San Valentino, e Rodolfo: Carnevale al Caffè San Marco.
All'insegna dell'amore San Valentino al Caffè San Marco - Roberto Srelz

Aperto nel 1914, il Caffè San Marco di via Cesare Battisti, a Trieste, è da sempre un popolare luogo d’incontro. Un luogo per chi desidera la tranquillità di uno spazio ampio (per leggere un libro, sfogliare un quotidiano o studiare), per chi vuole semplicemente trascorrere qualche ora in un ambiente elegante, e anche per chi, la sera, vuole festeggiare grazie agli eventi proposti dall’organizzazione e curati dal personale del Caffè.

 

Anche quest’anno, con Eugenia Fenzi e Alexandros Delithanassis, il Caffè San Marco ha ricreato l’atmosfera allegra e festosa di un Carnevale diverso dal solito, fra i suoi tavolini in marmo, il legno scuro del bancone, le pareti dalle colonne dorate e il fascino della libreria interna. Un Carnevale dedicato a San Valentino (in occasione della festa degli innamorati, che cade il 14 di febbraio) e … alle coppie in maschera, da quelle tradizionali alle più bizzarre. San Valentino al San Marco , quindi. 

 

Perché il 14 di febbraio? Perché San Valentino, e chi fu, nella storia, Valentino?

Il vero Valentino – il Valentino che divenne Santo – fu un vescovo romano. Molto spesso però quando diciamo Valentino e festeggiamo gli innamorati e le coppie, come nella serata al Caffè San Marco, pensiamo a un altro Valentino, che dell’amore, nel secolo appena trascorso, fu un simbolo: Rodolfo Valentino .

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Rodolfo ValentinoRodolfo (seguito da altri quattro nomi) Guglielmi di Valentina D’Antonguella, in arte Rodolfo Valentino (Rudolph Valentino negli Stati Uniti), attore e ballerino italiano che le donne amarono, che Charlie Chaplin e altri grandi ammirarono e che l’uomo medio dell’epoca detestò, fu probabilmente il primo Sex Symbol del cinema, sicuramente il primo ‘Latin Lover’ (termine coniato per lui) e uno dei primi e più grandi divi cinematografici della sua epoca, mai dimenticato.

Rodolfo nacque a Castellaneta nel 1895, terzo dei quattro figli di una dama al servizio dei Savoia, Marie Bardin (cognome in realtà francesizzato per motivi di nascita e costume, dall’italiano: Bardini), e di un capitano di cavalleria e medico veterinario che si sa esser stato appassionato d’araldica (fu lui ad aggiungere al proprio cognome, Guglielmi, il titolo ‘di Valentina D’Antonguella’ dopo studi che l’avevano convinto di essere imparentato a famiglie nobili).
Rodolfo arrivò ad Ellis Island (New York) come immigrato nel 1913, a diciott’anni. Viveva sulla strada e a Central Park, fino a quando non iniziò a lavorare come ballerino accompagnatore nel Tango (il ‘taxi’ – il ballerino che guida le dame e completa la coppia per la danza), al ristorante cabaret Maxim. Rodolfo diventò presto molto bravo a ballare il Tango in modo sensuale, e a spendere il suo tempo assieme a donne ricche, talvolta annoiate, disposte a pagare per avere la compagnia di uomini belli, giovani ed esotici.

Rodolfo Valentino e il TangoValentino si fece rapidamente amica Bianca, un’ereditiera cilena, cosa che sarebbe potuta sembrare una buona idea, ma lei sfortunatamente (ed infelicemente) era sposata all’uomo d’affari John de Saulles, e occorreva fare qualcosa. Quando Bianca divorziò da suo marito nel 1915, Rodolfo testimoniò che John aveva avuto numerosi amanti, incluso qualcuno molto vicino a Rodolfo stesso (un partner di danza). La raffinata, giovane, europea ed inattesa apparizione di Rodolfo al processo, però, suscitò la curiosità di alcuni giornalisti, che misero in dubbio la sua … mascolinità. Nei Ruggenti Anni Venti, la questione veniva trattata in modo molto diverso da oggi: John de Saulles si vendicò della testimonianza facendo incarcerare il giovane ballerino per alcuni giorni con l’accusa di vizi illeciti. E l’intera faccenda con Bianca non andò per niente bene, perché lei sparò al marito, uccidendolo, per motivi legati alla custodia del figlio: il buon Rodolfo, non molto disponibile a rimanere in giro per un secondo round di testimonianze di fronte a maliziosi giornalisti, preferì andarsene all’Ovest, verso la Costa d’Oro, lasciandosi dietro il nome Guglielmi per sempre.

 

Jean AckerIn California, Valentino iniziò ad avvicinarsi al cinema, a recitare in piccole parti, e, così come aveva fatto a New York, a costruirsi una clientela fatta di vecchie signore danarose che pagavano bene le sue lezioni di ballo. Il giovane italiano era talmente affascinante che spesso lo si vedeva comparire alle audizioni alla guida di belle automobili che le sue clienti gli avevano prestato. D’impulso, sposò l’attrice Jean Acker – ma l’ingrata (e autenticamente lesbica) Acker lo chiuse fuori dalla camera da letto durante la prima notte di nozze, e rapidissimamente (sembra poche ore dopo) chiese il divorzio.

Nel 1921, Rodolfo Valentino era il protagonista ne “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse“, film campione d’incassi dell’era del cinema muto. E in quello stesso anno impersonò lo sceicco Ahmed Ben Hassan (un nome arabo risultava affascinante, in quei tempi lontani dal sospetto) ne “Lo Sceicco“, un altro film di grandissimo successo, che consacrò Valentino e la sua immagine come quella di amante tormentato ma irresistibile.

 

Rodolfo Valentino - I quattro cavalieri dell'Apocalisse
In realtà, fu un’immagine che gli rimase attaccata addosso, e che lui sempre detestò; e non andò meglio con la critica, perché un giornalista argomentò, su una rivista, sul fatto che “(…) lo sceicco è un arabo fantoccio, in realtà è un inglese figlio di un’immigrata italiana o qualcosa del genere“.

Valentino si infuriò per l’offesa fatta a sua madre (il ‘qualcosa del genere’, nel 1920, era facilmente interpretabile), e giurò di uccidere il giornalista se lo avesse incontrato per strada. La rivista si scusò, e promise di scrivere degli articoli più favorevoli al buon Rodolfo … ma pochi mesi dopo, fu la volta di un articolo in cui si descriveva la ‘faccia romana’ di Valentino sulla quale svettava ‘il suo parrucchino’ e si descrivevano in maniera derisoria le sue capacità di far girar la testa alle donne … di una certa età. Non era poi un articolo così severo od offensivo: si trattava di un perfetto esempio di un pezzo giornalistico destinato all’Uomo Qualunque americano, invidioso di quel giovanotto troppo bello, troppo bravo a ballare e attorniato da troppe belle donne, ma Valentino non apprezzò i riferimenti alle sue ‘lunghe ciglia’ e agli orecchini che portava nel film.

Rodolfo Valentino e Natacha RambovaIl mondo maschile, decisamente, non lo amava (anche se qualche suo ammiratore provava ad imitarlo). I suoi film successivi furono un susseguirsi di alti e bassi, e dispute legali lo costrinsero ad allontanarsi dal cinema per qualche tempo. Nel 1922, sposò Natacha Rambova, una costumista, artista e attrice occasionale: niente da fare al primo tentativo, al termine del quale fu raggiunto da una denuncia per bigamia (il processo di divorzio dalla Acker non era stato portato a termine). Rodolfo dovette immediatamente annullare il matrimonio con Natacha, con la quale si risposò l’anno dopo.
Per poter riprendere con il cinema (e pagare la Acker), c’era bisogno di lavorare, e, antesignano del movimento ‘Pop’ , Rodolfo si unì a un festival di danza itinerante per tutti gli Stati Uniti e il Canada, sponsorizzato dai prodotti di bellezza Mineralava. Rodolfo e Natacha si esibivano come ballerini e intrattenitori – antenati dei contemporanei organizzatori di eventi e delle agenzie di moda – e Valentino, in particolare, era giudice nei concorsi di bellezza.

 

 

Natacha RambovaRitornò al cinema nel 1924 nel film Monsieur Beaucaire. Il film e la sceneggiatura, in stile Luigi Quindici, erano belli – il progetto ebbe successo. Purtroppo, però, la parte costringeva Rodolfo a pesanti sessioni di trucco e lo vedeva impegnato in un ruolo … decisamente femminilizzato. E ancora una volta i giornali si scatenarono nelle insinuazioni. Sempre più sensibile alle critiche rivolte alla sua mascolinità, il nostro Latin Lover iniziò a prestare più attenzione alle parti che sceglieva e … divorziò da Natacha, dando il via a nuove e, se possibile, ancor più forti insinuazioni, questa volta anche pubbliche, sulla sua omosessualità e sul fatto che si fosse impegnato in relazioni con donne e matrimoni di convenienza per nasconderlo.

Nonostante Rodolfo sia l’idolo di molte coppie Gay, non c’è alcuna prova o testimonianza, né c’è riferimento in nessuna delle biografie scritte da terzi, sul fatto che Rodolfo Valentino, o Natacha Rambova, fossero omosessuali. Le insinuazioni di allora riflettevano i pregiudizi dell’epoca, senza dubbio alimentati dallo stile di Valentino e dai suoi gusti più raffinati e maggiormente europei rispetto a quelli della California. Le testimonianze, semplicemente, riferiscono come Valentino soffrisse per quanto veniva detto su di lui, e fosse un uomo sensibile alla ricerca di un legame autentico e duraturo con una donna, che, malasorte, non aveva ancora incontrato.

Rodolfo ValentinoE, malasorte, il cinema ormai lo voleva così. Era nato un mito. Fu praticamente costretto a girare un secondo film sullo ‘Sceicco’, e i giornali scrissero che Valentino aveva fatto installare un distributore di cerone nel bagno pubblico, chiedendosi che cosa ne fosse stato ormai dell’ Homo Americanus e perché mai “Rudolph Guglielmo’ (…) non fosse stato silenziosamente annegato da qualcuno, a Ellis Island anni prima, anziché accolto in America“. “Questo non è giusto“, disse Valentino a un giornalista dell’Examiner, “possono anche dire che sono un attore terribile, ma è da vigliacchi prendermi in giro per i miei gusti personali e la mia vita privata. Mi chiamano ‘aiutante giardiniere mangia-spaghetti’ … per quanto riguarda l’aiutante giardiniere, posso dire che ho studiato il giardinaggio a scuola perché in Italia è considerato arte così come l’architettura e la pittura“.

La questione si trascinò per un certo tempo, per la felicità del produttore del film data l’immensa pubblicità ricevuta, e finì con una sfida a pugni a Chicago, nel corso della quale Valentino atterrò un incredulo giornalista che aveva raccolto la sfida, per poi scusarsi con lui e aiutarlo ad alzarsi.
La vittoria nella sfida a pugni non servì comunque a molto: più Valentino insisteva a volersi dimostrare maschio, più sollevava dubbi sul fatto che lo stesse facendo per nascondere qualcosa. E ciò lo rendeva molto infelice.

Rodolfo Valentino - Il figlio dello SceiccoIl Figlio dello Sceicco”, del 1926, fu un successo: una folla di migliaia di ammiratori, alla quale l’attore sfuggì a stento e con gli abiti strappati, lo attese all’uscita della prima. La cosa più importante per lui fu il concentrarsi dei giornali sulle scene nel deserto e i combattimenti, e sul braccio da pugile dello Sceicco, e queste cose non lasciavano dubbi sul fatto che l’attore fosse virile. Le insinuazioni, pian piano, sarebbero finalmente scomparse, anche se lo Sceicco aveva l’ombretto e un filo di rossetto sulle labbra. Dopotutto, era un attore del cinema.

Due settimane dopo, Rodolfo Valentino ebbe un collasso, totalmente inaspettato, nella sua stanza d’albergo: operato d’urgenza per un’appendice perforata, sembrò recuperare, ma una pleurite, dopo una breve agonia nel corso della quale fu lucido, lo fece scivolare nel coma, e non si riprese più.

Morì il 23 agosto di quell’anno.

 

Pola Negri - foto di Edward SteichenAlla notizia della sua morte, più di centomila persone si radunarono nelle strade, a stento contenute dalla polizia di New York. Alcune delle sue ammiratrici si suicidarono; l’attrice polacca Pola Negri, che era stata sua amante, svenne sul suo feretro – annunciò, qualche tempo dopo, che sarebbe dovuta diventare la sua terza moglie, e reclamò il titolo di ‘vedova di Rodolfo Valentino’. Per il suo funerale, quattro guardie d’onore in Camicia Nera, mandate da Benito Mussolini, scortarono la bara (si seppe poi che si trattava di attori ingaggiati per fare pubblicità, che nulla avevano a che fare con il regime italiano), e migliaia di rose rosse, disposte a formare il nome ‘Pola’, furono disposte in bella vista. Per molti anni, una donna velata si recò alla tomba di Valentino nell’anniversario della sua morte, per posare altre dodici rose rosse e una bianca sulla sua tomba (altre donne in cerca di pubblicità, che gareggiavano fra loro gettando a terra le rose della ‘vedova’ giunta prima di loro, tutte in cerca di uno scatto dei fotografi).

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Le cronache d’altri tempi, comprese le storie d’amore, spesso non sono racconti di felicità e non hanno un lieto fine: il 14 febbraio è l’anniversario, secondo ciò che si tramanda, della … decapitazione di Valentino, un prete cristiano che si era opposto a Roma e al desiderio di un imperatore, Claudio Secondo. E lo scontro fra Claudio e il vescovo Valentino, culminato nell’esecuzione di quest’ultimo, fu probabilmente di natura più pragmatica – politica e personale – che amorosa. In ogni caso, comunque, il 14 febbraio fu un giorno funesto per il vero Valentino.

Quasi un secolo dopo la sua morte, dell’ ‘altro Valentino’ – di Rodolfo Valentino – non si ricorda più il viso, ma si ricorda il nome, e lo si confonde, a volte, con quella ‘festa degli innamorati’ che cade durante il Carnevale. Festa d’origine romana, ma una festa comunque legata all’amore, a quell’immagine d’amore latino, seducente, carnale ma cortese che legò per sempre il nome dell’attore italiano alle donne, e che lo fece diventare immortale. Che lo rese, eternamente, simbolo della seduzione.

Roberto Srelz © centoParole Magazine – riproduzione riservata

[foto a colori: Roberto Srelz e Alberto Bastia. Foto in bianco e nero: repertorio]

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Roberto Srelz

About Roberto Srelz

Editore e direttore responsabile, presidente del gruppo centoFoto , è nato a Trieste. Professionista presso una grande azienda internazionale, è scrittore biografico (ha pubblicato il romanzo breve ‘Per Due Volte’ con ‘Luglio Editore’ ) e fantastico (ama in particolare il Fantasy nordeuropeo e scrive racconti brevi sul Web). Nel 2010 e 2012, con ‘Esaedro’, è stato editore di ‘Lions & Saints’ (Guendal – Ramella) e di ‘Pin Up’ (‘Accademia di Fumetto’, Trieste), collaboratore di dotART, e dal 2009 al 2014 ha organizzato la manifestazione ‘Fumetti per Gioco‘ assieme ad altri collaboratori. Insegna fotografia ed ha partecipato a mostre fotografiche in Italia (l'ultima delle quali su Steve Kaufman con "American Pop Art") e all’estero (Croazia, Polonia e Ungheria).