Omaggio a Carlo Saraceni: una panoramica dei capolavori

Carlo Saraceni - San Bennone - dettaglio

Nella quarta sala della mostra veneziana erano esposte in particolare tre importanti tele, tutte provenienti dalla cattedrale di Toledo. Commissionati dal cardinale Bernardo de Sandoval y Rojas per la sua cappella di famiglia, i tre dipinti raffigurano episodi della vita dei santi protettori della città di Toledo: sant’Ildefonso, santa Leocadia e sant’Eugenio. Completate intorno al 1614, queste tele presentano in realtà una certa discontinuità qualitativa, probabilmente derivante dall’impiego di aiuti attivi presso la bottega di Saraceni. Tuttavia, non rimangono testimonianze relative a quali allievi fossero presenti nella bottega del veneziano in quel periodo. I tre dipinti in questione sono: il “Martirio di Sant’Egidio”, l’ “Imposizione della casula a sant’Ildefonso” (preso in analisi anche nello spazio di questo articolo) e la “Santa Leocadia in carcere”. Accanto ad esse, all’interno della stessa sala, era esposto anche il “Ritratto del cardinale Raniero Capocci” (1613 circa, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi – Firenze). L’ “Imposizione della casula a sant’Ildefonso” rappresenta un episodio della vita di tale importante santo, già arcivescovo di Toledo nel VII secolo. Si tratta, come segnalato da Battaglia, di una scena ‘animata e vivace’, in cui non mancano invenzioni di particolare intensità (ad esempio, si può segnalare il muto dialogo dei due angeli che sorreggono la casula, ma anche il gesto del chierichetto che si protegge gli occhi disturbato dalla luce soprannaturale della scena).

12. Carlo Saraceni, 'Riposo nella fuga in Egitto' ( 1611-1612 _ Monteporzio Catone, Sacro Eremo Tuscolano)La quinta sala dell’esposizione era invece dedicata al tema del sentimento religioso in rapporto al dato naturalistico. Vi erano raccolte opere di dimensioni ridotte, originariamente destinate agli oratori e ad altri contesti privati: l’unica eccezione tra le opere analizzate è costituita dalla grande pala del “San Francesco che riceve le stimmate”. Databili tra il 1612 e il 1614, l’insieme dei capolavori esposti in questa sala includeva il “Riposo durante la fuga in Egitto” (opera commissionata da Olimpia Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII), dipinto caratterizzato da un tono intimo e familiare. Interessante in particolare è un aspetto, legato alla produzione saraceniana dell’inizio del secondo decennio: la tematica dei santi isolati. Queste figure risultano caratterizzate da dei ‘viraggi chiaroscurali’ particolarmente intensi e dagli splendidi fondali paesistici raffigurati nelle diverse ore del giorno (temporalizzazione del racconto, come sottolinea Battaglia). Il “Riposo durante la fuga in Egitto” (1611 – 1612, Sacro Eremo Tuscolano – Monteporzio Catone) presenta chiari rimandi alle opere giovanili del Caravaggio: in particolare, per diversi aspetti, è vicino all’omonimo dipinto del Merisi, conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma. Nel “San Rocco” (risalente all’inizio del secondo decennio del XVII secolo, Museo Nazionale di Capodimonte – Napoli), la figura appare isolata ‘entro un paesaggio sommariamente definito’. Il caratteristico aspetto coloristico della scena, legato alla dimensione sentimentale, appare maggiormente evidenziato dalla presenza del cane, caratterizzato da una resa tonalistica particolare e rappresentato accanto al santo. Una particolare attenzione al tonalismo di eredità veneziana caratterizza questo periodo della carriera di Carlo Saraceni: una scelta che lo portò a rivalutare la propria interpretazione dello spirito caravaggesco. La “Maddalena penitente” (1614 – Pinacoteca Civica,C.Saraceni, Die buessende Maria Magdalena - C.Saraceni / Penitent Mary Magdalene - C. Saraceni/Repentir/Marie-Madeleine Vicenza) è un altro dipinto degno di nota: Paolo Gaudio – monsignore vicentino – lo registrò nell’elenco dei dipinti in suo possesso intorno al 1621. Saraceni dipinse quest’opera a Roma: evidente, dal punto di vista stilistico, è il ‘marcato carracismo’ che la caratterizza. Il già citato “San Francesco che riceve le stimmate” (1614 – chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli, Lanzo Torinese) venne commissionato dal cardinale Bartolomeo Bonasio. Egli fece edificare la chiesa ove il dipinto è custodito e il convento di San Francesco con il denaro derivato dall’eredità di Clemente VIII Aldobrandini, pontefice di cui era stato cameriere segreto. Infatti, nell’angolo destro della parte bassa del dipinto in questione, è visibile il ritratto dello stesso Aldobrandini, sottetto da un angelo. Non vi sono particolari innovazioni in questo dipinto: piuttosto, esso risulta decisamente legato ai modelli tardo-cinquecenteschi tipici di Girolamo Muziano.

La sesta sala dell’esposizione veneziana era dedicata alle opere prodotte da Saraceni nel periodo in cui egli ritornò nella città lagunare (tra la fine del 1619 e l’inizio del 1620). Il rientro nella città natale non fu dettato dal caso: un’importante commissione gli era stata affidata dalla Serenissima: l’esecuzione di un grande telero con la rappresentazione del “Doge Dandolo che incita le crociate”, da collocarsi nella sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale. Saraceni non riuscì a completare l’opera: morì per tifo il 16 giugno 1620. Gli subentrò un suo allievo, il francese Jean Le Clerc: già attivo nella bottega romana di Saraceni, lo aveva seguito nel rientro a Venezia. Saraceni passò gli ultimi mesi di vita nel palazzo Contarini: probabilmente proprio grazie all’appoggio di alcuni tra gli influenti membri della prestigiosa famiglia il pittore aveva ottenuto l’importante incarico che lo aveva riportato nella città lagunare. Saraceni ha lasciato la 14. Carlo Saraceni, 'Estasi di San Francesco' ( 1619-1620 _ Venezia, Sacrestia della Chiesa del Redentore)sua firma in due tra i dipinti analizzati: l’ “Estasi di San Francesco” (1619 – 1620, Sacrestia della chiesa del Redentore) e l’ “Annunciazione” (1619 – 1621, Parrocchia di Santa Giustina Vergine e Martire, Belluno). La destinazione originale della prima tela era legata ad una precisa volontà dello stesso Saraceni: l’opera doveva essere collocata nel convento francescano del Redentore, affinchè i frati capuccini potessero pregare per la sua anima. La composizione è articolata sulla base di linee diagonali ascendenti: ricco di pathos è il muto dialogo tra le figure dell’angelo e del San Francesco. La composizione è ‘solo in apparenza monotona, ma in realtà estremamente ricca di vibrazioni luministiche’ (Battaglia). La seconda opera firmata è l'”Annunciazione”: nel dipinto è riportata anche una data, 1621. Tuttavia essa, con ogni probabilità, si riferisce alla costruzione della “Scuola dell’Annunciata”, struttura alla quale il dipinto era destinato (Saraceni, come si è visto, all’epoca era già morto). Anche in questo caso, così come in quello già analizzato dell'”Estasi di San Francesco”, l’ambiente disadorno permette agli oggetti minori di acquisire grande risalto. Le tonalità sono in generale abbastanza spente, ma ravvivate da alcuni toni più accesi nell’ambito delle vesti.

La settima sala della mostra era dedicata ai collaboratori veneti attivi a Roma presso la bottega di Saraceni. ‘Carlo Veneziano’ fu un importante punto di riferimento, nell’ambito della città pontificia, per i giovani artisti veronesi che vi si erano stabiliti intorno alla metà del secondo decennio del Seicento. Questi artisti emergenti erano attivi presso i cantieri in cui Saraceni operava: l’importante pittore si mobilitava inoltre al fine introdurli nel giro della committenza elevata. Il più noto tra questi pittori fu sicuramente Marcantonio Bassetti (la sua produzione grafica presenta delle grosse affinità rispetto a quella di Saraceni): seguono Alessandro Turchi (detto l’Orbetto) e Antonio Giarola (citato da Saraceni nel suo testamento). Vicino allo stile del pittore veneziano fu anche Pietro Bernardi: una sua opera, la “Sacra Famiglia con S. 15. Pietro Bernardi, 'Sacra Famiglia con i santi Gioacchino e Anna' ( Secondo decennio del Seicento _ Verona, Museo di Castelvecchio)Gioacchino e S. Elisabetta” (Museo di Castelvecchio – Verona), viene segnalata da Battaglia quale testimonianza della ‘precoce apertura della cultura veronese alla poetica caravaggesca intorno alla metà del secondo decennio’. Il dipinto, originariamente destinato alla chiesa dei Minori Osservanti di Isola della Scala, risulta caratterizzato da un’ambientazione severa e spoglia. Il “Sant’Antonio da Padova” (1620 circa, Museo di Castelvecchio – Verona) venne eseguito da Marcantonio Bassetti al suo rientro dal soggiorno romano. Presenta evidenti affinità con la poetica caravaggesca: rilevabili in particolare nel ‘modo sommario di squadrare i volumi’. Nella “Liberazione di San Pietro” (1630 circa, Galleria Estense – Modena) dell’Orbetto risulta evidente la riuscita elaborazione di un modello compositivo bilanciato. Chiari in questo contesto sono gli aspetti di nitidezza formale: si tratta delle prime manifestazioni della fase classicista del pittore, che ben presto sarebbe subentrata allo stile naturalistico d’ispirazione caravaggesca che tanto lo aveva affascinato nel corso del soggiorno romano. Nella sala era esposta anche un’opera del già citato Antonio Giarola (detto Cavalier Coppa): il “Miracolo della mula” (metà del quarto decennio del XVII secolo – San Fermo Maggiore, Verona). Nell’ambito della resa stilistica di questo particolare dipinto risulta evidente la cultura composita del pittore (una costante saraceniana, unita a delle componenti linguistiche derivate dall’area emiliana).

L’ultima sala della mostra era dedicata alle pale pubbliche di grandi dimensioni eseguite da Saraceni nel corso del secondo decennio del Seicento. Queste opere sono una chiara testimonianza della grande fama che Saraceni aveva presso le comunità straniere residenti a Roma. Evidente in questi capolavori è l’adesione del pittore veneziano alla poetica caravaggesca (segnata però da ‘un’attenuazione dell’accento drammatico e da un timbro più sentimentale ed elegiaco’ – Battaglia). Nell’ambito di queste opere si coglie il progressivo cambiamento stilistico di Saraceni avvenuto nel corso del periodo in questione (1610 – 1619 circa). Le pale erano esposte in mostra secondo il loro ordine cronologico. Rispettivamente, esse rappresentano: il “Martirio di Sant’Erasmo” (1610-1612 circa, Museo Diocesano di Gaeta), la “Predica di Raimondo Nonnato” (1612 – 1614 circa, Casa Generalizia dei Padri Mercedari – Roma), “San Carlo Borromeo comunica un appestato” (seconda metà del secondo decennio del XVII secolo, Chiesa dei Servi – 17. Carlo Saraceni, 'Predica di Raimondo Nonnato' ( 1612-1614 _ Roma, Casa Generalizia dei Padri Mercedari)Cesena), la “Predica di san Carlo durante l’Ostensione del Sacro Chiodo” (seconda metà del secondo decennio del XVII secolo, S. Lorenzo in Lucina – Roma), “San Benno ritrova le chiavi della città di Meissen nel ventre di un pesce” (1618, Chiesa di Santa Maria dell’Anima – Roma), il “Martirio di san Lamberto” (1618 – 1619, Chiesa di Santa Maria dell’Anima – Roma). Particolarmente importanti sono la prima e la seconda tela, accomunabili per la resa compositiva e stilistica. In entrambi i casi, la scena è rappresentata all’esterno; tutte e due le composizioni risultano articolate dal basso. Nelle due tele raffiguranti san Carlo Borromeo, l’attenzione risulta concentrata sul fulcro della rappresentazione. I gruppi figurali in queste due opere risultano ravvicinati e in qualche modo incastrati tra loro. Le due pale per la chiesa di Santa Maria dell’Anima sono invece caratterizzate da una grande tensione drammatica (creata dai grossi contrasti chiaroscurali e dalle accese tonalità): si tratta dell’ultima opera eseguita da Saraceni a Roma prima del suo rientro a Venezia.
La mostra veneziana, ben curata e piacevole da visitare, ha avuto un grande successo. Il catalogo scientifico, venduto nel periodo di apertura della mostra presso il Bookshop delle gallerie veneziane, ha il costo di 50 euro. La guida breve, dell’editore De Luca, è stata un grosso punto di riferimento utile alla redazione di questo articolo: lodevoli le schede delle opere realizzate da Roberta Battaglia, utilissime al fine di poter ricostruire e comprendere il percorso stilistico del grande autore veneziano. Il costo del volumetto è di 12 euro.

Nadia Danelon © centoParole Magazine – riproduzione riservata

 

Il link alla prima parte dell’articolo: http://blogger.centoparole.it/2014/09/omaggio-carlo-saraceni-panoramica-dei-capolavori/

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