Gianfranco Jannuzzo: serietà e passione

Lei è ricca, la sposo e l'ammazzoSi concludono oggi, al Teatro Bobbio di Trieste, le repliche dello spettacolo teatrale “Lei è ricca, la sposo e l’ammazzo” con la regia di Patrick Rossi Gastaldi, che vede come interpreti principali Gianfranco Jannuzzo e Debora Caprioglio.
Una commedia esilarante che, grazie alla bravura degli attori, riesce a far ridere il pubblico dall’inizio alla fine dello spettacolo. La professionalità, l’ironia e la grande padronanza di scena di Gianfranco Jannuzzo conferiscono a questa pièce un valore aggiunto, che ben si evince dall’ottimo risultato finale. Debora Caprioglio riesce egregiamente a stare al passo con il protagonista maschile, dimostrando le sue doti interpretative.
Orazio (Jannuzzo) è uno scapolo che si ritrova improvvisamente sul lastrico e cerca di risolvere questo suo problema, sposando una donna ricca con l’intento poi di ammazzarla. Dopo mille vicissitudini, Orazio comincia a provare qualcosa per Albertina (Caprioglio) e il piano iniziale prende una piega diversa.

centoParole Magazine ha intervistato per voi Gianfranco Jannuzzo.

Lei ha frequentato il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Roma, diretto da Gigi Proietti. Cosa si ricorda di quel periodo e com’è Gigi Proietti dal punto di vista umano?

È una domanda alla quale sono tanto affezionato. Quello è stato un periodo molto importante: io ero giovane e sono stato istruito e instradato da quell’attore straordinario, che è Gigi Proietti; io lo ritengo il più bravo che abbiamo – forse sono poco obiettivo, perché gli voglio molto bene (sorride). È stato il mio maestro, e siamo diventati molto amici.
Dopo tanti anni, Gigi Proietti produsse e fece la regia del mio spettacolo “Liolà”. Quindi si vede che proprio credeva molto in me; all’inizio mi ha incoraggiato tanto. Già il solo fatto di prendermi nella sua scuola prestigiosissima, voleva dire che aveva visto delle capacità in me. All’epoca, le alternative – alla scuola di Proietti – erano l’Accademia d’Arte Gianfranco Jannuzzo. Ph Nadia PastorcichDrammatica o la Bottega di Gassman a Firenze. Stiamo parlando degli anni ’79-’80, quindi io avevo appena 23 anni. Gigi ci inculcava che, soprattutto nel mondo dello spettacolo, tendono a darti sempre delle etichette: attore drammatico, attore comico… mentre gli attori sono attori.
L’attore deve poter fare tutto: deve fare il comico, il drammatico. La disciplina è unica. È un mestiere che può essere bellissimo, una professione straordinaria, a patto di farla seriamente.

Anche se non ce l’ha mai detto fuori dai denti – così rispondo alla tua domanda, perché anche dal punto di vista umano, le cose si sono assolutamente intrecciate, in quanto Gigi è una persona di altissimo livello – anche se poi scherzava, rideva, era giocoso, era spiritoso, diceva a noi rampollini, che, a volte, facevamo un po’ i divi: “Non vi prendete troppo sul serio, anche se questo è un lavoro serissimo; bisogna farlo con grande serietà, con la capacità di sacrificarsi per farlo, di imparare, di investire su se stessi, di guardarsi allo specchio ed essere consapevoli che, anche se si scherza e si ride su tutti gli atteggiamenti, alla fine bisogna affrontare il pubblico”.
Il pubblico è una brutta “bestia”: la prima volta puoi sbagliare uno spettacolo e te lo perdona; la seconda, se non gli piace, te lo fa capire; e la terza non verrà più a vederti, non ti dà più chance (sorride).
Quindi, fare l’attore, è un mestiere bellissimo, che ti può dare grandissime soddisfazioni – quando le cose funzionano bene – però a patto di farlo con grande serietà. Io mi sono scontrato tutta la vita con questa serietà, anche nel divertimento; il nostro lavoro si basa tutto sulla tensione, sui nervi, sulla preoccupazione: chissà se piacerà, o non piacerà. E io comincio a divertirmi solo quando capisco che le cose le abbiamo preparate bene.
Nello spettacolo “Lei è ricca, la sposo e l’ammazzo”, che sto portando in scena, mi diverto: faccio qualche piccolo scherzo ai miei compagni – questo perché abbiamo alle spalle un lavoro fatto bene. Poi sono stato anche fortunato: i miei colleghi sono tutti uno più bravo dell’altro. E quando alla fine dello spettacolo ringrazio il pubblico e i ragazzi, non mento.

Oltre alla serietà, conta molto anche la passione…

Sì, la passione è indispensabile in tutte le professioni, ma nella nostra in maniera particolare: siamo a diretto contatto con il pubblico. E non sempre si guadagna molto, quindi lo si fa per grande passione e poi, se uno è fortunato, può anche vivere decorosamente. Io mi ritengo fortunato perché, subito dopo la scuola di Proietti, dopo aver fatto qualche Gianfranco Jannuzzo. Ph NadiaPastorcichprovino, ho avuto la possibilità di lavorare nelle grandi compagnie e già mi mantenevo da solo – lo ritenevo un privilegio straordinario.
Mio padre era un po’ preoccupato, per la strada che avevo scelto; lui – come tutti i genitori – voleva che io facessi il notaio, l’avvocato, il magistrato, un lavoro serio con uno stipendio fisso, magari anche molto buono, in modo da assicurare ad un figlio una certa serenità.
Il mestiere dell’attore è aleatorio: se va male, va male. Io sapevo di avere del talento, per cui, mio padre, quando capì che stavo facendo sul serio – anche se gli avevo promesso che mi sarei laureato, che avrei continuato gli studi – capì che questa era la mia strada, che era quello che volevo fare, e fu orgoglioso anche dei successi che poi, per mia fortuna, ho avuto.

Quindi, queste cose si sono sempre intrecciate: la serietà insegnatami da Gigi e la grande passione. Mi piace il mio lavoro, lo faccio con grande passione, lo amo molto, lo amo profondamente, cerco di farlo divertendomi, ma con una grande disciplina. Il teatro, come le altre forme di comunicazione, è voglia di trasmettere qualcosa agli altri; il teatro è bello proprio per questo: è una rappresentazione in cui lo spettatore sa benissimo che va a vedere una cosa finta, però pretende dagli attori, che questa cosa finta sia talmente vera, che in quel momento, se lo scorda, che è finta. Se avviene questo piccolo miracolo (sorride), e quindi lo spettatore in quell’istante si scorda che è a teatro, o che è al cinema, allora vuol dire che il lavoro è stato fatto bene.

Anche io stesso, che sono un addetto ai lavori, quando vado al cinema a vedere un attore come Al Pacino – che è il mio preferito – oppure Gene Hackman – un altro mio preferito – ma potrei citare pure Dustin Hoffman, o il nostro Sergio Castellitto – in Italia abbiamo attori straordinari – mi scordo di essere al cinema, perché vengo coinvolto, entro in un’altra dimensione.

Però, questo coinvolgimento, in teatro, è ancora più sentito…

Sì, in teatro lo è ancora di più, perché c’è un rapporto fisico con lo spettatore.

Lei ha lavorato nello spettacolo teatrale “È molto meglio in due” con la regia di Pietro Garinei, un triestino. Com’era il suo modo di lavorare? Emergeva questa sua triestinità?

L’incontro con Garinei è stato straordinario. Quello che hai citato è l’ultimo degli spettacoli che ho fatto con lui. Io venni scoperto da Pietro Garinei in un teatrino romano che si chiamava “L’Orologio”, dove facevo uno spettacolo da solo: “Bagnasciuga”. Lui lo prese, lo perfezionò, e lo portò al Sistina con il titolo “C’è un uomo in mezzo al mare”; da lì cominciarono 18 anni consecutivi di rapporto con questo signore che, dopo Proietti, è stato il mio mentore, quello che ha creduto di più in me, che mi ha valorizzato, che mi ha dato grandi possibilità, una grande apertura di credito. Ha investito su di me, nel vero senso della parola. Quindi sono legato a lui da un affetto straordinario.
Era triestino, una persona concreta, senza grilli per la testa, amava le cose fatte bene, con grande professionalità, con grande passione, però sempre con ironia. Era veramente molto intelligente e ha prodotto, per tantissimi anni, ottimi spettacoli – io sono arrivato verso la fine: prima di me c’erano addirittura generazioni di attori da Totò a Macario, a Rascel a Proietti stesso.
Gigi, in quell’occasione straordinaria, in cui ha sostituito Modugno, nello spettacolo di Garinei e Giovannini “Alleluja brava gente”, è diventato il grande Proietti, che noi conosciamo.
Per me, fu proprio la favoletta di Cenerentola passare dal più piccolo teatrino romano al più grande, ovvero il Sistina – che è anche il tempio del musical. Avevo 32 anni ed ero praticamente sconosciuto, quindi, avere il Sistina tutto per sé, non è una cosa che capita a tutti.
Garinei mantenne l’idea e la regia di Pino Quartullo, e l’unica cosa che volle cambiare era la scena. Era uno spettacolo che si svolgeva tutto su un’isoletta. Ero un assessore alla cultura che doveva tenere un discorso su una nave che stava circumnavigando la Sicilia. Ad un certo punto la nave è affondata, ed io, naufrago calabrese (ride), che parlava un italiano improbabile, mi sono ritrovato da solo su un’isoletta, ma comunque con la responsabilità di dover fare questo mio spettacolo e andare in scena.
Garinei, ogni anno, alla fine delle repliche dei nostri spettacoli, si chiedeva: “Che facciamo dopo? Che facciamo dopo?”. E così pensò di creare la coppia Bramieri-Jannuzzo – anche quello fu un gesto di grande fiducia da parte sua: io non avevo un nome tale da poter sperare di aver la ditta insieme a Bramieri, che allora era il più grande attore comico che avevamo in Italia, il nome più importante, più prestigioso. Quindi mettendomi alla pari di Bramieri era come dire: “Sto credendo in te e vedi di non deludermi”. Sì, ho avuto grandi chance, grandi occasioni.

Ritornando allo spettacolo “È molto meglio in due”, le coreografie erano di Gino Landi.
Landi, per un periodo, ha curato molte operette, qui a Trieste…

Gino è un grandissimo professionista, aveva cominciato come ballerino, poi fece il coreografo, e che coreografo! Infatti Garinei si fidava molto di lui e gli faceva fare addirittura l’aiuto regista: era capace di proporre delle soluzioni straordinarie di spettacolo – soluzioni di grande eleganza, sempre formale e sostanziale.
A proposito di operette, Landi mi ha chiamato a Trieste per fare la parte di Negus, ne “La vedova allegra”, nel 2001. È stata un’esperienza stupenda per me: l’abbiamo fatta al Teatro Verdi, che è un teatro bellissimo, prestigiosissimo, elegantissimo; c’era l’orchestra dal vivo, il coro. Un lavoro grandioso, come se fosse l’Aida, però era un’operetta – anche perché qui, a Trieste, c’è questa grande cultura dell’operetta. Quella edizione de “La vedova allegra”, se la ricordano ancora, per mia fortuna (sorride). Fu una bellissima edizione e io mi sono divertito come un pazzo! Sono stato un mese intero a Trieste a fare le prove, e poi sei repliche. Ottenemmo un grande successo. Ho un bellissimo ricordo di Trieste legato anche a Gino Landi, a Garinei e…

E a Macedonio…

E a Macedonio (sorride). Questo teatro (La Contrada-Bobbio), che è un teatro stabile privato, dove facevano, fanno, e continuano a fare molte produzioni, mi chiamò per fare “Il divo Garry” di Noël Coward – un autore inglese – e il regista era Francesco Macedonio. Con lui, all’inizio ho avuto addirittura degli scontri; era un uomo molto intransigente, ma poi siamo diventati veri amici, ci sentivamo spesso. Ho provato un grande dolore quando se n’è andato, perché era una persona di grandissimo livello.

Quindi, a Trieste, lei viene da tanto tempo?

Sì, la prima volta era nel 1984 con lo spettacolo “La Venexiana” con Valeria Moriconi; eravamo al Politeama Rossetti. Poi sono venuto tante altre volte con gli spettacoli di Garnieri e Giovannini, in coppia con Bramieri o anche da solo.

Nel corso del tempo, ha visto cambiare la città?

Se è cambiata, è cambiata in meglio, ma la trovo sempre una città piena di luce, aperta; ci vengo volentieri. I triestini sono molto accoglienti, molto dolci, molto gentili. Io sono sempre molto attento alla forma e alla sostanza: sono due cose che non scindo mai, perché quando c’è l’eleganza formale, di solito, c’è la sostanza, c’è l’intelligenza, c’è l’educazione, c’è la cultura, e tutte queste cose sono piuttosto evidenti nei triestini. È una città molto accogliente, molto ospitale. Io che sono siciliano naturalmente sto attento a queste sfumature, legate ai rapporti umani, alla gentilezza, al rispetto degli altri.

E il pubblico com’è?

Il pubblico è fantastico, è fantastico perché voi triestini non avete atteggiamenti precostituiti…

Sì, siamo sinceri…

Sinceri, è quella la bella soddisfazione, perché non gliela dai a bere al triestino. Se una cosa non gli piace, sta muto, fermo; è sempre gentile e rispettoso del lavoro che fai, e quindi rimane fino alla fine dello spettacolo; però, se invece gli è piaciuto, te lo fa capire. A Trieste, in questi giorni, la reazione del pubblico è stata molto buona; c’erano persone per la maggior parte anziane, e mi sono meravigliato – positivamente – di questa loro grande voglia di dimostrare le loro emozioni.

Parlando di televisione, lei ha avuto la fortuna di lavorare con Falqui – un grande regista – con Amurri, Verde – grandi autori italiani. Com’era, in quel periodo, il Varietà?

Si faceva una settimana intera di prove per fare lo spettacolo del sabato; si provava in continuazione, ora i tempi sono diventati più ristretti e quando vedo delle cose belle e fatte bene, in poco tempo, provo una grande ammirazione; purtroppo, ultimamente, le occasioni in cui tu vedi un programma televisivo e dici: “Che meraviglia!”, sono pochissime, si nota che è stato fatto in poco tempo. Ormai si sottovaluta l’importanza che potrebbe avere anche la qualità, che non è più una priorità e questo è un errore gravissimo…

Adesso, purtroppo, si punta più sulla quantità, ci sono troppe trasmissioni….

Sì, si punta sulla quantità, ci sono troppe trasmissioni, troppe cose fatte da persone che – per così dire – non hanno la patente per farle.
Ci sono dei personaggi che godono di una popolarità immediata; si creano dei falsi miti, che poi diventano dei frustrati a vita: finito quel momento di notorietà, finisce tutto – perché non c’è nessuna base. Questo lo dico con una certa preoccupazione, non con l’invidia. I giovani sono come delle spugne: se hanno la passione, vogliono imparare, fare bene le cose, e hanno bisogno di trovare un maestro – io da ragazzo ero così. Il giovane è l’entusiasmo, la forza anche fisica, la voglia di apprendere, è materiale umano ancora da formare, da plasmare, e se viene tradito, perché non gli vengono date occasioni per imparare, e non gli viene insegnato che, per quanto difficile sia, il costruire qualcosa mattone su mattone, è alla base di tutto, allora, se non si fa nulla, sono tutte occasioni sprecate. Se invece uno è un cialtrone, è un altro discorso.

Purtroppo, oggi, viene tutto un po’ buttato su, anche i film non sono più un granché, ed è un peccato…

Sì, se si pensa che noi abbiamo insegnato al mondo come fare il cinema; basti pensare ai neorealisti: Rossellini, De Sica, Germi.

Lei guardava “Studio Uno” con Lelio Luttazzi, Walter Chiari?

Sì, io da ragazzo avevo il grande mito di Walter Chiari, perché era un attore straordinario. Poi ho avuto la fortuna anche di conoscerlo: lui era molto amico di Gino Bramieri e andava spesso a trovarlo e così diventammo amici anche noi.
Riguardando i vecchi filmati con Walter Chiari, possiamo notare che lui sì, scherzava, rideva, ma conosceva anche molto bene la lingua italiana. Scherzava sulle parole, perché le conosceva, perché se le studiava, giocava sui calembour; faceva tutto ciò con un grande, meraviglioso istinto, con un talento straordinario, ma anche con applicazione e intelligenza.

La cosa bella del talento di una persona, che ha delle potenzialità straordinarie, è quello di poterlo coltivare. Nel caso di noi attori, il talento va coltivato prima di tutto per noi stessi, ma poi anche per la responsabilità che abbiamo nei confronti del pubblico. Per questo io cerco sempre di non deluderlo, anche perché, il pubblico, per venire a teatro, fa dei sacrifici enormi: deve pagare il biglietto, deve prenotare, deve parcheggiare la macchina, deve pensare all’abbonamento, se gli conviene o meno. Insomma fa un a fatica mortale. Quindi se tu tradisci la fiducia di quelle persone che sono persone come te, e no le rispetti, la magia del teatro, quel rito di cui parlavamo prima, si perde. Il rispetto ci dev’essere.

Credo che debba esserci anche molta umanità.

Secondo me, sì. Infatti se non hai questa cultura del rispetto, se non hai una certa umanità e quando le persone ti vengono a vedere e poi ti chiedono l’autografo, tu magari fai il divo, poi non torneranno più a vederti. Chi viene a chiederti un autografo, fa un gesto di grande “umiltà”, ha paura che tu attore ti dia delle arie…

Che rapporto ha con la comicità? È una cosa innata o l’ha coltivata con il tempo?

È una cosa innata; ho questa capacità di trovare, anche nelle cose un po’ tragiche, l’aspetto ironico-umoristico. Saper ridere anche di me stesso, è stata un po’ la base della mia fortuna – dal punto di vista professionale – perché se non ridi di te, è difficile che tu rida degli altri; se poi ridi solo degli altri, diventi cattivo. Il segreto è ridere dei propri difetti, perché tutti li abbiamo.
Ciclicamente, ho l’esigenza di stare da solo in scena e intrattenere il mio pubblico, perciò ho fatto moltissimi spettacoli da solo, dove, a volte, lo spettatore sorride, si diverte, altre si commuove, questo perché c’è un po’ di tutto: quello che io penso della vita, dell’essere siciliano, italiano. Quando la gente ride, è una droga, una droga alla quale non sai rinunciare. E io non ho nessuna intenzione di rinunciarci.

Secondo lei, oggigiorno, quant’è importante portare spettacoli comici a teatro?

È fondamentale. Ho una cultura teatrale che mi è stata trasmessa da Proietti, per cui sono in grado di fare Shakespeare, Pirandello, ma anche Courteline, Feydeau, Goldoni, il one-man show, dove canto, ballo, suono il pianoforte – non faccio niente di tutto questo benissimo, però lo so fare un one-man show, l’ho già fatto, e lo rifarò.
Noi italiani – io sono innamorato dell’Italia – siamo un insieme di popoli così diversi tra loro, ma così unici, proprio per questa nostra diversità; siamo più piagnoni, che propensi alla risata: basta parlare della mamma, del papà, che ci scappa la lacrimuccia. Quindi è più semplice far piangere che far ridere. La risata non si può comprare, mentre l’applauso sì: non si può fingere di ridere. L’applauso che arriva dopo la risata, è meraviglioso, perché è liberatorio per il pubblico ed è una grande immediata soddisfazione per noi attori.
La risata, anche per lo spettatore, è una sorpresa: uno va a vedere uno spettacolo, non sapendo bene cosa sarà; poi una volta sorride, un’altra ride di cuore; alla fine ha passato due ore – come, per fortuna, succede con il nostro spettacolo – in allegria, e ti è grato di avergli dato questa occasione.

Un commento sullo spettacolo “Lei è ricca, la sposo e l’ammazzo”, che sta portando in scena.

Questo spettacolo l’ho fortemente voluto; intanto avevo il desiderio di lavorare con Debora Caprioglio, perché lei è una professionista, una che ama molto il suo lavoro – tanto quanto lo amo io – e non si atteggia, non parla mai male di nessuno. In questo spettacolo, Debora non punta sulle sue caratteristiche fisiche, alle quali una donna un po’ ci tiene sempre; non fa la fatalona, fa la miope. È davvero una brava attrice.
La commedia è molto divertente forse anche più del film (“È ricca, la sposo e l’ammazzo” con Walter Matthau ed Elaine May n.d.s.): il film puntava sulla straordinaria maschera di Walter Matthau – che è un mostro sacro – ma, essendo un lavoro cinematografico, si puntava sulla mimica; a teatro, invece, devi puntare su altre cose. Nel nostro spettacolo, abbiamo dovuto eliminare tutte le scene della giungla, però, comunque, è venuta fuori una cosa molto divertente, molto spiritosa, in cui ci divertiamo anche noi. Gli attori sono tutti molto bravi e c’è una bellissima regia di Patrick Rossi Gastaldi, il quale c’ha aiutato a credere ancora di più in noi stessi.
Io faccio un personaggio un po’ scomodo, all’inizio: è quasi burbero, antipatico, misogino, non ama le donne, non le vuole, anzi le ama, ma in maniera un po’ superficiale. Poi questa donna lo spiazza con il suo candore, la sua ingenuità, bontà, delicatezza, coerenza, e lo trascina, piano piano, nel suo mondo. Quando lei sparisce, lui si preoccupa e per la prima volta fa i conti con i propri sentimenti: “L’hanno rapita!” – esclama – e si chiede “Ma che succede?”. Quindi capisce che, pian piano, sta cambiando.

È un po’ come in “My Fair Lady”.

Brava, bravissima! Tant’è vero che mi sono rifatto al personaggio del professor Higgins quando, nel nostro spettacolo, c’è quel momento in cui dico: “Se lei muore, io eredito…E ho risolto il mio problema?”.
Nello nostro spettacolo, quindi, ci sono delle piccole citazioni volute dal regista: c’è un po’ Charlie Chaplin, nel mondo in cui muovo il piedino; c’è De Sica, nel rapporto con la governante. Anche da parte di chi ci ha diretti, c’è amore per questo lavoro. Il risultato, per fortuna, poi paga.

Ringrazio Gianfranco Jannuzzo per la sua gentilezza e per l’interessante chiacchierata.

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.

  • cesare

    Porre un commento ad un’intervista fatta da Nadia non è quasi mai semplice perché lei, in quella che spesso definisce una conversazione con un attore, regista o personaggio che sia, tocca svariatissime tematiche dal punto di vista professionale ed umano, quasi mettendo graziosamente a nudo il suo intervistato, facendo dire tutto e di più allo stesso. E’ questo il caso pure della presente intervista fatta all’attore Gianfranco Jannuzzo, in cui egli racconta tutto di sè, della scuola frequentata presso Gigi Proietti, dei suoi esordi, dei colleghi con cui ha recitato, dei registi, del modo di intendere il ruolo di interprete, del pubblico, in special modo facendo riferimento a quello triestino, per il quale ha parole di vera considerazione, rispetto e apprezzamento.
    Insomma, in questa intervista conosciamo tutto dell’intervistato, su cui mi pare superfluo soffermarmi, quasi a ribadire i concetti già espressi. Invece voglio evidenziare la bravura di Nadia, completa nel suo colloquio, ancora una volta condotto con competenza e vera compiutezza professionale.