LA SPOSA: intervista a Mauro Covacich

mauro covacich

 

La sposa è un libro che vuole essere una dichiarazione, o meglio dire, una chiarificazione di quella che è oggi la nostra società, costituita da generazioni di quarantenni “sterili” che hanno scelto di non avere figli e allo stesso tempo da una forte presenza di maternità che viene trasmessa come una sacralità. Si può parlare dunque di denuncia?

 

La sposa è un flusso di pensieri che nel tempo si sono concretizzati attraverso una “scrittura mentale”, ovvero il mio modo di elaborare un libro prima di scriverlo. Hai nominato due grandi tematiche che ricoprono gran parte del mio libro: la sterilità e la maternità. Per sterilità intendo appunto la scelta di molte persone, tra cui anch’io, di non avere dei figli per poter realizzare le proprie ambizioni: la sterilità è una forma concreta di un concetto evanescente, un sentimento di incompiutezza che sento nelle vite delle persone che mi circondano, oltre che nella mia. È la sensazione di non sentirsi mai realizzati. In realtà è questo il concetto guida di tutto il libro che si realizza poi nel termine sterilità. Dall’altra parte mi rendo conto di una sempre più presente imposizione da parte delle nuove madri a presentare un figlio come un gioiello, come un’opera d’arte a cui ogni essere umano si deve inchinare quasi per venerarlo. Una volta non c’era bisogno di elargire l’urgenza di un figlio, si viveva in una sorta di gerarchia e tutto andava bene. Oggi avere un figlio diventa aver creato un capolavoro e questo mi fa pensare che un bambino non sia altro che una protesi del un narcisismo.

 

C’è un motivo preciso che ti ha spinto ha scegliere queste storie e incrociarle tra di loro in un libro?

 

Come ti ho già detto, La sposa è un flusso di pensieri che si concatenano tra di loro. Sono racconti ripresi da libri miei precedenti e altri scritti poi, il tutto con un incontro di fatti di cronaca, momenti puramente autobiografici come il secondo racconto Sterilità, e pezzi inventati, partendo sempre però da un problema, da qualcosa da risolvere. È per questo che scrivo: quando nella mia mente nasce un problema, cerco di risolverlo attraverso la scrittura. Non sono capace di scrivere romanzi inventando di sana pianta una storia da leggere per il piacere dell’evasione. La mia è una scrittura immersa, parto dalla mia esperienza e come obiettivo ho quello di porre il lettore nelle condizioni di avviare con me un percorso di conoscenza. O anche solo di riflettere.

 

I racconti de La sposa fanno ricordare al lettore la quotidianità di ogni essere umano. Tu racconti un momento di Papa Giovanni Paolo II tramandandolo come un uomo, prima che come un personaggio. Lo stesso vale per la storia di Minemaker e Pippa Bacca.

 

Si, avevo questo nucleo di racconti e ho cercato di rendere il tutto il più verosimile possibile, sempre nel tentativo di trasmettere questo sentimento di interruzione, di incompiutezza che impregna il nostro tempo e le nostre generazioni. Ho scelto La sposa come primo capitolo, oltre che come titolo del libro per sottolineare la drasticità della storia di Pippa Bacca, simile a quelle di molte altre artiste, che attraverso una missione sono morte. Pippa Bacca è stata stuprata e uccisa durante la performance Brides on tour, in cui lei e Silvia Moro si erano proposte di attraversare in autostop undici paesi in guerra vestite da spose per donare un gesto solidale. Dare e avere fiducia nel prossimo.

 

Il racconto “Ogni giorno che passa è un quadro che appendo” è autobiografico, giusto? C’è una forma di autocritica?

 

Assolutamente si. In questo racconto voglio sottolineare la mia autodenuncia, o ancor meglio una forma di processo a me stesso, cosa che tendo a fare molto spesso per mettermi in discussione. Quello era un periodo in cui ero particolarmente sicuro di me, le cose stavano andando alla grande con la scrittura e tutto mi sembrava potesse solo crescere. Il problema è nato proprio da tutta questa sicurezza: ho svilito e sottovalutato una dichiarazione evidente di un uomo, in questo caso il cantante Alessandro Bono, che al festival di Sanremo proponeva una canzone intitolata proprio Ogni giorno che passa è un quadro che appendo: dichiarava chiaramente la consapevolezza della sua fine. È morto di AIDS e in pochi lo ricordano come cantante. Allora mi sono reso conto che quando si è sicuri di se stessi, non ci si accorge più di quello che ci sta attorno. Le persone più complessate, invece, sono quelle che hanno una grande attenzione verso ogni cosa che le circonda. È una questione di sensibilità che si espande nei momenti di maggior depressione.

 

Francesca Schillaci © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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Francesca Schillaci

About Francesca Schillaci

Redattrice. Laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Lettere e Filosofia a Trieste. Da sempre amante di letture di classici, si dedica alla musica, al disegno e alla scrittura, prediligendo la fusione dell’arte musicale con la composizione poetica; in Spagna pubblica la sua prima introduzione per un libro di fotografia e una volta tornata in Italia inizia a collaborare con più pubblicazioni online (‘La Voce di Trieste’ , ‘dotART Magazine’, ‘Trieste All News’).