papà aveva una macchina fotografica che portava sempre con sé e una bella scorta di rullini.

Ha qualche fotografo che le piace tanto?

Mi piacciono molto gli artisti che usano la fotografia come mezzo espressivo, come per esempio Cindy Sherman, che usa il linguaggio fotografico ma non si definisce una fotografa; Sandy Skoglund, che mette in scena dei set, dove l’atto fotografico è necessario per documentare il suo lungo lavoro, che può durare anche un anno; Jan Saudek, che dipinge rielaborando ciò che immortala in bianco e nero; anche Sophie Calle è un’artista che usa la fotografia nelle sue indagini, nei suoi progetti e mi interessa molto; poi mi piace molto il lavoro di Maurizio Frullani, (di Gorizia) che conosco e con cui ho avuto il piacere di collaborare ad un suo progetto: mi contattò per farmi un ritratto dandomi carta bianca su come volevo essere ritratta, e così ho creato un’ambientazione che alludesse ai miei progetti, dove il travestimento è predominante.

Mi racconta qualche esperienza legata agli esordi?

Mi viene in mente un episodio, non proprio legato agli inizi, ma divertente per come è successo. Ero nei giorni della vernice alla Biennale d’Arte di Venezia curata da Harald Szeemann, di qualche anno fa. Ad un certo punto si avvicina a me e agli amici con cui ero in compagnia, proprio Harald Szeemann chiedendomi gentilmente il cellulare: doveva chiamare qualcuno. Glielo detti e telefonando a fianco a noi, sentimmo che stava parlando con un certo Stefano per una festa che doveva svolgersi in serata. Quando Szeemann ci salutò, ringraziandomi per la cortesia, io e i miei amici per un bel po’ pianificammo l’invenzione di una “storia credibile” con cui richiamare quello stesso Stefano e scoprire dove e a che ora ci fosse la festa… poi la razionalità prevalse.

I mestieri - Lorena Matic

I mestieri (1995-1996) La cameriera (Lorena Matic)

Lei sperimenta molto e ogni volta si mette in gioco. Come mai lo fa? È alla ricerca di qualcosa, della sua identità?

Lo faccio perché mi interessa l’identità dell’individuo, quindi la mia in primis. È un modo per poter vivere più vite: di solito, in Italia, uno nasce e fa un mestiere per tutta la vita o quasi; magari all’estero uno cambia lavoro più velocemente, però tende comunque ad avere una specializzazione che gli comporta a fare sempre cose simili. Per esempio, con il progetto dei mestieri – dove ho impersonificato tante professioni come la ballerina, il postino, il macellaio, la casalinga – ho voluto sperimentare più ruoli; è importante la specializzazione, però ancor di più la capacità di essere versatili. E poi io lavoro sulla relazione e quindi mi interessa moltissimo lo scambio e il dialogo con l’altro, e molto spesso il tutto ha una lieve vena ironica.

Se le dico Venezia, cosa le viene in mente?

Sentendo la parola Venezia mi viene in mente la Biennale d’Arte. All’inaugurazione ci vado da tanti anni e quei 3/4 giorni sono giornate lunghissime in cui si cammina molto, iniziano alla mattina e finiscono a tarda notte, spesso accompagnate da un caldo umido, (ad eccezione dell’ultima Biennale che faceva addirittura un po’ fresco); il contesto è molto stimolante e anche divertente.

Para-padiglione di Lorena Matic (2011)

Para-padiglione di Lorena Matic (2011)

Lei ha partecipato alla Biennale diffusa di Trieste, realizzata da Vittorio Sgarbi nel 2011. Com’è stata quest’esperienza?

È stata una cosa alquanto conflittuale: c’erano diversi artisti che erano un po’ contrari a questa iniziativa, poi ce n’erano degli altri che invece erano favorevoli. Alla fine sono stata invitata e ho accettato di partecipare, mi sembrava un’iniziativa interessante e rappresentativa del nostro territorio.

Com’è nata l’idea di realizzare il concorso annuale artistico per le scuole “Questa volta metti in scena…”?

Perché non c’era nulla del genere a Trieste! Mancava una manifestazione che mettesse a confronto ragazzi provenienti da scuole superiori – cioè ragazzi in procinto di decidere un percorso post-scuola dell’obbligo e con indirizzi scolastici diversi – che puntasse il dito sulla creatività giovanile.

La creatività è un’abilità aggiunta di ognuno di noi, che se non viene stimolata, rimane assopita. Dalla prima edizione, la partecipazione è andata via via aumentando, sia come numero dei ragazzi che come scuole aderenti al progetto, partendo da Trieste e arrivando fuori Provincia e oltre confine. Ho capito, parlando e confrontandomi con gli adolescenti, che se diamo gli stimoli giusti le risposte arrivano.
E poi se penso al primo concorso artistico a cui ho partecipato io, dove mai avrei pensato di vincere proprio il primo premio, posso capire la gioia e l’emozione dei ragazzi quando vengono premiati e gratificati per lo sforzo fatto, e quanto ciò rafforzi le tue convinzioni.
Molti giovani conservano un buon ricordo dell’esperienza e per alcuni di loro è stato un primo approccio con l’arte, che li ha portati a visitare mostre, musei e teatri, anche se un domani si occuperanno di tutt’altro. Con alcuni di loro sono tutt’ora in contatto.

Avvicinare i giovani alla dimensione artistica è davvero una cosa importante…

L’intento del progetto “Questa Volta metti in scena…”è stimolare la creatività giovanile, non è quello di formare nuovi artisti, ma persone con un più ampio modo di vedere le cose, delle “menti aperte” che un domani possano diventare delle persone migliori nella professione che eserciteranno: il medico, il postino, il giardiniere….Credo in una dimensione quotidiana della creatività, dove si può essere creativi, senza essere artisti.
E poi c’è l’intento di formare un pubblico più colto, dando nuovi approcci e stimoli per distinguere quello che è arte e quello che arte non è.
Porre l’accento sulla creatività giovanile significa una possibile crescita culturale, sociale ed economica, poiché le aziende ricercano idee innovative; la creatività non si insegna, ma si può imparare ad essere creativi; e “creatività” è un modo di pensare utile, progettuale da non confondere con fantastico-fantasioso.

C’è da dire inoltre, che in età adolescenziale si è alla ricerca di una propria identità e in questa fase c’è anche un altro pericolo che chiamerei “creatività malata” deviante, come l’esibizionismo mediatico; il problema non si risolve proibendo la tecnologia, perché fa parte del linguaggio contemporaneo, ma il tentativo di indirizzare le nuove generazioni ad un corretto utilizzo dei nuovi media è uno sforzo che cerchiamo di fare.

Come mai ha scelto di chiamare il suo concorso “Questa volta metti in scena…”?

Ho scelto questa formula “Questa volta metti in scena…”, perché spiazza chi la legge e perché non si capisce subito cosa viene chiesto di fare: devo fare uno spettacolo? devo scrivere un testo? devo fare una foto? un disegno? Mi piaceva l’idea di creare una perplessità e nello stesso tempo stimolare. In questo concorso do la possibilità di fare tutto, il tema cambia di anno in anno, e a volte la tematica viene scelta in base a iniziative o anniversari legati al nostro territorio o alla nostra Nazione.

Quest’anno la nona edizione del concorso aveva come tema la Memoria – si poteva intendere sia come memoria legata al centenario della Grande Guerra, sia come memoria in generale, e quindi più personale. Che cosa rappresenta per lei la memoria?

La memoria è tutto il mio bagaglio, tutto quello che ho vissuto e che fa parte di me, e quindi diventa nuovamente presente.
Quest’anno proprio perché Anniversario del conflitto mondiale, ho analizzato la Memoria anche dal punto di vista legato al tema della Grande Guerra per un Open Call internazionale a cui sono stata selezionata e a cui sta facendo seguito la mostra “Sledi-Spuren” itinerante tra Austria, Slovenia ed Italia.

Lo scorso anno, presso il Borgo San Daniele (Cormons), in occasione della manifestazione “Jazz&Wine of Peace”, è stata inaugurata la sua mostra “BeautyCases”, dove il tema principale era la bellezza. Lei aveva intervistato ventiquattro persone famose e non, chiedendo a loro che cosa fosse la bellezza; e per lei cos’è?

La bellezza in senso assoluto sta nella verità delle cose, quando una cosa è realmente quello che è, quando non c’è finzione, indipendentemente se si tratta di cose immateriali o animate. E la verità la riconosci subito nel mondo dei bambini, dove non ci sono né limiti né condizionamenti.

Jasmine Bodois - Lorena Matic

Jasmine Bodois (1997-1998) di Lorena Matic

Lei è l’unica donna vivente ad avere una sua opera nella collezione del Museo Revoltella. Cosa mi racconta a proposito?

Angela Malesani, critico milanese, aveva curato un progetto che si chiamava “Strada facendo”. Tutte le gallerie di Trieste erano state invitate a segnalare degli artisti che fossero meritevoli di avere una mostra personale al Museo Revoltella; ne era uscita una classifica: Lorena Matic, Carlo Bach e Davide Skerlj. Avevo presentato un progetto su Jasmine Bodois – attrice del cinema muto degli anni ’20 – portando oggetti e immagini appartenenti al suo privato e al suo pubblico e, oltre alla mostra personale e al catalogo, il Museo prevedeva anche l’acquisto di un’opera: ho lasciato un ritratto di Jasmine Bodois su una dormeuse. In occasione della mostra erano stati esposti anche la dormeuse e il ventaglio raffigurati nel ritratto che ho lasciato al Museo Revoltella e che è in collezione permanente, acquistata con i fondi della Fondazione Kürlander.

Come le vengono in mente queste idee particolari, per realizzare i suoi lavori artistici?

Ne ho in mente di continuo, anche adesso, mentre stiamo parlando, me ne stanno venendo tantissime.

Lei che ha avuto modo di conoscere anche artisti importanti, ne ricorda qualcuno in particolare?

Restando nel campo dell’arte visiva, ricordo di Nino Perizi che è stato mio insegnate al Museo Revoltella. Sembrava una persona molto burbera che non sorrideva mai, invece, sotto quell’aspetto un po’ rigido, aveva un animo buono. Per accedere alla scuola del Museo Revoltella si dovevano produrre dei lavori da mostrare a Perizi, poi lui li valutava e decideva se uno poteva entrare subito nella sua scuola oppure se doveva ritornare con altri disegni che lui gli avrebbe dato da fare. Quando mi sono presentata da lui con i miei lavori, li ha sfogliati senza dire nulla e li ha guardati senza manifestare approvazione, tant’è che pensavo di dover ritornare un’altra volta, invece, inaspettatamente, disse che andavano molto bene e potevo cominciare subito. Con lui ho frequentato anche degli stage all’aperto ed è stata una bella esperienza; Perizi era una bella persona che mi ha suggerito tante letture e mi ha indicato punti di vista diversi.
Un’altra persona che mi piace ricordare è Mario Sillani Djerrahian – ho frequentato, sempre al Museo Revoltella, un suo corso di fotografia sulla lettura dell’immagine – un artista che mi ha dato la spinta ad analizzare ed esplorare quelle tante “porticine” che avevo ancora chiuse e sconosciute, e mi ha incuriosito e stimolato molto su l’utilizzo della fotografia. Con lui ho tutt’ora ho ottimi rapporti.

Secondo lei, com’è la situazione culturale/artistica triestina?

La cosa negativa da sempre è il fatto che non c’è comunicazione tra gli artisti: ognuno fa le cose per sé, non c’è confronto, e ha paura di farle vedere agli altri, per timore che qualcuno gli rubi l’idea. Ma, io dico, ben venga se qualcuno ti ruba un’idea, vuol dire che è una buona idea!!!
Forse è a causa di una certa loro presunzione e mediocrità; quando i personaggi sono dei veri artisti sia in ambito teatrale, musicale, che artistico, tutto è più semplice: c’è più disponibilità, apertura, generosità e scambio.

Qual è il suo rapporto con il teatro?

Ottimo direi: nei miei lavori c’è molta teatralità, c’è il travestimento, la messa in scena, la voglia di rappresentare qualcosa. Non so se questo sia dovuto al fatto che per tanti anni ho lavorato come comparsa in teatro, sia a Trieste che a Roma .Inizialmente ho fatto la comparsa perché era un modo per vedere gli spettacoli senza doverli pagare, e poi, pian piano, mi sono appassionata sempre di più a questo genere di spettacolo. Poter assistere come da zero si mette in scena uno spettacolo: dal pianoforte sul palcoscenico con i cantanti, alle comparse, ai cori, ai costumi, alle scene e poi la prova generale e infine la prima con il pubblico è una cosa meravigliosa da vedere.

Il teatro per lei ..?

È legato alla mia infanzia. Perché, come ho già detto precedentemente, quando si è bambini si capisce quello che ci piace di più e quali sono le nostre attitudini che, secondo me andrebbero seguite ed incoraggiate.
La prima volta che sono andata a teatro è stata alle elementari, e ho provato un’emozione pazzesca. Ero andata a vedere la commedia “Sior Todero brontolon” (di Goldoni) e il nostro maestro di scuola Guerrino Sancin – fantastico insegnante di vita – ci ha fatto scrivere un tema sulle emozioni provate. Successivamente, ho continuato ad andare a teatro con mia mamma a vedere le operette; mentre da “grande” sono passata all’opera lirica e al teatro contemporaneo che mi piace molto, come La “Fura dels Baus”, “Motus”, “Ricci & Forte”…

E il cinema invece?

Anche il cinema mi interessa, però riesco ad essere meno attenta alla trama di un film, che al libretto di un’opera lirica.
Mi distraggo dal racconto e mi soffermo di più sulla fotografia, sul taglio di certe immagini, su come si sposta la m.d.p., sui costumi, sulle espressioni, su quanta gente c’è in un’inquadratura, e quindi, alla fine, quando uno mi chiede come mi è parso il film, non riesco mai a dare una spiegazione della storia. Forse dovrei vedere i film più volte…

Fra i vari mezzi espressivi, quale preferisce di più?

Vedendo i miei lavori uno direbbe la fotografia, ma in realtà preferisco la performance. La fotografia che uso tanto, alla fine mi serve per testimoniare una performance.
Nei miei progetti coinvolgo sempre lo spettatore, l’altro; ed è lui il vero protagonista, anche se nelle mie foto ci sono sempre o quasi io. Nei miei lavori c’è una co-creazione da parte dello spettatore nel processo di realizzazione dell’opera, ed il “luogo dell’arte” cede spazio alla partecipazione sociale, assottigliando il confine tra vita e arte.
L’andare da una persona, spiegare cosa voglio fare, coinvolgerla attivamente… forse è più interessante ciò che non si vede, cioè tutto il percorso per arrivare allo scatto fotografico che è solo l’atto documentativo finale di tutto quello che avviene prima, e tutta l’azione è una performance.

Come vede l’arte fra vent’anni?

Spero non si riduca all’essenzialità assoluta, come sta succedendo per i rapporti umani. E’ quasi più semplice una chiacchierata via cellulare o via chat con un amico in Spagna o a Roma, che incontrarsi di persona con un tuo dirimpettaio per un caffè. Mi è capitato di recente a Parigi, di notare come tutti sono sempre connessi con tutti, quindi un’iper socializazzione con infiniti amici, ma completamente isolati. In metropolitana tutti avevano il cellulare e stavano comunicando instancabilmente con altrettanti individui, ma a nessuno veniva voglia di parlare con il vicino di posto. Ovviamente ci saranno nuovi linguaggi ma spero non scompaia l’immaterialità dell’opera o l’immaterialità di pensiero, che sarebbe peggio…

A che cosa sta lavorando?

Sto lavorando a più cose. Una di queste è il progetto per le scuole – “Questa volta metti in scena…Te stesso” – Omaggio a Miela Reina – concorso che, tra il 2014/2015, giungerà alla decima edizione, con l’organizzazione dell’Associazione culturale Opera Viva.
Poi c’è in programma una mostra che sto preparando per “Maravee Corpus”, che è un evento internazionale d’arte contemporanea con vari appuntamenti in Regione e oltre confine, curata da Sabrina Zannier e che si terrà in autunno; poi ci saranno ancora due tappe di “Sledi Spuren”a Capodistria e a Venezia, che è questa mostra legata all’anniversario della Grande Guerra per la quale sono stata selezionata. Sto lavorando anche a due video che hanno due destinazioni diverse e ad un terzo progetto che è ancora in fase di sviluppo. Infine, al cinque settembre, farò parte della giuria alla 49esima edizione dell’EX- TEMPORE di PIRANO, organizzato dalla Obalne Galerije di Piran.

 

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

Ringrazio Lorena Matic per l’artistica chiacchierata!

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.

  • cesare

    Lorena Matic si muove in un mondo tinteggiato dall’Arte e dalla creatività, con iniziative soprattutto rivolte ai giovani per aiutarli a trarre da loro quelle capacità realizzatrici di progetti interiori che, potenzialmente, essi possiedono e che solo devono tradurre in pratica.
    L’Arte per essere vera deve essere nuda, è da vestire, da parte di ognuno, del proprio vestito, della propria inventiva. La foto “nature” di Lorena forse vuole proprio significare questo, ed in ciò vuole essere, credo, dimostrativa, andando oltre la sua semplice visione. L’Arte al giorno d’oggi non è facile, e sembra scontrarsi con altre realtà, che la vogliono quasi soffocare. Lorena Matic con il suo “Questa volta metti in scena …” apre a tutti, soprattutto alle giovani generazioni, secondo le possibilità e le risorse di ognuno. Lei vuole ed intende trarre il “dentro” da chiunque, perché tutti, senza distinzione alcuna, hanno da dire e possono dire in tema artistico. Questo Lorena lo sa bene, ne è convinta e va dritta verso il suo scopo formativo.

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