La Sfessania di Via Manzoni

Immaginate la stanza più raffinata di una pregevole casa-museo, racchiusa oltre un cortile, al di là di un cancello che si affaccia su una delle vie più borghesi, compunte e modaiole di Milano. Ora questa stanza è una grotta, dove un antico buon pirata, il Signor Gian Giacomo Poldi Pezzoli, custodiva i suoi tesori. Una grotta quasi buia, colma di strane gioie. Fra tutte, una sta lì appesa, dietro al vetro. Una conchiglia? Una coppa provvista di becco di pappagallo? Una culla? Finemente decorata con sottilissimi disegni d’insetti e pose duellanti, un gancio d’argento la tiene sospunnamed (1)esa in aria. Per questo sembra un’altalena per ostrichette, una sedia a dondolo per paguri, o un trapezista marino con il suo costume di scena decorato da lustrini e racconti incisi.

È un nautilus. Un fossile vivente: un mollusco cefalopode tetrabrachiato che vive a 400 metri di profondità e che si pensava estinto dal Paleozoico, fino a quando lo si è potuto osservare in perfetta salute in una ristretta zona tra gli abissi dell’Oceano Indiano e del Pacifico. Alla metà del Seicento, diverse manifatture fiamminghe utilizzarono le ospitali conchiglie per creare dei capolavori d’oreficeria, esotici e fragili, con delle incisioni che spiccano su diversi strati di madreperla. Venivano montate su coppe d’argento, o, come in questo caso, appese.
Il nautilus è un genere rimasto invariato dal Triassico (ossia da prima dei dinosauri), e la conchiglia che sopravvive alla morte è il resto scheletrico sviluppatosi parallelamente ai tessuti viventi del mollusco, infatti il numero di setti che la compongono indica l’età di morte del nautilus. Insomma l’oggetto misterioso al di là del vetro è anche una tomba, molto più che un involucro è piuttosto una corazza cresciuta attorno e insieme a una massa di tentacoli e occhi, tra le cui camere viene incanalato il gas che permette al nautilus di muoversi e salire, notturno, verso la superficie per picchiettare con il suo becco i crostacei di cui si nutre. Quando la carne si dissolve la corazza rimane, svuotata, senza crescere più.

È accaduto che a qualcuno sia venuta l’idea di iscrivere fantasiosi epitaffi sulla madreperla, rendendo la morta vestigia, sospesa grazie a un filo, un nuovo e inaspettato scenario d’avventure: nel caso del nautiluimage7s del Poldi Pezzoli la conchiglia si fa utopica portandoci in Sfessania, terra immaginaria partorita dalla ludica fantasia di un artista. Le scene qui trasposte sono infatti tratte dai Capricci, una serie di incisioni di Jacques Callot (1592-1635) che raffigurano insolenti personaggi ritratti in pose scurrili e allusive, personaggi inventati o tratti dalla tradizione carnevalesca italiana (Cucurogna, Pernualla, Capitan Babeo, Riciulina, Lucia, Zerbino…) con la quale l’incisore venne a contatto negli anni romani di formazione.
Danze grottesche e sfide mascherate, falli simulati e mandolini compongono quel luogo immaginario che letteralmente è stato battezzato da Callot come la terra dei fessi: non solo degli sciocchi, perché etimologicamente fesso sta per rotto, spaccato, diviso in due e quindi aperto.

Il capovolgimento tipico del Carnevale, tradizionalmente periodo di sovvertimento dell’ordine stabilito, di mascheramento dell’identità e dell’autorizzata esplosione degli istinti più dionisiaci, non è posto a caso su questa conchiglia: nel suo significato più profondo il carnevale è un rito propiziatorio e un esorcismo della morte – rito qui perpetuato nella stessa iscrizione su uno scheletro spolpato della sua carnem (l’espressione latina carnem-levare, da cui deriva il termine Carnevale, nel Medioevo indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima).

Non è un atto gustosamente carnevalesco l’aver raffigurato su un così pregiato e ricercatissimo supporto qual è il nautilus, sopravvissuto a ballimilioni di anni e di onde oceaniche, le danze di Sfessania? E non è ancora più squisito che questo oggetto meraviglioso venga sapientemente custodito in fondo alla grotta-museo, nascosta dietro a un cortile, dove si arriva schivando ticchettanti donne in carriera, impomatate pellicce e impraticabili vetrine onnipresenti?
Infine, è interessante ricordare che i francesi dicono fesse le natiche: così la curva disegnata dal nautilus nella sua madreperlacea rotondità suggerì forse all’anonimo incisore, e oggi a chi lo ammira, un supporto ideale per le eleganti e pungenti smorfie di Callot.

Questa è la pagina dedicata al nautilus sul ricco sito del Poldi Pezzoli: http://www.museopoldipezzoli.it/#!/it/scopri/collezioni/1087

Qui trovate notizie e immagini di Sfessania: http://www.laboratoriodelfantastico.it/JacquesCallot005.html

 

Doriana Licusati © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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Doriana Licusati

About Doriana Licusati

è nata a Tolmezzo nel 1989, nel 2014 si è laureata in filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi in storia delle dottrine teologiche dedicata a Ernesto de Martino. Ha partecipato ad anni di corsi di danza, a secoli di verità romanzesche, a dei laboratori di recitazione al Duse International di Francesca de Sapio, a delle mostre d'arte sacra e contemporanea - come autrice e come guida - , a una ricerca fotografica intorno ai personaggi femminili delle opere verdiane, e a un viaggio-studio ad Haiti, the waste land. Vive a Milano.