Arturo Ghergo: il fotografo delle dive

Valentina Cortese - foto di Arturo Ghergo

Arturo GhergoArturo Ghergo nasce nel 1901 a Montefano (in provincia di Macerata, Marche). Già agli inizi degli anni Venti, Arturo ha modo di visitare Roma e di starci un periodo per poi definitivamente trasferircisi nel 1929, dove resta fino alla sua morte – nel gennaio del 1959. Suo fratello Ermanno, più grande di lui, ha già avuto modo di frequentare l’ambiente romano per qualche anno.

Tornato a Macerata, Ermanno – specializzatosi prima come pittore e decoratore e poi come fotografo – apre, nel 1923, uno studio fotografico coinvolgendo anche il fratello, che inizia ad entrare in contatto con il mondo della fotografia e al quale insegna alcune tecniche. Nel 1926, i due fratelli aprono un altro atelier, ma questa volta nel paese natio a Montefano – che resta aperto fino al 1929, data della morte del padre.

Ed è proprio nel 1929 che Arturo si trasferisce per sempre a Roma. Senza grosse disponibilità economiche riesce comunque ad aprire uno studio nella rinomata via dei Condotti, e in poco tempo diventa un abile fotografo ritrattista. Affermarsi in questo periodo a Roma e diventare il miglior fotografo della capitale è un gioco al quanto arduo: bisogna tener conto che vi sono già nomi importanti nell’ambiente fotografico italiano di allora, e anche in zona via Condotti vi è un notevole numero di atelier di noti fotografi come quelli di: Arturo Bragaglia, Elisabetta Petri, Ghitta Carell – la famosissima e ricercatissima fotografa di ritratti di quel tempo – e successivamente, qualche anno dopo, quello di Elio Luxardo – uno dei più importanti e conosciuti fotografi nell’ambiente della ritrattistica; noto anche nell’ambito della moda e del cinema, compie una vera rivoluzione in campo fotografico: la luce diventa la protagonista e il ritocco a mano trasforma i soggetti da lui ritratti che acquisiscono un tono ARTURO E ALICE GHERGOFoto Arturo Ghergo ARCHIVIO GHERGOquasi scultoreo da tanta perfezione e bellezza.

In questi anni la ritrattistica assume, nell’ambito della fotografia, una notevole importanza soprattutto tra l’aristocrazia che vuole farsi ritrarre, un po’ per gloriarsi. Anche tra le classi dirigenti fasciste più alte, farsi ritrarre diventa necessario per poter incidere sul popolo con una propaganda basata sulla percezione visiva. Se nei secoli prima andava di gran lunga di moda farsi ritrarre pittoricamente, intorno agli anni ’30-’40 si predilige la fotografia; non una semplice fotografia, bensì una capace di acquisire quelle caratteristiche pittoriche che le conferiscono un aspetto quasi divino, impalpabile.

Alice Barcinska, nel 1932, dalla Polonia, giunge a Roma; cerca un impiego e lo trova – come assistente fotografa – presso lo studio di Arturo; tra i due nasce una relazione affettiva. La sua permanenza nella capitale romana è saltuaria. Dopo qualche anno Alice rientra in patria e nel 1939 è costretta, con tutta la sua famiglia, ad abbandonarla a causa dell’invasione nazista. Inseguito ad un periodo trascorso in Portogallo e poi in Inghilterra, ritorna a Roma e negli anni Quaranta sposa Arturo Ghergo dal quale ha due figlie: Irene e Cristina. Dopo la morte di Arturo nel 1959, Alice continua l’attività del marito e muore a Roma nel 1999.
Cristina, la figlia dei due, negli anni Settanta diventa una nota fotografa a livello internazionale nel campo della moda.

Per la diffusione dell’ideologia fascista la radio, i cine-giornali, i film, i manifesti pubblicitari e quindi di conseguenza anche la fotografia sono fondamentali – ovviamente si intende prettamente la fotografia documentaria, mentre quella artistica un po’ meno. Arturo Ghergo non cerca il viso che lo ispira per ritrarlo; semplicemente fa foto su commissione. Lui possiede un moderno spirito imprenditoriale. Inizialmente le sue fotografie hanno una struttura simile a quella dei ritratti pittorici di un tempo: i tratti del soggetto ritratto vengono resi più morbidi; per poi passare ad un’essenzialità compositiva, molto vicina alle foto glamour Consuelo Crespianglosassoni.

Il formato standard adottato da subito da Ghergo è il negativo 18x24cm – usato allora dai ritrattisti – mentre 6×6 per le foto famigliari. La scelta di questo negativo fissa in un qual modo un certo target di clientela che non è quella ordinaria, bensì quella esigente. Nel 1932 Arturo partecipa alla Prima Biennale Internazionale d’Arte Fotografica a Roma, presso palazzo Venezia – probabilmente questa è stata l’unica volta che ha esposto le sue opere in pubblico: non amava le mostre, e quant’altro. La fotografia, per lui, è prettamente legata ad un ambito professionale. La sua non è una carriera artistica vera e propria, la sua è una carriera professionale. In alcune riviste, quali “Exelsior”, “Novella”, “Stelle”, “Lo schermo”, “Kinema”, “Piccola”, vengono pubblicate addirittura alcune sue foto – certe finiscono anche in copertina.

La foto di Ghergo che ritrae Leda Gloria – diva emergente – viene usata per la pubblicità della crema Diadermia.
Arturo “dipinge” i soggetti da ritrarre ammorbiditi grazie all’effetto flou e al ritocco manuale; anche l’uso giusto della luce – che plasma la forma – gioca un ruolo fondamentale per questo tipo di foto, dal sapore glamour e molto avanti rispetto alla visione italiana d’allora. Ghergo è ormai conosciuto nell’ambiente cinematografico, probabilmente grazie alle collaborazione con la Cines: Società di Produzione Cinematografica. Ma prima di avventurarsi nel mondo del cinema, Ghergo ritrarre la nobiltà e l’alta borghesia.

Le foto di Arturo hanno un proprio stile e conservano il tradizionale modo di ritrarre unito con i moderni canoni che si vedono sulle riviste di moda più famose di quel tempo. Foto sofisticate per una fascia sociale economicamente abbiente che vuole apparire quasi Alida Valliidealizzata.
La fotografia di ritrattistica vista come prodotto artistico – prima dell’arrivo di Ghergo nella capitale, quindi intorno agli anni Venti-Trenta – la troviamo nei lavori delle fotografe Ghitta Carell, Eva Barrett. Quella di Ghergo è una fotografia diversa, particolare e molto “pittorica, ritoccata”. Secondo Ghergo il ritocco aiuta il fotografo a far sì che la persona ritratta appaia al meglio. Per quanto riguarda le foto che ritraggono gli attori – usate il più delle volte a scopo propagandistico – il soggetto
viene visto come un ideale di bellezza, sofisticato, onirico, intangibile e sono queste le caratteristiche delle foto di Arturo. In poco tempo, in Italia si impone un divismo nazionale – simile ai modelli dello star system statunitense – che si adatta ai canoni rigidi imposti dal Fascismo a partire dalla meta degli anni Trenta.

Nel cinema, la fotografia assume il ruolo di divulgatrice dei modelli etici di riferimento. Non si cerca più tanto la foto d’arte, accademica, pittorica, legata alla produzione di un tempo, quanto quella Glamour; insomma la fashion photography che esprimere il nuovo stile della nazione. Nel 1937 viene inaugurata Cinecittà per volere di Mussolini che trova il cinema come l’arma più forte. Il cinema italiano entra nella competizione globale. Le case di produzione cinematografiche italiane, come la Cines, Titanus, fanno un uso quasi esagerato di fotografie, che anticipano i film che stanno per uscire, per le loro campagne pubblicitarie. Tra la metà degli anni Trenta fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i fotografi ritrattisti impiegati a Roma dalle case di produzione cinematografia sono tanti, tra i quali: Arturo Ghergo, Elio Luxardo, Arturo Bragaglia, Manlio Villoresi, Pasquale De Antonis.

La produzione di foto ritrattistiche di Ghergo raggiunge un’altissimo picco intorno la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, per poi diminuire improvvisamente. Anche perché con il nascente Neorealismo – certamente – lo stile delle foto di Massimo GirottiArturo non si addice al tipo di messaggio che il cinema di quel periodo lancia. È proprio nella fase autarchica italiana che vengono richieste una quantità elevata di foto per il cinema e per la pubblicità. Se prima nelle riviste comparivano i divi americani, con l’autarchia vengono messi in risalto i talenti italiani. Ed è proprio Ghergo a ritrarre le attrici e gli attori più in voga: Isa Miranda, Alida Valli, Marina Berti, Valentina Cortese, Carla Del Poggio, Lea Padovani, Rossano Brazzi, Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti.

Arturo realizza book per aspiranti attrici, prove di fotogenia (fatto prima del provino cinematografico vero e proprio), o il tipico star portrait di divi già affermati.
In questi anni si occupa anche dell’illuminazione scenica di vari set cinematografici come “La fuggitiva” di Bellerini (1941) e “Le due orfanelle” di Gallone (1942) dove ha il ruolo di operatore cinematografico – ma non si è certi di questo. Molte sono le sue fotografie che ritraggono alcune scene di film tra i quali quelli appena citati e “Giacomo l’idealista” del 1942 – il primo film d’esordio di Alberto Lattuada. Dal ’36 al ’43 Ghergo è presente su vari set cinematografici, ma le foto sembrano essere state scattate all’interno del suo studio.

Alice Ghergo ricorda: “le sedute di posa sono spossanti, e non di rado l’attrice fotografata finisce quasi per svenire dallo sforzo al quale è sottoposta sotto le luci calde dei proiettori. Questo è il momento migliore per ottenere l’espressione voluta: la volontà del soggetto non si sottopone più alla volontà del fotografo.”
Ghergo per le sue foto utilizza un fondale di gesso, due lampade da 500watt, una di sfondo per illuminare il controluce, una Nadia-Berlingeri-Sciarrapoltrona, una sedia, e una sdraio. Usa una macchina fotografica di legno (formato 18×24) sulla quale monta l’obiettivo che predilige, ovvero un Hermagis che gli permette di ottenere un’incisione profonda sui piani sfocati. L’esposizione è lunga. Inizialmente usa lastre di vetro e poi pellicole Ferrania o Gevaert, che dopo aver scattato la foto vengono subito sviluppati per vedere il risultato.

Ghergo controllava scrupolosamente la posa, l’illuminazione, il taglio dell’inquadratura, il tipo di obiettivo, la velocità della pellicola, il valore della carta da stampa, il ritocco del negativo, coniugando tutti questi elementi in una sintesi che conferisce una particolarissima cifra al suo stile.” (Alice Ghergo, da Il Piccolo dell’11 novembre 2010)

Arturo ha due assistenti che si occupano dello sviluppo e ritocco delle foto da lui realizzate. Ai matrimoni, per esempio, scatta solo qualche foto alla sposa – i suoi meravigliosi ritratti – mentre i suoi assistenti si occupano di immortalare la cerimonia. Uno dei suoi assistenti, dal 1941, è Antonio Bosco (Tonino), il quale “toglie dal negativo ciò che risulta abbondante con il raschietto e ridisegna i contorni con la matita su una base di mattoleina, stesa sull’emulsione per consentire
alla grafite di fare presa, sfumando le zone incise per dissimulare l’intervento chirurgico.

La stampa, su carte morbide a superficie opaca, su cui all’occorrenza si interviene ancora con sapienti rocchi di ferrocianuro, eseguiti a Sylva Koscinapennello, completa il processo”. (dal libro “Arturo Ghergo. L’immagine della bellezza. Fotografie 1930-1959” a cura di Claudio Domini e Cristina Ghergo).
Anche se il cinema italiano cambia con l’arrivo del Neorealismo, comunque il nome di Ghergo echeggia e tante sono le attrici che si fanno ritrarre: Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Sylva Koscina, Eleonora Rossi Drago, Silvana Mangano. Mentre del mondo delle istituzioni troviamo Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti.

Nelle foto di Arturo prevale il primo piano, tutto è concentrato sullo sguardo, la composizione è accurata, non ci sono elementi scenografici, le pose sono eleganti. Il risultato è un’immagine perfetta, iconica. Anche il ritocco che poi viene fatto manualmente ha un gioco fondamentale: la pelle diventa marmorea, i fianchi e le braccia perfetti, gli occhi pieni di luce e il décolleté impeccabile. Arturo Ghergo non si occupa pienamente di foto di moda, però a volte gli capita di immortalare importanti donne della nobiltà italiana che indossano, come testimonial, vestiti delle nascenti case di moda come Gattinoni, Fontana, Botti, Ventura. Tra le nobildonne che posano per lui troviamo Marella Caracciolo, Consuelo Crespo, Francesca Ruspoli, Mary Il fotografo 1958 GhergoColonna, José del Drago. Intorno la fine degli anni Quaranta molte di queste foto che ritraggono donne importanti vengono pubblicate sulla rivista “Gran Mondo”.

Negli anni Cinquanta, ormai il nome Arturo Ghergo è conosciutissimo e tutto procede bene. In questo periodo inizia a sperimentare le foto a colori, con l’unica pecca che questa non si può ritoccare. Il suo assistente Tonino riesce con i pastelli colorati della Stabilo ad intervenire sull’emulsione delle pellicole modificando così le foto, quasi come faceva con quelle in bianco e nero. Per l’azienda di prodotti fotografici Ferrania, Ghergo produce, in questi anni, alcune immagini pubblicitarie a colori. È proprio in questo periodo che Arturo si dedica alla pittura, che è completamente diversa dalle sue fotografie: un po’ post-cubista, avanguardistica.

Ghergo frequenta molto i negozi di antiquariato vicini al suo studio; tale “attività” gli permette di entrare a contatto con l’arte antica, e ogni tanto acquista pure qualche la Principessa Marella Caracciolo, poi Agnellioggetto, concentrandosi prevalentemente sui quadri. Arturo si interessa anche di arte moderna e tra gli artisti che predilige vi è anche Picasso. Purtroppo realizza solo cinque tele perché nel gennaio del 1959 muore.
A continuare l’attività fotografica del marito fino al 1975 è la moglie. Dopo qualche anno, la figlia minore Cristina prende di nuovo le redini per chiudere definitivamente lo studio fotografico del padre nel 1999.

Recentemente abbiamo parlato di Leonor Fini nell’articolo “Leonor Fini: la vita di una donna emblematica“; un’artista davvero particolare che Arturo Ghergo ha avuto modo di conoscere e fotografare, ma c’è ancora un fatto curioso: La Principessa Marella Caracciolo, poi Agnelli, è stata fotografata da Ghergo con un’opera di Leonor Fini tra le sue mani.

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Mercoledì 14 gennaio 2015 è stata presentata a Roma la prima edizione del concorso fotografico “Arturo Ghergo”. Questo premio si rivolge al mondo della fashion photography. Il tema di questa prima edizione è “la strada”, intesa come set fotografico. I vincitori del premio potranno esporre le proprie opere a Montefano dal 18 aprile al 27 settembre 2015.

 

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.

  • cesare

    Sempre interessanti questi articoli sui fotografi e la loro arte. Attraverso questi servizi possiamio renderci conto, anche se pur sempre solo in parte, di come i “maghi” dell’obiettivo vedono le cose e le persone, come ho già avuto modo di dire per l’articolo recente di Srelz.