Pupi Avati: bisogna pensare solo alle cose belle

Il ragazzo in soffitta“Il ragazzo in soffitta”: è questo il titolo del primo romanzo di Pupi Avati, che è stato da lui presentato venerdì 8 maggio, alle ore 18, presso il Cinema Ariston di Trieste.

“Il ragazzo in soffitta” è un romanzo che vede come protagonisti due ragazzi che vivono in due epoche e città diverse: Samuele Menczer vive nella Trieste degli anni Settanta, mentre Berardo Rossi nella Bologna dei giorni nostri. Nonostante l’asse spazio-temporale diversa, i due personaggi si ritrovano uniti dalla stessa sofferenza che patiscono; due storie legate da un “montaggio” alternato che – come ha sottolineato il critico Lorenzo Codelli – ricorda il linguaggio cinematografico di Griffith, dove, poco a poco, le vite dei due protagonisti si incrociano.

In questo libro emerge una delle caratteristiche principali che affiorano nel cinema di Pupi Avati, ovvero l’atto del narrare: “Credo che narrare sia ormai la mia natura e il fatto che io abbia raccontato cinematograficamente per tanti anni, è un elemento che ha creato in me la necessità di essere più incalzante; ciò permette un po’ meno approfondimenti di quanto non avviene nel romanziere classico.
Ho cercato di raccontare una storia, perché avvertivo che c’era una carenza di storie, di quelle che ti fanno lasciare il libro con la voglia di ritrovarlo l’indomani, per vedere come va a finire. Questo ritmo, questo montaggio alternato è un po’ finalizzato anche a questo. Credo di aver pensato e costruito il romanzo anche un po’ strategicamente con questa finalità; c’è pure un’altra astuzia dietro a tale narrazione: ci sono degli attacchi di montaggio che sono coincidenti, che probabilmente fanno diventare questo romanzo una cosa mia. È il mio modo di raccontare”.

Pupi Avati e Lorenzo Codelli. Ph Pastorcich-8Ovviamente il narrare cinematografico ben si distingue da quello letterario che permette di soffermarsi più accuratamente e dettagliatamente sui particolari; mentre “il film” – come ha detto Pupi Avati “ha purtroppo una dimensione temporale che è ineluttabile: scorre 24 fotogrammi al secondo; può durare 100-120 minuti, non si ferma mai e non ti permette neanche per un attimo di descrivere, per esempio, che cosa sta pensando il personaggio di fianco al protagonista; il suo vigore narrativo è sempre essenziale. La scrittura, invece, ti permette di farlo, nel momento in cui ti senti ispirato; posso non scrivere per due-tre giorni, posso aspettare di scrivere quando ho voglia di farlo. Tutto questo nel cinema non si può fare: lì hai un contratto e devi andare sul set, anche se non sei ispirato. Il cinema è un’operazione narrativa collettiva: è un lavoro di complicità; mentre la letteratura è un lavoro che tu fai da solo.”

Ne “Il ragazzo in soffitta” la scelta di inserire Trieste come sfondo di una delle due storie di certo incuriosisce, soprattutto, i lettori triestini, anche perché non è essa il soggetto principale intorno al quale ruota la vita del protagonista; “è semplicemente una città che” – come ha ribadito lo scrittore Claudio Magris, presente in sala – “vive in modo normale, non viene discussa, analizzata, come, invece, accade troppe volte nella letteratura su Trieste, dove questa città diventa Claudio Magris. Ph Pastorcichuna specie di maniera, di argomento. Qui non c’è una riflessione sulla città, sulla sua identità; questo è un libro in cui Trieste c’è veramente.”

Inoltre, in questo romanzo vengono citate molte parti della città che di certo un turista non può conoscere, ma che sono familiari a un triestino; perciò sorge spontaneo chiedersi come mai Pupi Avati conosca questa città. A raccontarlo è stato il regista stesso: “Giorgio Pressburger mi ha detto: ‘Come fai a conoscere così bene Trieste?’ e gli ho risposto: ‘Ma io Trieste non la conosco per niente, me la sono immaginata’.
Ho scelto Trieste perché era il luogo che conoscevo meno al mondo, in cui potevo collocare la storia della quale sapevo meno al mondo. Trieste, per noi, fin da bambini, è stato un posto, una città, un luogo, che non sapevamo neppure che fosse Italia. L’abbiamo sempre misteriosamente confusa geograficamente; poi, negli anni è entrata la consapevolezza letteraria, il credito che Trieste ha, grazie a tutti i personaggi straordinari che può vantare a livello culturale. È veramente una città che ti permette di fantasticare, ed è una delle poche. Io non la conoscevo, mi sono affidato alla toponomastica del figlio di Callisto Cosulich, Sergio, che è uno scenografo al quale ho chiesto tutte le informazioni di cui avevo bisogno”.

Dopo questo interessante pomeriggio, centoParole Magazine ha avuto il piacere di intervistare Pupi Avati.

Pupi Avati. Ph NadiaPastorcichHo letto che ha intenzione di fare alcuni film televisivi tratti dai brani del Vangelo. Quanto può essere importante, secondo lei, realizzare dei film di questo tipo per una società come la nostra?

Credo che la società come la nostra abbia, in qualche modo, la necessità di rimettere in campo l’altro, quindi, evangelicamente parlando, il prossimo; cioè riconsiderare l’altro in tutti i suoi aspetti positivi. La società come la nostra considera l’altro come un concorrente, un rivale, un estraneo,
qualcuno che è qui – a meno che non sia un tuo parente prossimo o un tuo amico – soltanto per privarti di quello che tu avverti come un tuo diritto; ed è in genere considerato, soprattutto in ambito sociale, come una controparte – quello che sta dall’altra parte. Invece, la società dalla quale provengo io – quella che estraeva i suoi fondamenti dalla cultura contadina – aveva nel buon senso, nel considerare l’altro per le sue qualità, non tanto intellettuali, culturali, economiche o strategiche, ma nelle sue qualità umane, la capacità di percepire il rapporto umano nella sua essenza.
Era una sorta di “password” attraverso la quale un essere umano, considerato una brava persona, una buona persona, riusciva a trovava tutte le porte aperte. Oggi questa definizione è riduttiva: essere una brava persona, in questa società, dove invece l’intelligenza è sinonimo di cinismo, di aggressività, di cattiveria, di capacità strategiche di ottenere quello che l’altro non è stato in grado di ottenere, ha perso valore.
Penso che questo tipo di società abbia la necessità di tornare a guardare all’altro, soprattutto in quello che è l’altro, in quanto il più debole, in quanto penalizzato da problemi di carattere fisico, intellettuale. Gli ultimi saranno i primi dice il Vangelo. Bisogna, perciò, ricandidare queste definizioni, queste regole, come quelle centrali dell’esistenza di una società, che abbia la voglia di non chiudere con se stessa, come sta accadendo adesso.

Secondo lei, come mai il ruolo della famiglia, delle istituzioni, ha perso valore?

È una catena; è la conseguenza di una catena. Nasce tutto dal problema della famiglia: non è l’istituzione che modifica la famiglia, è la famiglia che modifica l’istituzione; è la famiglia la fabbrica nella quale si formano i cittadini di una certa qualità, che sono il prodotto di principi positivi, di quel genere che ho descritto precedentemente. Le famiglie formano gli esseri umani che diventeranno le classi dirigenti o i lavoratori, che saranno insegnanti, medici, giudici, politici, giornalisti; insomma tutte le categorie che formano un’opinione di questo Paese.
A volte mi chiedo da quali famiglie escono certi tipi di ragazzi che vanno in giro a distruggere le cose; che genitori hanno avuto questi ragazzi? A quali modelli si ispirano? Quando tornano a casa, in quale tipo di famiglia rientrano? Non credo che siano famiglie tanto “normali”, formate da persone che hanno inculcato in loro il senso del rispetto, nei riguardi degli altri.

Per lei, oggigiorno, che significato ha la parola ‘patria’?

Patria ha un significato bello, ma anche pericoloso: se per ‘patria’ si intende un contesto di fondamentalismi, dove si avverte che al di fuori dei nostri confini ci sono tutti ostili, ci sono tutti nemici, è evidente che allora si arriva ad un’idea di Patria belligerante, diversa, migliore delle altre.
Invece, occorrerebbe dare all’idea di ‘patria’, quello che è l’orgoglio di appartenenza a un popolo, che ha saputo, nelle generazioni precedenti, produrre le bellezze straordinarie, che non sono il frutto del caso, ma di sacrifici immensi, fatti da chi ci ha preceduto, per regalarci, per trasferirci un Paese così magnifico come il nostro.
Noi abbiamo ricevuto il testimone di una staffetta, e penso che non siamo all’altezza di questo impegno, o meglio, non stiamo dimostrando di esserlo. Vorrei, invece, che ricordassimo ai più giovani da dove proveniamo, chi sono stati i nostri progenitori. Probabilmente, questa è la forma più alta di trasmissione, ma mi sembra che né l’istituzione, né la scuola, né la chiesa, si occupino più di tanto di questa missione.

No, infatti. Purtroppo, questa missione non viene più presa in considerazione da nessuno. A pochi interessano le nostre origini, da dove veniamo e portare avanti le ricchezze che abbiamo …

Noi siamo i nipoti di Michelangelo, di Leonardo, di esseri umani che hanno veramente dato all’universo, al mondo, alla Terra intera, la bellezza di modelli di vita comportamentali; loro non sono ricorsi agli alibi assistenziali, bensì avevano veramente quel tipo di ambizione, quel tipo di orgoglio. Credo che, oggi, questo lo si avverta nelle rare occasioni in cui c’è magari un evento sportivo, ma ormai anche quelle sono poco frequenti.
Mi sembra che ci sia un’inettitudine generale, anche sul piano internazionale, e che l’Italia non abbia la capacità di dire chi è.

Cosa mi dice dell’Italia di un tempo?

Dipende, certamente non ci può essere la nostalgia del Fascismo: quello sicuramente è stato uno dei momenti più bui della nostra storia, ma, certamente, il fatto di essere italiani produceva un’ebbrezza, un orgoglio. Mi ricordo che a scuola, ma non solo lì, pensavamo che essere italiani significasse qualcosa, il che non vuol dire in più rispetto agli altri, ma qualcosa di diverso, di avere delle peculiarità che altri paesi non hanno – loro ne hanno altre. Noi abbiamo soprattutto quelle legate all’arte, alla bellezza naturale. Elementi che, secondo me, non vengono sufficientemente promossi.

Anche il cinema neorealista è una cosa prettamente italiana. Restando sempre in questo campo, lei ha avuto modo di conoscere tantissimi registi importanti come Fellini e Pasolini. Che cosa si ricorda di queste persone?

Innanzitutto erano persone molto più normali di quanto uno possa immaginare, che avevano un rapporto sicuramente non aristocratico nei riguardi di chi, come me – che ha avuto l’occasione di lavorare con Pasolini e frequentare Fellini – era un illustre sconosciuto. Tuttavia mi sono attorniato della loro vicinanza, della loro amicizia e non so se oggi ciò sarebbe possibile: vedo certi colleghi che sono schizzinosi, anche se non hanno ancora dipinto la Cappella Sistina, anzi, non hanno neanche montato l’impalcatura (ride).

Che cosa ha imparato da Fellini?

Da Fellini – lui era autoironico – ho imparato lo spirito di prendersi in giro. Credo sia stato uno degli uomini più spiritosi che io abbia frequentato nella mia vita; anche se con un po’ di amarezza – perché, nel periodo in cui l’ho frequentato, era praticamente la parte finale del suo percorso professionale – era una persona che veramente sapeva ridere e far ridere, si divertiva moltissimo, rideva delle sue cose, rideva tantissimo. Le persone intelligenti sono tutte autoironiche, sono le più sensibili, quelle che raccontano molto più volentieri i loro insuccessi, le loro cadute, che i loro successi. Bisogna diffidare sempre dalle persone che si autocelebrano, da quelle che raccontano la loro vita attraverso le grandi conquiste. È molto più inebriante raccontare le proprie sconfitte; ciò ci avvicina molto di più agli altri, e gli altri si fidano maggiormente di noi.

Sì, ed è qui che subentra il rapporto umano, che è importante …

Il rapporto umano lo ottieni soltanto se interloquisci, soprattutto all’inizio, attraverso le dichiarazioni di debolezza, confidando le tue paure all’altro, e allora l’altro si aprirà e ti confiderà le sue.

Lei ha avuto modo di lavorare con Luttazzi, di girare “Lelio Luttazzi – Il Giovanotto Matto” una sorta di documentario sulla sua vita. Com’era lui come persona?

Luttazzi era una delle persone più timide che io abbia conosciuto nella mia vita. Mi ricordo che, quando facemmo la prima lunga intervista a casa sua a Roma, gli tremavano in continuazione le mani, aveva continuamente paura delle mie domande. Io cercavo di rassicurarlo, di dirgli quanto fossi lusingato dall’incontrarlo, dall’averlo davanti, da potergli parlare, da potergli far dire molte cose che lui, nella sua vita, non aveva mai detto, ma non cose inquisitorie, bensì qualche cosa di sé, che lui potesse aggiungere a chi ancora non lo conosceva bene, e che con le sue canzoni, la sua musica non aveva detto. Tuttavia, lui era veramente nel panico. Era una persona meravigliosa, perché era ancora incerta, malgrado il successo avrebbe dovuto rassicurarlo.
Le persone più belle sono quelle che si portano appresso un senso di fallimento; sono le persone che sanno di non aver fatto esattamente quello che avrebbero dovuto fare, sono le persone inappagate. Bisogna tenersi alla larga da quelle appagate, da quelle che si portano appresso il medagliere (sorride).

La moglie Rossana Luttazzi, attraverso la Fondazione, ha portato avanti il lavoro e il ricordo di Lelio. È ammirevole!

Sì, certo, Rossana è una donna ammirevole, anche perché non ha ottenuto tanti aiuti. A Trieste hanno avuto questa meravigliosa possibilità di stare in un appartamento in Piazza dell’Unità d’Italia. Mi ricordo quando Lelio me lo raccontò; lui aveva questa sensazione quasi profetica, diceva: “Vado a morie a Trieste, torno a morire a casa”, ma non lo diceva con tristezza, lo diceva con gioia.

Ha visto la mostra dedicata a Lelio?

Certo, figuriamoci se non l’ho vista.

Parlando di Luttazzi, mi viene in mente lo swing, il Jazz. Per un periodo, lei ha suonato il clarinetto in una Jazz Band. Quindi, che cos’è per lei il jazz?

Il Jazz è quella cosa per me irraggiungibile. Nella vita ci dev’essere sempre una cosa che si desidera tanto, ma che non si riesce a fare; qualche desiderio che non si è mai realizzato. Io credo che ciò debba esserci, affinché si continui a vivere, a pensare dentro di sé che, prima o poi, accadrà il miracolo.
Io lo so che a 76 anni il mio talento musicale è difficile che si manifesti (sorride), che scenda su di me lo Spirito Santo e mi infonda di un talento musicale; se non l’ha fatto fino a 76 anni, non credo che accadrà più (ride). Ma, tutte le mattine, io, qualche nota, la suono, per vedere se è cambiato qualcosa, per verificare se è successo il miracolo, ma purtroppo non è ancora accaduto. Confido, però, nel fatto che prima che tutte le luci si spengano, questo possa accadere (sorride).

È una cosa bella!

Bisogna pensare solo alle cose belle, anche se è difficilissimo: purtroppo, sono molto più seducenti quelle brutte, che si insidiano e sono tossiche; noi ci vogliamo male, c’è un nostro io segreto, che continua ad alimentare le cose brutte, i cattivi pensieri, ma se noi ci educassimo a pensare soprattutto alle cose belle, avremmo una vita, secondo me, assolutamente migliore di quella che abbiamo.

Ringrazio sentitamente Pupi Avati per l’interessante e piacevole chiacchierata.

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.

  • cesare

    L’occasione del libro per parlare con Pupi Avati, grande regista, e uomo degno di massima considerazione. Lo si deduce dal colloquio con Nadia, in un excursus dialettico che lo ha portato a parlare di varie cose, del mondo di ieri e del mondo di oggi, che devo dire ha un po’ deluso Avati, come del resto delude un po’ tutti noi!
    Immancabile il ricordo di Fellini, sommo Maestro del nostro cinema, da cui molti hanno imparato, alcuni hanno tentato addirittura imitazioni senza riuscirvi. Poi si è parlato di Trieste, città non a tutti nota come meriterebbe essere. Ed ancora di Lelio Luttazzi, che ritorna spesso, ultimamente di più, nelle interviste di Nadia, e giustamente.
    Una dichiarazione di Avati mi ha colpito nel finale:” Bisogna pensare solo alle cose belle anche se è difficilissimo”. Ma perché è sempre difficilissimo farlo, e nell’uomo alberga ben altro? Raccontarsi solo le cose belle, concetto e frase che ricorre anche tra i due personaggi principali dell’ultimo film di Sorrentino, “La gioventù”! Così dovrebbe essere. Di cose brutte ce ne sono fin troppe e ne siamo circondati ovunque!