Corrado Tedeschi: l’umorismo inglese

Trappola mortale Va in scena in questi giorni al Teatro Bobbio di Trieste lo spettacolo “Trappola mortale” di Ira Levin , con la regia di Ennio Coltorti.
Una pièce dal sapore un po’ retrò, capace di spaventare il pubblico con colpi di scena di grande impatto, ma anche di farlo ridere, grazie a quella tipica ironia delle commedie nere di una volta.
La bravura degli attori, la meravigliosa scenografia (di Gianluca Amodio) realizzata curando ogni singolo dettaglio, e l’ironia di Corrado Tedeschi, rendono “Trappola mortale” uno spettacolo capace di entusiasmare un pubblico di tutte le età.

Ad interpretare Sydney Bruhl, il commediografo di successo che si ritrova in un momento di poca ispirazione, è proprio Corrado Tedeschi. Sydney ha tra le sue mani un testo scritto da un suo giovane allievo, Clifford Anderson (Ettore Bassi), che gli piace molto, tanto da portarlo a pensare di uccidere il ragazzo per impossessarsi del suo lavoro “Trappola mortale”, e riconquistare così la fama e il successo perduti. Sua moglie (Miriam Mesturino) cerca in tutti i modi di fargli cambiare idea, ma senza esiti positivi. Sydney invita il giovane Clifford a casa sua per parlare del testo, ma quella che doveva sembrare una normale visita, diventa l’inizio di una serie di “trappole mortali” e colpi di scena… una commedia che fa “morir” dal ridere.

centoParole Magazine ha avuto modo di incontrare l’attore Corrado Tedeschi e di porgli qualche domanda.

Nel mondo in cui viviamo i ritmi sono sempre più frenetici e i rapporti tra gli esseri umani sono più virtuali che reali, mentre il teatro rimane ancora un luogo di immediato e reciproco scambio tra attore e pubblico. Perciò, quando una persona va a teatro spegne il cellulare, e quindi si isola, per un po’ di tempo, da questo mondo virtuale. Pertanto, com’è oggigiorno fare l’attore di teatro?

Corrado Tedeschi. Foto di NadiaPastorcichEffettivamente è una bella sfida – proprio per quello che hai detto – ritrovare cose antiche, che secondo me hanno un valore assolutamente diverso. Ai giorni d’oggi, noi viviamo veramente una realtà virtuale: una realtà che, a mio parere, ci fa essere molto finti, e l’attore di teatro che quando recita, in teoria dovrebbe fingere, alla fine è forse molto più vero di tanti spettatori.
Bisogna riuscire a prendere le distanze da queste cose che ci allontanano dalla realtà. Nel nostro spettacolo “Trappola mortale”, che è una commedia di trent’anni fa, dove in scena c’era la macchina da scrivere – che secondo me è molto più affascinante – per avvicinarci ai giorni nostri, abbiamo inserito anche la tecnologia: la scelta della regia è stata proprio quella di volere mettere i computer, le e-mail.
Io non riesco ad immaginare di leggere un libro se non tocco le pagina di carta, quindi questa realtà “virtuale”, a me, assolutamente non piace. Io credo nei contatti umani, credo nel guardarsi negli occhi, nel sentire la voce dell’altro, vedere le espressioni, e ciò, nel nostro modo di vivere, è tutto finto; quindi proprio non mi va. Trovo molto bello per questo andare a teatro e per un’ora rifugiarsi in una realtà più romantica, più vera.

In “Trappola mortale” c’è sia la parte comica-ironica che quella un po’ più thriller. Guardando questo spettacolo mi sono venuti in mente film come “Arsenico e Vecchi Merletti”, “Gazebo”, delle commedie dove c’è anche la parte della morte, dell’omicidio, che alla fine fa parte della vita: la vita ha sia momenti belli, ironici, che quelli un po’ più tristi.

Io amo molto il modo che hanno gli inglesi di vivere l’umorismo. Loro scherzano su tutto, mi piace tanto questo loro modo di scherzare anche sulla morte. Il mio personaggio riesce a fare delle battute anche dopo avere strangolato una persona, e questo contrasto mi piace molto. Io sono cresciuto guardando in televisione Raimondo Vianello, che è stato, forse, in Italia, il più grande rappresentante dell’umore nero. Aveva un senso dell’umorismo straordinario. La mia scuola è stata quella e lo sono stati anche i grandi attori inglesi. Tu hai citato bene dei film come “Arsenico e Vecchi Merletti” dove, appunto, giocano sulla morte.

Secondo lei, portare il teatro in televisione è una cosa che si potrebbe fare in questo periodo?

Sì, si dovrebbe fare. La cosiddetta televisione di Stato dovrebbe farlo, senza tener conto degli ascolti; chiaramente il teatro in televisione non farebbe gli ascolti di certi brutti programmi commerciali, però dovrebbe far parte della televisione di Stato far vedere delle cose che le altre emittenti non fanno vedere. Il teatro in televisione sarebbe meraviglioso! Io sono cresciuto vedendolo.

Corrado Tedeschi. Ph Nadia PastorcichPer “teatro in televisione” intende riprendere lo spettacolo a teatro e poi trasmetterlo in TV oppure fare proprio il teatro “in televisione” come una sorta di sceneggiato?

A teatro bisogna andarci. Il teatro è quello che si vede in teatro. Bisogna andarci, perché è un rito, un rito quasi religioso. In televisione trasmetterei, quindi, gli spettacoli ripresi in teatro con le reazioni del pubblico. Se si pensa, ad esempio, a “Filumena Marturano” con Massimo Ranieri, che è stato trasmesso in televisione, quello era uno sceneggiato e mancava totalmente il calore e quella sensazione che ha lo spettatore nel vedere un attore recitare senza rete: in teatro non si può sbagliare. Nello sceneggiato manca quel terrore lì.
Portare il teatro in televisione è un’operazione che andrebbe fatta con grande delicatezza, nei teatri, col pubblico, con le reazioni.

Lei che ha fatto il musical My Fair Lady, come ha affrontato la preparazione di questo spettacolo?

Col terrore vero. Io canto, ma canto sotto la doccia (sorride) e mi sono ritrovato a fare un musical… qui a Trieste ho fatto My Fair Lady con l’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste e con un importante e famoso direttore d’orchestra, quindi si può immaginare il terrore che avevo; ma lui mi ha confortato dicendomi che ero un attore che cantava in modo gradevole. In My Fair Lady bisognava mettere insieme due cose: il canto e la recitazione. Un cantante bravissimo, ma pessimo attore, non sarebbe andato bene, e nemmeno un attore bravissimo che cantava malissimo. Bisognava trovare il giusto compromesso. Io facevo il mio mestiere e poi canticchiavo abbastanza dignitosamente (sorride).

Ma durante le prove le parti cantate e quelle recitate si provano insieme?

No, si fanno due cose separate, poi si mette insieme il tutto.

Quindi è più complicato?

Sì, nell’allestimento sicuramente è più complicato. Sono due cose completamente diverse che il regista deve assemblare. È stato molto divertente, mi è piaciuto tanto fare My Fair Lady, anche perché interpretavo un altro di questi personaggi inglesi che amo molto e che mi assomigliano: il professor Higgins.

Non ha mai pensato di fare qualche operetta?

No, perché lì credo che ci vogliano proprio dei veri cantanti. Sì, io potrei magari far ridere, però involontariamente (ride).

Io la ricordo sempre in ruoli brillanti, ha mai interpretato un ruolo drammatico?

Sì, l’ho fatto. In Italia, purtroppo, c’è questa abitudine di far fare agli attori se stessi; ma l’attore è uno che si chiama così perché dovrebbe fare spesso personaggi diversi da lui. Non c’è niente di più bello per un attore che interpretare un ruolo diverso da se stesso. In “Trappola mortale”, il personaggio che faccio magari mi assomiglia un po’ per certi aspetti, ma in realtà è una vera carogna: è uno che riesce a strangolare una persona – cosa che io nella vita non farei mai.
Quindi è bello poter interpretare un ruolo così lontano da te stesso, facendo veramente il tuo mestiere.
Ho un ricordo meraviglioso legato a Trieste: anni fa portai “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, che è forse il più bel monologo che esista nella storia del teatro, il quale racconta di un uomo che muore di cancro. L’ho fatto per un mese alla Sala Bartoli, e ogni sera c’erano tante persone. Io vengo considerato un attore brillante, in realtà sono semplicemente un attore, quindi quando la gente mi premia, anche quando faccio cose un po’ diverse da quelle che loro si aspettano da me, è una soddisfazione incredibile, e ciò è successo a Trieste.

Che cosa percepisce da questa città?

Adoro Italo Svevo e “La Coscienza di Zeno” è il mio romanzo preferito. Quando vengo a Trieste faccio ogni volta un percorso legato ai luoghi di Svevo: vado a vedere la sua casa…
Percepisco nei triestini il senso di rassegnazione per essere un po’ isolati, ed è un peccato, perché Trieste è una città splendida, veramente splendida. Mi sembra che sia tenuta anche molto bene. Oggi ho mangiato vicino al mare; Trieste è proprio bella, è un misto tra la città di mare e il Porto dell’Impero. Ha un fascino incredibile; mi piace veramente tanto.

Le piacerebbe portare a teatro “La Coscienza di Zeno”?

Sì, purtroppo ogni volta che cerco di prendere i diritti, c’è qualcun altro che lo ha già fatto prima di me. Vorrei interpretare il ruolo di Zeno, perché lo sento moltissimo. Oltretutto viene spesso sottovalutato il potenziale comico che c’è ne “La Coscienza di Zeno”, quindi mi piacerebbe fare la stessa operazione che ho fatto con “L’uomo dal fiore in bocca”: una specie di lezione semi seria su Pirandello, che era molto divertente.

E provare a portare “Senilità” di Svevo a teatro?

Questo testo lo conosco meno, però mi ricordo Gianrico Tedeschi – un attore meraviglioso – che lo fece, e fu una cosa stupenda. Anche se abbiamo lo stesso cognome, non siamo parenti, però abbiamo lavorato insieme. Mi ricordo con piacere quella sua meravigliosa edizione.

Lei ha lavorato in televisione intorno gli anni Ottanta-Novanta …

Anche Settanta (sorride).

Da allora la televisione è cambiata e si è evoluta, secondo lei, in meglio o in peggio?

Mah, evoluzione già direbbe qualcosa di troppo positivo, io direi che c’è stato un disastro totale, una ricerca del consenso del pubblico a qualsiasi costo, lasciando da parte tutto il resto. Adesso poi è stata sdoganata la parolaccia, che è una scorciatoia quando non sai come far ridere; terribile, terribile. I Reality, secondo me, sono una catastrofe; io la televisione la guardo poco, solo lo sport, perché mi interessa e qualche telefilm americano come “House of Cards”, o “True Detective” che sono dei film veri e propri, meravigliosi.

Questa sua ironia ce l’ha dalla nascita?

Sì, (sorride). Mio padre era nella marina militare, e quando io ero piccolo stavamo in Sicilia; sono cresciuto lì, e andavo al cinema tutti i giorni, ci stavo tutto il pomeriggio. Mio fratello adorava i western, dove si sparavano e si ammazzavano, io, invece, ero incantato da Cary Grant: già da piccolo, non sapendo esattamente il perché, mi dicevo: “Ma come mai questo che è bello, elegante, mi fa ridere, e non ha bisogno di aver la faccia buffa. Sì, mi piace più questo degli altri”. Era un discorso molto sensato, secondo me.
Quindi sono cresciuto adorando Cary Grant; lui lavorava solo di espressione, di ironia, e aveva anche eleganza. È troppo facile fare il comico con la faccia buffa: si riesce subito a strappare una risata, però è una risatina che rimane lì. A me, invece, piace andare a conquistare la risata con altri mezzi.

Si ricorda “Susanna” con Cary Grant e Katharine Hepburn?

Sì, come no. Cary Grant lo adoro, conosco tutti i suoi film a memoria. Si potrebbero fare molte cose per il teatro prendendo spunto da alcuni suoi film, come “Il visone sulla pelle”…

“Il visone sulla pelle” è un film meraviglioso, dove c’è anche Doris Day.

Sì, divertentissimo! Però, anche in teatro, i produttori preferiscono quasi sempre un altro tipo di comicità, bisognerebbe invece cercare di rilanciare la classe, che è fondamentale.

Ha qualche progetto per il futuro?

Sì, uno spettacolo l’anno prossimo. “Quel pomeriggio di un giorno da cani” è un film degli anni Settanta con Al Pacino; è la storia di due disgraziati che fanno una rapina in banca in America. Il film è stato tratto da un articolo del Times che raccontava le vicende di due disperati, i quali, pur non sapendo come tenere in mano le armi, decidono di rapinare una banca. Nella realtà i due rapinatori sono poi diventati degli eroi: erano gli anni della Contestazione Americana nelle Università e la rapina ad una banca era vista come un attacco a tutto ciò che in quel momento si combatteva.
Io porterò questo lavoro in teatro, solo che verrà ambientato in Italia. Sarò un imprenditore, che invece di suicidarsi, decide con il suo ragioniere di prendere le armi e di fare una rapina. Ci saranno tutti i risvolti simpatici, divertenti che ci possono essere in una cosa di questo tipo, pur parlando di una rapina che invece è un fatto molto serio. Ecco, a me piace sempre che ci sia un contrasto, però la comicità non deve essere banale.

 

Ringrazio Corrado Tedeschi per la bella chiacchierata e per la sua meravigliosa ironia.

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.