Pop Art Photography: istantanee di Star

American Pop Art - Icone - Roberto Srelz Le vie delle Foto 2014

Polaroid 635 CL SupercolorPolaroid 635 CL. Supercolor. [versión españolaIl gioiello, una delle numerose variazioni in plastica della Polaroid 600 prodotte fra gli anni Ottanta e Novanta, spunta d’improvviso, emerge da una discussione sui vecchi clienti e sulle vecchie fotografie. Ancora all’interno della sua scatola originale in cartone, è priva della cartuccia, ma quasi come nuova e perfettamente funzionante, e promette nuovi scatti, nuove istantanee: in perfetto stile ‘Pop’, naturalmente.

Fotografia e arte Pop. Critici e scrittori molto influenti definirono (spesso senza mezzi termini e con grande rapidità) la Pop Art come ‘non-arte’ ; la diedero per morta immediatamente dopo la sua nascita, o si limitarono a etichettarla come ‘battuta priva di umorismo, ripetuta troppe volte’. Eppure, a dispetto di quei critici d’arte, la Pop Art, che emergeva da un mondo nel quale per essere sommersi dai colori e dalla grafica bastava guardare la televisione o entrare in un supermercato, restava (e rimane tuttora) una delle forme d’arte più … ‘pop’ – popolari – al mondo; un’arte che ha avuto successo e che è riuscita a raggiungere il grande pubblico in un modo difficilmente immaginato fino a quel momento. Un successo non ancora ripetuto dalle forme d’arte succedutesi a essa.

Nessun movimento artistico internazionale che duri più di quindici anni e spazi su tutti i tipi di strumenti, generi e media conosciuti – sviluppando allo stesso tempo anche stili nuovi e forme d’espressione – può venir riassunto in poche frasi o semplicemente escluso dalla ‘Fine Art’, dall’ ‘arte bella’. Lo spazio che abbiamo a disposizione non permette di certo un’analisi completa del movimento, non è sufficiente né pienamente adatto; abbiamo provato, però, a elencare alcuni concetti chiave della Pop Art e a cercare di capire perché, anche per la fotografia, essa sia stata e sia importante, e come abbia contribuito a cambiare la percezione che il pubblico ha dell’immagine aiutando ad attribuire alle opere fotografiche un valore non solo culturale, ma anche economico, prima ritenuto nullo o estremamente basso.

Pop Art - Vintage CameraPrima di tutto, che cos’è la Pop Art? È nel clima di turbolenza, sperimentazione e consumismo inglese che nasce, fra la metà e la fine degli anni Cinquanta, una nuova generazione di artisti che in breve tempo vengono definiti ‘Pop’. Desiderio di quegli artisti è guardarsi attorno e trarre ispirazione per le loro opere dal mondo che li circonda, rappresentando oggetti quotidiani, beni consumabili, fotografia, immagini tratte da rotocalchi, cinema e televisione – e, talvolta, creando arte direttamente da essi, dai nuovi ‘Mass Media’.

Sono artisti ispirati, quindi, dalle cose di ogni giorno; artisti che vogliono esprimersi in maniera forte.

Lo fanno in modo diretto, usando – e osando – grandi pennellate, ondate di colori primari spesso stesi direttamente dalla latta o dal tubetto di colore – con la spatola, con il mocio (lo fece Andy Warhol), con tutto quello che passa per le loro mani o più in generale per il loro corpo: ‘Pop’ è infatti anche eccesso, trasgressione, sregolatezza. L’arte, quindi, fatta di qualsiasi cosa e da qualsiasi cosa: la Pop Art trasforma in arte il mondo moderno con qualsiasi materiale e mezzo ritenga appropriato.

Steve Kaufman - van Gogh with Mohawk - 2007(‘van Gogh with Mohawk’, Steve Kaufman, copyright American Pop Art Inc) 

Riproduzione e sperimentazione. Gli artisti ‘Pop’ adottano metodi commerciali di riproduzione in serie delle loro opere (come la serigrafia) oppure semplicemente le dipingono o realizzano direttamente in grande numero (ed è qui che la fotografia diventa uno strumento di lavoro ‘Pop’ molto diffuso): la ‘Pop Art’ non è più l’arte dell’opera irripetibile, ma, anzi, la vuole riprodurre il più possibile , tendendo all’infinito. I ‘Popisti’ sperimentano cose nuove: colori acrilici, stampe, collage – più tardi, foto Polaroid (Andy Warhol amava il lampo fortissimo del flash della sua Polaroid, che gli consentiva di scomporre il soggetto in pochi elementi di base e in luci e ombre che poi, sulle tele, colorava, rinunciando a qualsiasi dettaglio realistico).

La maestria della mano dell’artista, pur presente (la tecnica della serigrafia, ad esempio, richiede molta abilità), viene messa in secondo piano rispetto alla capacità di ideare, e l’idea stessa di originalità viene sovvertita: quella portata dalla ‘Pop Art’ al mondo dell’espressione artistica è una scossa molto forte – uno scontro, a tratti intellettualmente molto violento, con gli esponenti dell’Espressionismo Astratto, il lavoro dei quali aveva dominato il Dopoguerra americano. Gli artisti ‘Pop’, all’astratto (difficilmente compreso dal pubblico di massa, che è invece il destinatario – il bersaglio – del loro movimento), preferiscono il realismo e l’immagine mondana, unita a forti dosi di ironia e spirito critico.

(AMERICAN POP ART a ‘Le vie delle Foto’, evento fotografico edizione 2014, a Trieste. Gli scatti, realizzati in studio, uniscono la Pop Art dell’artista americano Steve Kaufman (1960-2010) al ritratto fotografico moderno attraverso la tecnologia digitale.)

Debbie Harry e Andy Warhol - Pop Art PhotographyLa successiva ‘Pop Art Photography’ – quella di fine anni Novanta e dei primi anni Duemila, che continua ancora oggi e che anzi trova nuova vita in iniziative culturali di rilievo – cerca di incanalare, utilizzando la creatività e l’occhio di oggi, verso nuove destinazioni l’eredità proveniente da artisti come Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Editoriali, servizi, abiti e foto di moda; oppure ritratti – coloratissimi, vividi, saturi ancora una volta di colori primari che si mescolano ai tratti dei soggetti e alle componenti d’architettura o d’arredo che fanno da sfondo. Foto che richiamano la maestria degli anni Sessanta, che ‘alzano il volume’, che osano di più, sempre di più e che per questo si assumono anche i rischi (visuali) dell’eventuale rifiuto da parte dello spettatore. L’idea di base che sta dietro alla Pop Art è quella di create una forma d’arte dal significato istantaneo: una ‘fotografia del mondo’, quindi, che diventa arte?

Niente potrebbe essere più lontano della Pop Art dal super-intellettualismo precedente e dalle tele sofisticate così amate dai professionisti dell’arte stessi.

Steve Kaufman - American Pop Art IncL’idea più che l’opera. Precedentemente, il fulcro dell’arte era stato l’opera in sé (il dipinto, la scultura, l’incisione …). Senza un’ ‘opera d’arte’, non c’era arte, e l’attenzione era sulla qualità del prodotto finito e abilità nel realizzarlo. Già il Dadaismo si era ribellato a questo e aveva celebrato l ‘idea dietro l’opera’, e gli artisti ‘Pop’ continuarono su questo filone, concentrandosi sull’impatto finale del lavoro più che sull’importanza della sua realizzazione. Talvolta ciò fu interpretato come un tentativo di ribellione ai vincoli imposti – e certamente in alcuni casi lo fu: molti artisti ‘Pop’ condivisero gli ideali anti-artistici e anti-estetici dei primi Dadaisti.

 

Man RayIn generale, però, il ‘Pop’ fu più positivo del ‘Dada’, e si preoccupò di più delle creazione di nuove forme d’espressione e dell’uso di nuovi metodi e di immagini piuttosto che di denigrare la tradizione.

Il fotografo Emmanuel Radnitzky, (1890 -1976) , conosciuto come ‘Man Ray’, viene considerato, per il periodo in cui opera, un ponte fra il Dadaismo e forme d’arte successive, anche se artisticamente non si può inserire in una specifica categoria o in un particolare movimento. Man Ray rimane inclassificabile: incisore, disegnatore, cartografo formatosi a New York, conosce la libertà espressiva e sfugge alle tecniche accademiche, inoltrandosi nella sperimentazione e nell’avanguardia. (‘Man Ray’: in mostra a Villa Manin, Friuli Venezia Giulia)

Molti artisti ‘Pop’, soprattutto di seconda generazione, come Steve Kaufman, resero omaggio al passato e intesero la loro opera come un contributo alla ‘Fine Art’ piuttosto che come una sua negazione.

 

Edie Sedgwick - Andy WarholLo Specchio della Società. La Pop Art voleva riflettere i valori sociali e l’ambiente nella quale si sviluppava, non sovvertirli o distruggerli (non c’erano, negli anni della Pop Art, l’atmosfera del massacro della Prima o della Seconda Guerra Mondiale e il conseguente rifiuto per quel tipo di società). E così, gli artisti ‘Pop’ si concentravano sulle preoccupazioni della maggior parte degli americani: cibo, automobili, sesso. Lo facevano utilizzando immagini forti e fortemente satiriche, e – se venivano criticati per averlo fatto – potevano permettersi di rispondere che non avevano fatto altro che tenere in mano uno specchio di fronte alla realtà che vedevano con i loro occhi (uno specchio messo di fronte alla società moderna – un mondo intero preoccupato dalla ricerca della soddisfazione materiale e impegnato esclusivamente in essa).

La fotografia, di nuovo, e infine. Come altri movimenti, la Pop Art fu una reazione alle convenzioni e ai modelli imposti. In particolare, più arcana e più astratta l’arte diventava, più si sentiva il bisogno di qualcosa di diverso: nasceva così, da questo bisogno, l’opportunità nel quale un nuovo stile, figurativo e più terra terra, potesse farsi strada in due diverse generazioni – la prima, quella dei precursori e dei pionieri portatori di nuove idee, e la seconda – quella di chi sviluppò ulteriormente i temi ‘Pop’ accanto al contemporaneo nascere di nuovi stili.

Diana Ross - Andy Warhol Andy Warhol - Deborah Harry

Warhol fu un pioniere dell’uso della fotografia nella Pop Art e trasformò le immagini fotografiche prese dalla pubblicità e dal giornalismo nelle sue famosissime opere in serigrafia; le sue fotografie servirono quindi come punto di partenza di un’opera d’arte in un epoca nella quale la foto non era considerata nient’altro che qualcosa di effimero, non vendibile e non degno di attenzione nelle gallerie.

Warhol trasformò il ritratto fotografico tradizionale in qualcosa di molto più vicino all’istantanea pura e semplice che all’opera artistica elaborata, dicendo: “La mia idea di una buona fotografia è quella di una foto messa bene a fuoco che ritragga una persona famosa … io non credo nell’arte, credo nella fotografia”.

Andy Warhol - PolaroidÈ impossibile, quindi, parlare di fotografia nella Pop Art senza parlare di Andy Warhol; sia perché Warhol è riuscito a rendere, indubbiamente, se stesso icona suprema della Pop Art in mezzo a tutte le altre icone rappresentate – sia perché le foto di Warhol, profeta della serializzazione dell’immagine – scattate con un apparecchio per cabina fotografica, con una Polaroid, con una 35mm in negativo – sono quasi in tutti i casi uniche, mai riprodotte in larga scala e mai reinterpretate.

La fotografia, peraltro, rimane uno degli aspetti meno conosciuti del suo lavoro – e già questo è straordinario, se teniamo in considerazione quanto del lavoro fatto da Warhol e dai suoi assistenti fosse basato proprio su di essa.

“La ragione per cui dipingo in questo modo”, disse nel corso di un’intervista rilasciata nel 1963, “è perché voglio essere una macchina”. Attraverso la fotografia Warhol poté, in effetti, diventare qualcosa di molto simile.

Pop Art PhotographyLa fotografia ‘Pop’ – vista con gli occhi di oggi – appare semplice, lineare, forse priva di sorprese, eppure affascinante. Ci dà un’opportunità di capire quanto, all’epoca, gli artisti ‘Pop’ tenessero a sperimentare con il mezzo e con la forma, e un modo per comprendere la vastità dei loro interessi: dalle foto fatte alle Star di Hollywood, a quelle fatte ai ragazzi e alle ragazze di strada più belle, a quelle ancora scattate per immortalare le lattine e le scatole di cartone e gli oggetti più comuni.

 

 

Andy Warhol excitingLa scelta della Polaroid o delle fotocamere elettroniche 35mm fatta da Warhol sottolinea la sua tendenza, nella ricerca dell’arte, all’utilizzo di mezzi tecnici avanzati (verso la fine della sua carriera si avvicinerà al computer), una ricerca tesa forse a sminuire l’importanza dell’abilità manuale, così come l’uso delle tecniche di serigrafia aveva già neutralizzato la maestria nell’uso della pennellata. Warhol fu soprattutto un artista che si affidò alla macchina fotografica come personale strumento di registrazione delle emozioni: una ricerca del mezzo tecnico perfetto, ma non della perfezione tecnica.

Su Warhol ci sono molti miti, dai quali emerge comunque la figura di un artista che aveva bisogno del contatto umano e che cercava sempre qualcosa con i suoi occhi, al punto da presentarsi a quasi tutte le feste con la macchina fotografica al collo e da chiamarla spesso ‘la sua ragazza’. Una ‘ragazza’ con cui creava primi piani, foto senza sfondo e ritratti diretti e forti dei volti più conosciuti del suo tempo – foto spesso considerate, forse in modo erroneo – preparatorie per i suoi dipinti: John Lennon, Sylvester Stallone, Dennis Hopper, Liza Minnelli, Diana Ross. I transessuali di New York. I suoi stessi autoritratti. Nella sua pittura, Warhol raramente includeva la presenza umana, mentre nella sua fotografia la ricercava continuamente e la riveriva.

Steve Kaufman - Warhol then and Now(‘Warhol Then and Now’, Steve Kaufman, copyright American Pop Art Inc) 

I soggetti ritratti nelle foto ‘Pop’ sono spesso strappati al loro tempo e al loro contesto: esistono in un vuoto quasi perfetto, dove non significano nient’altro che se stessi. Il soggetto ritratto è quasi sempre attraente, interessante, desiderabile – diventa quasi un simbolo da adulare (di nuovo: un’icona), un oggetto da comprare in quanto conosciuto, famoso. Allo stesso modo questo soggetto è umanizzato, reso vicino a chi guarda attraverso qualcosa – un elemento grafico, un colore – che lo strappa alle luci del palcoscenico e lo proietta nel quotidiano, in un confronto fra il mito immortalato nella foto e la persona che guardava poco prima nell’obiettivo.

Iconatomy - Georges Chamoun(Georges Chamoun, Iconatomy)

E, se ci pensiamo bene: anche se le foto ‘Pop’ scattate dagli artisti che seguirono la mania di Andy Warhol di andare a tutte le feste con una Polaroid al collo finirono con l’essere utilizzate come materiale preparatorio per un ritratto o per un’opera sperimentale, come ad esempio i mosaici di scatti Polaroid – e quindi, se l’opera realizzata divenne poi facilmente riproducibile, anche in massa – il singolo scatto che l’aveva ispirata rimase sempre unico e irripetibile, come unico, e irripetibile, è ciascun ritratto fotografico. In particolare nel caso delle Polaroid, che non hanno negativo e che non possono essere ristampate.

Il fotografo ‘Pop’, intento a isolare, estrarre il suo soggetto dal contesto anziché a comporre la sua foto armonizzando il soggetto con il contesto, fu più di ogni altro protagonista, intento a studiare, incoraggiare il soggetto, farlo posare cercando l’angolo migliore – e fu quindi presenza tangibile. Queste fotografie non erano il prodotto di una mente disinteressata che credeva che per creare arte bastasse premere il pulsante di scatto; erano l’espressione di occhi che sapevano che una macchina fotografica può celebrare la fama e preservarla per sempre.

Oggi, come allora.

 

Roberto Srelz © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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Roberto Srelz

About Roberto Srelz

Editore e direttore responsabile, presidente del gruppo centoFoto , è nato a Trieste. Professionista presso una grande azienda internazionale, è scrittore biografico (ha pubblicato il romanzo breve ‘Per Due Volte’ con ‘Luglio Editore’ ) e fantastico (ama in particolare il Fantasy nordeuropeo e scrive racconti brevi sul Web). Nel 2010 e 2012, con ‘Esaedro’, è stato editore di ‘Lions & Saints’ (Guendal – Ramella) e di ‘Pin Up’ (‘Accademia di Fumetto’, Trieste), collaboratore di dotART, e dal 2009 al 2014 ha organizzato la manifestazione ‘Fumetti per Gioco‘ assieme ad altri collaboratori. Insegna fotografia ed ha partecipato a mostre fotografiche in Italia (l'ultima delle quali su Steve Kaufman con "American Pop Art") e all’estero (Croazia, Polonia e Ungheria).