Alice nel caffè

Alice rise: «È inutile che ci provi», disse; «non si può credere a una cosa impossibile.» «Oserei dire che non ti sei allenata molto», ribatté la Regina. «Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.»

Notte. Tutto d’un fiato la sveglia il rumore deciso dei suoi talloni che si precipitano dal letto al corridoio. Le piastrelle piangono di marmo. Vive in una piccola stanza bianca ricolma di appunti volanti e pile di libri, la parete di fronte al letto si distende in un’ampia finestra che lei indica tremante tutte le notti. Adesso sta girando in tondo attorno al letto, è un risveglio nel sonno. Si stende piatta sulle lenzuola stirando le braccia più lontano dei bordi e declama come un paziente eterizzato sulla tavola. Ripete stralci del canto d’amore di J. A. Prufrock da tre notti ormai, è sabato. Io sto qui invisibile, la sorveglio affinché non si faccia male in uno di questi teatri onirici privati.

Alice vive nel caffè. Non perché ne beva molto, anzi non è legata al caffè da nessuna abitudine. Ne beve quando ne sente il preciso bisogno, non capita di solito mai più di una volta a settimana. Il caffè non è per lei neanche una specie di rituale, non avrebbe avuto senso prestabilirne il momento. Lei vive nel caffè: ne è permeata, totalmente assorbita da quella trama nervosa sempre troppo sensibile che la tiene occupata giorno e notte, insopportabile senza la potenza liberatrice di quei granelli, piantagioni arabiche, distese verdeggianti tra elefanti e bambù, dovunque siano. Il caffè la sveglia e la fa sognare, è la sua colpa e la sua soluzione, il suo farmaco. Le scorre nelle vene sovraeccitate dal mondo impazzito impedendole di non ascoltarlo, la costringe a dilatare i suoi polmoni e a respirarne i tradimenti e le fughe fino all’ultima goccia. Il caffè è tutto quel che le scioglie dentro il mondo e la obbliga a sputarlo fuori sotto forma di nomi, come una specie di incubatrice. Nomi giusti. Alice impregnata di caffè vede i suoi incubi ad ogni ora del giorno, mercoledì mattina impieg un sacco di tempo per svegliarsi. Un sacco fatto di juta, ne era rimasta prigioniera non avendo macinato per tempo quel nome, Romeo.

Nel dormiveglia Alice si ricorda di come Romeo non sopportasse il caffè, perché lo teneva sveglio la notte. Quando and finalmente da uno psichiatra capì che era la depressione a causargli l’insonnia, non il caffè. Passava le nottate a fissare il soffitto di cartapesta del loft in cui abitava, guardava il cielo ogni notte in preda a domande stringenti. Una volta Alice lo obblig a mangiare del tiramisù, era Capodanno. Avevano passato la prima mattinata dell’anno a guardare il cielo dalla finestra sul letto, senza decidere che fare. Tana di braccia, lui le leggeva And indeed there will be time To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?” Time to turn back and descend the stair, Do I dare Disturb the universe? In a minute there is time For decisions and revisions which a minute will reverse. For I have known them all already, known them all:—Have known the evenings, mornings, afternoons, I have measured out my life with coffee spoons; So how should I presume?

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Traduceva all’impronta così che anche lei potesse seguire il poeta.

Qualche ora dopo, al termine del pranzo festivo improvvisato, Alice aveva estratto dal frigorifero il suo tiramisù. E lui non ne prese una fetta intera, ne assaggi solo un cucchiaino dal suo piatto mentre con la schiena protesa verso gli ospiti, gesticolando e abbracciandola insieme, raccontava di loro due, di quanto lei fosse bella e di quanto lui rimase folgorato sulla spiaggia al primo incontro. Lei si arrabbi , perché stava romanzando una situazione ben più spinosa, non innocente e pura come lui la dipingeva. Lei non credeva alla sua innocenza, le sembrava nascesse sempre da volute dimenticanze, in scenari vuoti e bianchi in cui a un certo punto imprecisato Romeo apriva i suoi grandi occhi lucidi come specchi, quasi che più fosse riuscito ad allargarli più avrebbero convinto il mondo del proprio amore. Alice interruppe bruscamente questa partizione di verità così ignorante, e soffriva di non potergli credere, soffriva perché lui non inseriva mai nel racconto le storture. “Non ci hai pensato. Menti perché hai bisogno di credere a quello che racconti e lo piazzi come un trono su tutto il resto di te stesso, come se così potessi già essere chi racconti di essere. Non vale a niente il tuo racconto commerciale, pubblicizzi un sogno che si dimentica di noi”. Romeo non diede a vedere d’essersi offeso, sapeva che era vero, e che lei non avrebbe smesso di farglielo notare. Se ne and nella stanza più fredda della casa trascinando i piedi, chiese di poter dormire un po’, rimase lì per più di un’ora. La mattina seguente si lament di non aver dormito la notte per via di quel cucchiaino di tiramisù: a tenerlo sveglio non era il caffè ma la coscienza, gli disse Alice in vestaglia, sorseggiando la sostanza incriminata. “In nome di che cosa giudichiamo, noi che giudichiamo?” le chiedeva la pagina su cui stava sbriciolando la colazione. Giudicava Romeo, sì. In nome dei nomi, perché le parole fossero rispettate. Ha senso giudicare in nome di questo, decreto io che veglio su di lei. (Sì, ma ci sbagliavamo entrambe).

Malignalice caffeinomane soffriva della tortura benefica della veglia nel sonno. I sogni erano la sua terra delle meraviglie, o meglio, gli incubi. Per questo non sopportava chi li interrompeva con idilliaci primi incontri, privati del punteruolo di verità piantato in mezzo agli occhi. Nei veri scenari pastorali c’è sempre una tomba. Una tomba, una lapide, è la fontana-sarcofago in mezzo al quadro che li rende veri, e lui avrebbe dovuto saperlo, credeva Alice. Ma qui si sbagliava, Romeo non avrebbe dovuto affatto. Poteva serenamente continuare a farne a meno cibandosi di diversivi antidepressivi, mica esistono solo le pillole.

Spazzati via i ricordi e tornata agli incubi, quando Alice si svegli erano ormai le cinque del mattino ed era fermamente convinta che il suo insegnante, quello di cui avrebbe dovuto seguire il seminario delle tre, fosse morto. Questo recitava quella notte una parentesi dell’incubo ancora in corso. Si trovava nell’intermezzo frivolo tra due pesanti atti, la notte e il giorno, in quei cinque minuti di rimando felice per abituarsi nell’anticipo all’idea di un nuovo giorno. Ma Alice non aveva mai posseduto una sveglia, si svegliava quando per il suo corpo diventava impossibile restare inchiodata al letto, per cui quei cinque minuti d’intermezzo potevano prolungarsi all’infinito, senza assolvere alla loro fondamentale funzione di trapasso. L’intermezzo: in una piccola stanza tutta bianca e squadrata, vuota di cose tranne che per una scrivania al centro, pallida e fredda anch’essa, dall’aspetto del foglio bianco su cui non si sa cosa scrivere. Sulla scrivania confusione di fogli a protocollo quelli del liceo, piegati a metà per scrivere e correggere i temi, tanti di questi sfogli sparsi scritti in blu con l’inchiostro liquido. Dietro questa montagna c’è Gaulenti, il suo insegnante di filosofia, seduto su una poltrona girevole di pelle. Ha una faccia bonaria come se avesse molti denti cariati da marachella, quelli dietro per , denti storti e cariati da nascondere per via dei dolciumi e allora un sorriso che forse c’è o forse no. Si copre la bocca con la mano quando ride con gli occhi così accesi, ma quando parlandole si lascia guardare i denti, Alice vede che non sono né storti né cariati. Spazio vuoto attorno alla scrivania, poi vicino alle pareti ci sono persone, studenti, non è importante chi sono ma è molto importante che ci siano, stanno ai bordi della stanza.

(L’intermezzo che sto raccontando è una parentesi dell’incubo lungo i due atti che si svolge nella nebbia in una baia e ha tutt’altra atmosfera. I due atti di veglia e sonno non si distinguono nella mente di Alice distesa sul lettino, sto provando a districarli. Non posso separarli completamente se anche lei non lo fa. Questo intermezzo è la parentesi bianca che poi una volta chiusa si scoprirà quanto ricada nella nebbia torva, anch’essa. E non solo perché al centro della parentesi succede una cosa incredibilmente calda avvolgente e pienissima di senso che poi finisce. E’ solo in questa parentesi di sogno che Alice si sogna dentro di sé. Nel resto del sogno, fuori dalla stanza chiusa, che è una cella, lei sta sopra e guarda da poco più in alto della linea dell’acqua, gravita al di sopra del mare nella baia. Qui nella stanza Alice guarda Gaulenti dai suoi occhi, che sono sopra il suo naso e la sua bocca e non altrove, qui il corpo non è sparso).

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Alice entra nella stanza e vede quello che ho descritto. Pone all’insegnante delle domande sul dispositivo escatologico cristiano di cui alle tre discuteranno al seminario, in un clima stupendo che avvererà il sogno, per un verso. In questo dispositivo il professore macina e spiega, parla con la voce da ragazzo e i denti da marachella e inizia ad agitarsi, ma agitarsi sorridendo, perché si accorge che Alice non lo capisce. Nella realtà non si agiterebbe quando una studentessa non capisce, non è il tipo di professore vanitoso che non sopporta di non essere evidentemente affascinante come la luce. Alice lo sa che nella realtà intatta non sarebbe così ma per lei non importa ora distinguere primo e secondo atto, continua a montare il sogno lasciandolo scorrere, il caffè la incalza. Chiede all’insegnante di spiegarle in pratica cosa vuol dire la tensione escatologica, la fonte-sarcofago, la scrivania-cattedra: il mondo sta per finire e siamo felici e impazienti di gioia/ siete sposati ma fate come se non lo foste – questo fa un’immensa paura ad Alice che non capisce cosa centra il terrore con la gioia. Ha bisogno di una spiegazione emotiva dei personaggi escatologici, profeti magici e impazziti, di cui Alice non riesce a capire se siano terrorizzati dal tradimento di loro padre che se n’è andato o felici perché la fine, stando così le cose, è imminente.

Comunque, il punto è che per far capire ad Alice la natura dei suoi dubbi, Gaulenti si alza, và vicino ad Alice dall’altra parte della scrivania, e decide di ballare insieme a lei. Le prende la mano, il braccio dietro la schiena, ballano come il valzer. Non c’è niente di ambiguo, è tutto molto casto. Ci sono tutti gli studenti ai bordi della stanza che li guardano e nessuno, né lui né loro, trovano qualcosa da ridire al ballo, Alice si sorprende di poter ballare con il suo insegnante senza che nessuno sospetti, senza che lui sospetti, senza che lei stessa sospetti, anzi forse lei è l’unica che pensa male, al centro della stanza. Ballano ed è così che lui le risponde. Nella sua danza di gravità le fa sentire questo benedetto problema o soluzione al problema che non riusciva a capire quale fosse, e la mente di Alice si scioglie, è tutto incantato, dolce, balsamico. Sono, siamo, tutti in pace… Una cosa felice, appagante, giusta né di rispetto né di peccato ma molto più casta che colpevole, talmente diva e pura da uscire da ogni opposto, gli occhi casti sono chiusi è tutta una questione di tatto, calore e pelle, pelle che combacia. Non pensa più male Alice, quando Gaulenti la bacia, perché bacia da signore. Così lei capisce, in uno di quei momenti mistici perfetti, e inizia a lacrimare. Lui è arrivato all’idea geniale del giorno, dice “Eureka!”, glielo mormora in bocca. E’ allora che gli inizia a schiumare dalla gola. Stacca la faccia da Alice e inizia una crisi che lo fa crollare a terra, convulsioni. Gli studenti in massa attorno a lui, chiamate un dottore sta per morire, ma lui è vigile, la continua a guardare fisso. Alice crede che forse è colpa sua, perché ne ha pensato male. Non si muove, non si accovaccia a stargli vicino non gli dà una mano non fa niente. Sa che morirà, vivrà altri due giorni e li trascorrerà in campagna con sua moglie e i suoi figli, andrà lì a morire e Alice non lo disturberà. La moglie di Gaulenti è nella cella durante il bacio, e stava lì lieta, sospesa ma presente, non c’è contraddizione nel momento del ballo per cui non esiste lì idea di tradimento, lui la spazza via dalla mente di Alice baciandola. E poi muore, ma non è colpa di Alice. Al risveglio lei ci mette un’infinità a realizzare che era un sogno e che Gaulenti non è morto davvero, e che non serve cercare le parole per dirlo a qualcun’altro che ancora dorme nella stanza accanto. Alice si sveglia piangendo per la sua accidia che la uccide ancorandola a letto nella juta. Il problema sta nel fatto che è lei stessa quella che ancora dorme nella stanza accanto. Primo e secondo atto, veglia e sonno, non riesce a decidere da quale iniziare, quale tenere per vero. Così nonostante sia solo un incubo, Gaulenti è morto davvero e dal suo inizio di morte in poi tutto per lei ritornerà terrificante, a partire dall’allontanamento del danzatore in campagna, Alice non lo rivedrà più, perché è quasi estate e l’intermezzo è giunto alla sua coda.

La baia di nebbia che strofina la sua schiena sui vetri è di nuovo tutto intorno a lei, e non la abbandona così facilmente come la lancetta delle cinque, e poi quella delle tre. Qualche ora dopo infatti, dopo il seminario dove Alice incontra Gaulenti ignaro e redivivo, un prete la incontra a Sant’Andrea della Valle, e pensa male di lei. Alice gli aveva chiesto aiuto per trovare la sacrestia, forse era la sacrestia il luogo che stava cercando nella sua poesia, lì un attore delle sei avrebbe dovuto recitare il Paradiso. Il prete si scandalizza per l’intromissione nella preghiera inginocchiata, stava recitando il rosario e lei lo ha interrotto. Alice è felicemente terrorizzata e come ho detto non bada ai culti, non pu . Offesissimo il prete le urla sottovoce sibilando che la sacrestia è chiusa chiusa chiusa non oltrepassare le corde non mi rivolgere la parola. Ma perché esistono i preti? Si domanda Alice. Almeno in quella chiesa c’è uno specchio steso sul pavimento della navata centrale, per guardare in alto guardando in basso la luminosissima gloria del Paradiso nella cupola. E’ quell’incubo fosco il suo paradiso, una cella? La sua pace sta nella danza di Gaulenti che muore insegnandole il bacio castoerotico di cui non si dà colpa? Grazie a quel prete impegnato Alice ripiomba nella baia di nebbia, cercando la sacrestia dove il vecchio attore sta recitando l’ultimo canto della Commedia. E’ Roma il suo corale caffè letterario pensa, dove anche le cupole ne bevono. Nella cupola è di nuovo notte, Alice tasta le anemoni marine tra gli scogli nella baia, le sue palpebre sono appiccicate nelle ciglia non pu aprire gli occhi perché il suo incubo non vuole chiudersi, e lei nella cupola non deve permettere ad Alice che dorme di aprire gli occhi prima che abbia trovato nel sogno, per cercare devono rimanere chiusi. A tentoni nell’acqua e nella roccia cerca quindi la via d’uscita, l’interruttore, ma non è ancora il tempo di trovarlo e le sue dita diventano più gelide a ogni nuova ermetica immersione. Suda freddo in quell’acqua stagnante che le affossa la memoria, che fa del fango il suo sangue. Alice si trattiene in quella baia di morte da nove mesi, perché cerca qualcosa che non sa. Quando nei sogni un’azione le si ripete insistente non è per il suo significato ma perché si sta svegliando e non sa più come andare avanti. E’ il punto cieco del sogno, dove le prospettive fugano nel vuoto. Come un ragno deve dormire, non svegliarsi, deve vegliare nella notte, vergine savia il caffè è il suo olio. All’inizio dei nove mesi era felice della luce incantata che avvolgeva la baia. Lei e Romeo c’erano arrivati con un’auto noleggiata in aeroporto, dalla strada sterrata in cima alla scogliera. Guidava lui. Si erano scelti questa baia al confine dei sogni già sognati come la loro nuova poliforme Chiesa. Qui si sarebbe celebrato il loro secondo battesimo, si sarebbero cibati dei propri corpi, e poi finalmente il loro primo matrimonio, prima nei sogni stavolta. Attendere solo una stagione, affinché le ghirlande di fiori che ornavano naturalmente la baia diventassero meno pallide fino a esorbitare d’arancio. La loro Chiesa, la loro famiglia, il loro nuovo cuore sarebbe stata quella baia. “Le lenzuola! Dobbiamo rifare il letto, le lenzuola non arrivano a coprirci i piedi, tira le lenzuola dalla tua parte, io le faccio rivolare da capo così si stendono con l’aria, vanno stese senza pieghe su questo letto-palafitta.” Tre mesi dopo il loro letto stava ancora adagiato sull’acqua, in fondo al molo verso il mare aperto, sorretto da pilastri di roccia. Era diventato la fontana-sarcofago che lui non aveva voluto pensare. Alice abbandonata ora la guardava da sola e solo nell’incubo, seguendone le iscrizioni nella pietra per scoprire come fargli sputare l’acqua, enigma idraulico. “Solve et coagula!” Le suggerisce nel caffè la danza gravida di gravità di Gaulenti. Deve scoperchiare il sarcofago.

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Al terzo mese la baia aveva iniziato ad imputridire. Il piano infinito d’odori marini era scaduto nel tempo, si era inclinato rovinosamente lento e violento, così che tutti i loro oggetti, la loro casa-chiesa, le parole e i sacramenti, scivolarono in basso uno dopo l’altro lasciando vuoto il loro cielo nella finestra sopra al letto nel loft. Sempre stata un po’ sonnambula. Ora ad Alice non rimaneva che rovistare tra le frattaglie decadute cercando l’interruttore, o la chiave del sarcofago, o Dio. Inchiodata alla sedia nella sacrestia la sua schiena non poteva fare a meno di chiudersi su se stessa mentre la voce sciocca del prete che era venuto a disturbarla a sua volta le urlava di stare dritta, non capiva che anche nella sua preghiera c’era bisogno di stare chini. Nel suo incubo perpetuo lei doveva rovistare. E ad ogni nuova bracciata l’incubo le scarnificava le dita, le lame d’acqua la incarnivano. Con ogni nuova parola Romeo agiva per echi e onde d’acqua che si propagavano da sassi che non facevano mai centro. Agiva erigendo castelli di carte da gioco e scrollandoseli di dosso allo scopo di far planare la regina accanto alle dita di Alice, carta che ricorda, atterrata da lontano per caso. “Stringi i denti” le diceva quando Alice si lamentava con lui di non poter credere alla sua innocenza, ingenua come quel prete. E così nelle carte Alice cercava, nei fogli a protocollo, nell’affresco sulla cupola. Le cicatrici si sommavano sui suoi polpastrelli, strappi intensivi di pelle ricresciuta sulla stessa ferita.

Ma a un tratto si ferm . Forse fu l’odore da lontano a chiamarla, credo sia stato l’odore del caffè che le stavo preparando. Ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti – gli occhi che ti fissano in una frase formulata, e quando sono formulato, appuntato a uno spillo, quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro, come potrei allora cominciare a sputare fuori tutti i mozziconi dei giorni e delle mie abitudini, come potrei cominciare? Decise di cominciare lei per lui. Non aveva bisogno di cicatrici dopotutto. Decise di agire non per strappi ma per orbitali, in bolle che tornano al nucleo in un pressappoco di luogo e di tempo, e magari esorbitano ma non d’arancio, così alle orbite cave nel sarcofago avrebbe potuto portare due nuovi occhi, occhi non conoscibili fra altre coppie di occhi, perle trovate su fondali silenziosi rovistando con un paio di ruvidi artigli. Per nove mesi aveva tentato di far strappare a Romeo le sue ferite rimarginate, comandandogli di tagliarsi le vene e di bere caffè, non fango. Aveva ordinato un corredo di sanguisughe per il suo ventre gonfio che non poteva annegare. Per non pungerlo formulandolo non lo aveva appuntato con uno spillo, lasciandolo così sgonfiare, ma aveva provato e riprovato a purificarlo da quelle viscere inappetenti e insensibili. Lui era violento, goffo, perché contornato da cuscini. Alice sotto la finestra del loft cerca sul letto sveglio le ultime parole del poeta, ne rilegge gli ultimi versi: Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo. Non trova un oggetto contundente, solo i suoi denti. Denti-sanguisughe, sangui-fughe per dissolvere le risposte dimenticanti e inappuntabili di Romeo. Segue il suo consiglio, stringe i denti. Morde la sua umanità, il cui grido la sveglia. Addentato sul vivo Romeo non torn più a funestarla, e la lasci annegare in pace. Alice ritrovata guard per l’ultima volta la finestra sul letto ormai vuota di sogni, prese la porta e uscì nella notte stranamente senza nebbia.

(Io sto qui, occhi nella tazzina nelle mie mani. Aspetto che s’alzi.)

Doriana Licusati © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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Doriana Licusati

About Doriana Licusati

è nata a Tolmezzo nel 1989, nel 2014 si è laureata in filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi in storia delle dottrine teologiche dedicata a Ernesto de Martino. Ha partecipato ad anni di corsi di danza, a secoli di verità romanzesche, a dei laboratori di recitazione al Duse International di Francesca de Sapio, a delle mostre d'arte sacra e contemporanea - come autrice e come guida - , a una ricerca fotografica intorno ai personaggi femminili delle opere verdiane, e a un viaggio-studio ad Haiti, the waste land. Vive a Milano.