Alessandro Preziosi: il teatro e la cultura classica

Si sono appena concluse, al Politeama Rossetti di Trieste, le repliche dello spettacolo teatrale “Don Giovanni” che ha visto come NadiaPastorcichregista e attore protagonista Alessandro Preziosi. Una pièce che non segue totalmente l’opera originale, ma che riesce pur sempre a creare un legame tra la classicità del passato e la modernità del presente, trascinando lo spettatore in un mondo magico senza tempo, dove Don Giovanni diventa una figura immortale.

In occasione de “La notte nazionale del Liceo Classico”, tenutasi il 16 gennaio, Alessandro Preziosi ha raccontato le sue esperienze di studente del Liceo Classico al vasto pubblico presente nell’Aula Magna del Liceo Dante Alighieri di Trieste, evidenziando l’importanza della cultura classica italiana e delle potenzialità che può avere se percepita e assimilata correttamente. Preziosi ha subito catturato l’attenzione del pubblico precisando che nella sua carriera liceale è stato rimandato in molte materie, sottolineando come ciò l’abbia costretto a studiarle meglio e, con il tempo, a capirne l’enorme importanza. Dopo il Liceo, Preziosi ha proseguito gli studi presso la facoltà di legge laureandosi in poco tempo e con ottimi risultati, per poi dedicarsi al mondo dell’arte.

Probabilmente molti studenti si sono più volte chiesti se il Liceo Classico possa essere una scelta utile anche ai giorni d’oggi. A rispondere a questa domanda è stato proprio Alessandro Preziosi:

“Il classico non è una perdita di tempo. Il classico per noi italiani ha un senso profondamente umanistico: l’uomo viene esaminato, indagato dal punto di vista emotivo, intellettuale. Chi studia il classico ha la possibilità di accedere ad una cultura umanistica che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. Noi italiani abbiamo creato attraverso la cultura umanistica e classica quanto di più diffuso c’è in tutte le culture: in quella mitteleuropea, americana, sud americana, australiana, orientale. E non dobbiamo permettere che questo nostro patrimonio venga disperso.

La cultura classica è una ricchezza che, una volta acquisita, rimane immagazzinata dentro di noi, senza che noi ce ne accorgiamo. Essere italiani, triestini, napoletani – come me – vuol dire impossessarsi di quella cultura letteraria, che è fatta di lettura e di consapevolezza che quello che noi leggiamo, corrisponde non solo a noi come cittadini della società del 2015, ma a tutta una cultura sociale, umanistica, che è il nostro paese e la nostra storia.
Noi culturalmente, teatralmente proveniamo da quella cultura lontana che ci lega alle tragedie greche ad Ovidio, a Metastasio. Tutte le cose noiosissime che si studiano a scuola, tutto ciò che voi studenti ingoiate malvolentieri, è il frutto del vostro rapporto tra ciò che siete e avete studiato e ciò che la società vi dà.
Spesso, nel cinema, noi apprezziamo molto di più i film stranieri – che non c’entrano nulla con noi – che quelli italiani. Ci abbeveriamo di una cultura che non è la nostra; gli italiani non sanno più rappresentare la loro classicità. Io sono profondamente orgoglioso di essere italiano, cristiano e di aver fatto il Liceo Classico”.

Alla fine di questo intervento alcuni studenti hanno potuto fare un paio di domande all’attore; anche centoParole Magazine ha avuto modo di scambiare con lui qualche parola.

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I suoi esordi teatrali risalgono a molti anni fa, con il regista Antonio Calenda – ex direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Com’è Calenda come regista, e che cosa le ha trasmesso?

Sono passati tanti anni da allora. Calenda è una persona che mi ha insegnato molto, mi ha dato molto, ed era tanto esigente, anche se rispetto a lui io lo ero di più…con me stesso. Ho avuto la possibilità di lavorare con un uomo molto in gamba e, anche se è passato tanto tempo, conservo il ricordo di una persona molto esigente ed intransigente, prima di tutto con se stessa, e poi anche con gli attori con i quali lavora.
Antonio Calenda mi ha instillato in maniera profondamente intellettuale, culturale e, per quanto mi riguarda, anche a livello sociale e umano, un senso pratico del classico, che può sembrare così lontano, nuvoloso, astratto e invece, inaspettatamente, è così vicino. Questo è il classico.

Lei nel “Don Giovanni” è sia attore che regista. Come ha impostato il lavoro?

Ho cercato di farmi aiutare da molte persone – da tutte quelle i cui nomi si leggono nella locandina – come il supervisore Alessandro Maggi, l’adattatore Tommaso Mattei e gli altri. Lo spirito è profondamente collaborativo, quindi alla base c’è un’idea di regia molto molto forte, che aveva bisogno di essere tradotta e concretizzata. In questo caso particolare è stato faticoso: l’obiettivo che volevo raggiungere era di un certo tipo e non l’avrei eluso o reso posticcio per nulla al mondo, e così è stato. Non è stata una cosa facile.

Ma è abbastanza semplice gestire due ruoli così importanti?

No, per niente: bisogna avere una grandissima pazienza. È una questione di fiducia in te stesso: man mano che davo ai miei colleghi delle indicazioni, sapevo che il significato di ciò che trasmettevo a loro sarebbe stato la base del mio lavoro, e poi sarebbe venuto il mio momento.

Il teatro una volta era molto frequentato sebbene l’istruzione non fosse tanto diffusa; ora ho notato che, nonostante ci sia una buona istruzione, tanta gente non ci va più. È vero, secondo lei?

Sì, vero. È una delle migliori osservazioni che abbia mai sentito in questi anni, complimenti. Il teatro è una giusta annotazione di cronaca. C’è meno bisogno di teatro, allora? Non lo so, io non sono un opinionista. Da quello che vedo io, e da quello che osservo attraverso i miei spettacoli, mi sembra che la gente ci sia e che ci sia anche un ottimo passaparola; forse il pubblico è più diffidente: l’istruzione che si ha oggi, a volte, sarebbe meglio non averla, considerando la maniera un po’ raffazzonata e approssimativa con la quale si studia.

Secondo lei, come si potrebbe avvicinare al teatro un pubblico più giovane?

Di giovani a teatro ce ne sono abbastanza, ma non sono sufficienti. Si potrebbero avvicinare attraverso la musica, attraverso scenografie più accattivanti, attraverso l’illusionismo che comunque fa parte del teatro, anche di quello semplice.

Secondo Peter Brook si può fare teatro con nulla o quasi, quindi soltanto utilizzando la parola; anche lei la pensa così?

Bella questa domanda! Lo spettacolo “Don Giovanni” è quello che dici tu: riuscire a creare, tra l’occhio dello spettatore e lo spettacolo che lo spettatore vede, una sorta di speranza. Io non vedo niente, ascolto la storia e con nulla ho la sensazione di essere catapultato in un altro mondo. Tempo fa ho visto “Il flauto magico” di Peter Brook: al posto del flauto, l’attore aveva in mano una canna di bambù, e sul palcoscenico non c’era quasi niente. I primi trenta minuti si può dire che ho dormito, ma gli altri mi sono profondamente commosso. Noi però siamo italiani e ci piacerebbe tanto essere degli spettatori che sanno apprezzare unanimemente, invece ognuno pensa a se stesso.

Io – essendo italiano – ho cercato di rendere il “Don Giovanni” una via di mezzo: la prima parte senza nulla in scena e un secondo tempo con qualche oggetto. Ho provato; mi sono ispirato a Peter Brook, Bob Wilson, a tutto ciò che non c’è e che io attore ti devo far vedere.
Lo spettatore italiano però non è disincantato verso l’arte: se non vede niente dice: “Caspita! Questo non ci ha proposto nulla!”, se vede troppo: “Beh, ha voluto solo raccontare…”. Gli spettatori triestini e italiani sono, a volte, un po’ snob. Il Pop – che sta per popolare – vuol dire riuscire ad avere un giusto equilibrio: essere capaci di raccontare al pubblico qualcosa che sia una via di mezzo tra ciò che non si vede ed è accennato, e ciò che spudoratamente si vede; e così ho cercato di fare io. Lo spettatore va compiaciuto.

Lei nel “Don Giovanni” non ha utilizzato una scenografia tradizionale, bensì si è avvalso della collaborazione dell’artista francese Fabien Ilieu che, grazie all’uso dei mezzi tecnologici, ha creato degli effetti meravigliosi…

Desideravo che lo spazio fosse completamente vuoto: non volevo nessuna forma di scenografia. L’attore doveva essere libero di muoversi, di sentire ciò che recitava senza un elemento che distraesse lo spettatore; invece poi ho trovato una scenografia che colpisce, e se l’attore non è sufficientemente presente a se stesso, rischia di essere inghiottito dalla scena. Questa scelta è nata dall’“amore” che ho per l’arte moderna e contemporanea; mi piace molto l’arte visiva da de Chirico in poi. Per questo spettacolo avevo bisogno di profondità e credo che questa scena, con questo tipo di geometria, ce l’abbia, ne abbia moltissima.

Il teatro per lei che cos’è?

È una casa, una famiglia, il mio luogo di lavoro – come l’officina per un meccanico, come un laboratorio per un pasticcere o per un fornaio – è il luogo dove secondo me si celebra la vita, sia fuori che sopra il palcoscenico.

Prova ancora emozioni quando sale sul palcoscenico?

Sempre.

Quanto conta per lei la tecnica e quanto conta invece l’esperienza?

L’esperienza fa mettere a frutto la tecnica. La tecnica da sola non porta da nessuna parte, come la forza senza il controllo. L’importante è non avere fretta a lasciarsi condurre solo dalla tecnica.

Ho notato che a teatro, nei film e nelle serie televisive che ha fatto, ha scelto sempre dei ruoli legati a personaggi di altre epoche, che non appartengono ai giorni d’oggi. Come mai questa scelta?

Molto spesso siamo scelti; non sempre si è in condizione di scegliere. Credo che per rappresentare la vita di oggi si debbano avere più esperienze, ma per mio interesse culturale mi affascina di più sapere, contestualizzando il personaggio che faccio: in quale mondo, in quale ambiente, con quali abitudini si viveva nelle epoche passate – dal modo in cui ti siedi al modo in cui parli. Con questo non voglio dire che sono un uomo d’altri tempi.

Ho saputo che lei ama molto la musica; da dove nasce questa sua passione?

È impossibile che l’uomo resista alla musica, e su questo credo che non ci sia il minimo dubbio. Su tante cose noi possiamo non trovarci, ma non sull’amore per la musica. Io ho scelto di cambiare mestiere per la musica: la musica – come mi ha detto una volta mia madre – è sinonimo di libertà.
Nei miei spettacoli cerco di mettere sempre della musica; nel “Don Giovanni”, per esempio, il secondo tempo inizia con la Sonata n. 20 di Mozart. La musica è un beneficio fondamentale per tutti.

Lei ha composto le ballate per il film “La seconda notte di nozze” di Pupi Avati. Come’è stato lavorare con lui?

Lui non c’era; ho lavorato con i suoi produttori artistici ed esecutivi. È stata un’esperienza molto estemporanea come piace a me. Non essendo musicista mi posso permettere di potermi liberare, di poter vivere la musica come posso; non ho l’obbligo di dover dimostrare qualcosa e penso che questa sia la forma migliore per continuare, per tutta la vita, a coltivare l’amore verso la musica.

Lei che non è di Trieste, come vede questa città?

Sempre meglio. Tutte le volte che passo per il centro storico mi accorgo che ci sono tante cose che dieci anni fa non c’erano: tanti bar, gelaterie, pizzerie, pizze al taglio, molti negozi nuovi. Una volta, quando c’era un po’ di sole, non si vedevano così tante famiglie in centro. Credo che sia una città in straordinario rispolvero. È una città di mare che potrebbe offrire tante opportunità e vedo che si stanno facendo dei piccoli passi; quindi esorto i giovani a non andarsene – anche se verrebbe spontaneo farlo – ma di restare per coltivare quello che i loro predecessori hanno fatto e creare un nuovo futuro.

Le piacerebbe curare la regia di in un’opera lirica?

Magari, se conosci qualcuno… (sorride). Sì, sì mi piacerebbe molto. Trovo che la musica lirica sia il massimo: il punto di arrivo della carriera di un regista. È quanto di più visionariamente oggettivo si possa offrire allo spettatore, sia per quello che è l’udito, si per quello che puoi costruire intorno.

L’opera lirica che le piace di più?

Il flauto magico.

Ringrazio Alessandro Preziosi per la sua disponibilità e simpatia.

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.

  • cesare

    Indubbiamente simpatica e naturale questa intervista ad Alessandro Preziosi, che ci ha parlato di lui e delle sue passioni.
    Da notare come tutti i personaggi intervistati abbiano lasciato finora giudizi assai positivi sulla città di Trieste.