Marco Ballaben: per esprimere qualcosa bisogna avere delle passioni vere

Marco Ballaben. Ph NadiaPastorcich

Mancano poche ore al concerto all’alba – l’ultimo degli appuntamenti di Trieste Loves Jazz – di domenica 9 agosto, che si svolgerà sul Molo Audace di Trieste, alle ore 4.50.
Quest’anno sarà il pianista Marco Ballaben ad accompagnare, con le sue note, l’arrivo dell’alba.

Nell’attesa di questo evento, che ogni hanno vede partecipe un pubblico sempre più numeroso, centoParole Magazine ha intervistato per voi Marco Ballaben.

 

Quando ha iniziato a suonare?

A cinque anni.

In che occasione?

Mia nonna mi aveva regalato un pianino di quelli giocattolo, con i tasti colorati. Ascoltavo Radio Capodistria – parliamo di epoche remote – e riuscivo a riprodurre ad orecchio le canzoni. I miei genitori si sono accorti di questa mia capacità e così mi hanno mandato a scuola di pianoforte; all’epoca consisteva in un anno di teoria e solfeggio, prima di sfiorare i tasti del piano. Ho tenuto duro e ho proseguito.

I primi concerti?

In realtà di concerti ne ho fatti pochi: non sono mai stato un musicista tradizionale, non ho mai intrapreso la strada della musica classica; sono stato da subito un musicista pop. Fin da ragazzino, la musica rock e quella pop mi hanno affascinato. Nei fine settimana andavo a suonare con i gruppi musicali – avevo 13 anni.

Quindi ha un po’ tralasciato la musica classica?

Sì, per la musica classica ci vuole molto tempo e molto studio; è un campo in cui non si può bluffare, bisogna avere una grande preparazione; me ne accorgo quando mi metto a fare alcuni pezzi della gioventù che mi piacciono, che mi affascinano: se non c’è la preparazione si fa molta fatica, diventano imprecisi. Quindi, suonando brani commerciali, questo si perde.

Che cosa ne pensa della musica commerciale?

Sono affascinato da tutto ciò che contiene del talento, questo vale per ogni genere: la musica classica, quella jazz, quella pop. Ci sono dei grandi nomi, dei personaggi di grandissimo talento che, però, a volte non fanno dei lavori eccezionali. Per cui, quando trovo una cifra stilistica, un talento vero, che sia Debussy o un gruppo all’ultimo grido, l’importante è che mi prenda, che mi piaccia.

Marco Ballaben. Ph NadiaPastorcichSecondo lei, la musica pop commerciale, dagli anni Cinquanta ad oggi, è cambiata in peggio, in meglio, è rimasta uguale?

Non avendo più vent’anni, né trenta, né quaranta, ogni tanto mi chiedo se faccio i classici discorsi da uomo maturo, da vecchietto che ha nostalgia della sua gioventù, e quindi tutto ciò che riguarda la propria giovinezza diventa magicamente irripetibile, o se effettivamente è così. Io credo che ci sia un decadimento totale – non soltanto nella musica – in Italia, ma anche un po’ nell’Europa Occidentale. Per esempio, ho notato che difficilmente mi viene la voglia di acquistare un cd – per me il cd esiste ancora, nonostante ormai sia considerato un supporto morto – ma se ci fossero dei pezzi interessanti, continuerei a spendere in quella direzione.
Faccio fatica a trovare qualcosa che mi colpisca e allora continuo ad ascoltare la musica degli anni Settanta-Ottanta, qualcosina degli anni Novanta, e quasi nulla degli anni 2000. Credo che dipenda da ciò che ci fanno ascoltare; esistono delle cose parallele…

Un po’ di nicchia…

Sì, per fortuna ho dei figli che hanno la curiosità di andare a sfruculiare la musica non commerciale, particolare, anche quella elettronica, mettendomi poi al corrente. A parer mio, oggi dovrebbe uscire qualcosa che a me, che ho una certa età, dia fastidio; un po’ com’è successo ai tempi di Elvis: lui, dava fastidio ai quarantenni dell’epoca, la sua musica era qualcosa di diabolico. Adesso, una cosa del genere, non c’è, perché bene o male tutto è molto accomodante.

Tutto è molto simile…

Molto simile, c’è un rispetto delle regole. È questa la ragione per la quale io, in passato, ho lavorato tanto anche nelle produzioni dance, pop; e ora sono molto più libero nel comporre musiche che possono adattarsi alle mie immagini, ai miei film mentali. Sono libero di dimostrare me stesso; quello che sento in un determinato momento è quello che viene fuori dalle note.

Ho saputo che ha accompagnato al pianoforte alcuni filmati muti. Quando è accaduto?

È successo qualche settimana fa. Mi hanno coinvolto in questa avventura, proprio perché a me piace spaziare, avere delle nuove sfide che mi tengano vivo. In questo caso, bisognava adattarsi all’epoca: erano dei filmati risalenti alla prima quindicina del XX secolo, quindi si doveva essere didascalici e filologicamente credibili. Bisognava fare delle musiche che avessero un’impronta tipica di quegli anni. Mi avevano dato i filmati in anticipo – non sono andato proprio alla cieca – ed è stato divertente vedere come la musica possa sostituire la parola e dare spazio alla fantasia. C’erano filmati di vario tipo: quelli comici dalle situazioni un po’ alla Ridolini e quelli seri riguardanti il funerale dell’Arciduca Francesco Ferdinando assassinato a Sarajevo. È stata un’esperienza divertente!

In quale ambito sono stati proiettati questi filmati?

Si è trattato di una retrospettiva sul cinema a Trieste nei primi anni del Novecento. I filmati sono stati proiettati con una macchina d’epoca, con la pellicola girata a manovella; la velocità era costante, perché l’operatore era bravo, ma se non fosse stato così, il film avrebbe potuto risentire di fluttuazioni. La pellicola proiettata era restaurata, la macchina a manovella e il pianoforte d’epoca.

Quindi la musica l’ha composta lei?

Sì, me la sono inventata io, un po’ sul momento; qualche traccia me l’ero scritta, per avere un’idea sui tempi, sui cambi delle scene. Poi ho improvvisato.

NadiaPastorcich-9Restando nel cinema, cosa ne pensa delle colonne sonore dei film di oggi?

Vale un po’ il discorso di prima sulla musica commerciale. Ho notato che nei film c’è un grande uso di canzoni – poi dipende da quale pellicola: hollywoodiana, commerciale, d’essai o di ricerca. Tendenzialmente anche lì, si usano le canzoni che spesso non sono scritte appositamente per il film, mentre, quando lo sono, si tratta comunque di artisti pop, che fungono da richiamo, e poi ci sono i santoni come Hans Zimmer che lavora per la Disney. Insomma, quei pochi nomi che sono sempre una garanzia.

Prendendo le musiche già esistenti, si rischia che il film perda di originalità, di spessore…

Sì, certo, è un adattamento un po’ sforzato. Non è lo stesso percorso di un musicista che guarda un’immagine e di conseguenza la sua musica ha una spiegazione, poi mediata dal registra o dallo sceneggiatore. È un meccanismo diverso. Noi in regione abbiamo qualche musicista interessante, anche se molto più sperimentale, come Teho Teardo – ha composto le musiche per i film “Il divo”, “La ragazza del lago” e altri – che fa delle cose particolari, però, nonostante ciò, riesce ad accostare lo strumento acustico con l’elettronica più ricercata. Non è facilissimo, come non sono facili le pellicole che sonorizzo io. Di recente Teardo ha sonorizzato i filmati di Man Ray, alla mostra in Villa Manin.

Secondo lei, oggi si può vivere di sola musica?

Io sto cercando di farlo. Sono arrivato a cinquantacinque anni vivendo di sola musica, ma se non ci fosse l’insegnamento, sarebbe molto più difficile. Mi piace insegnare, mi piace comunicare anche per cercare, nel mio piccolo, di tappare questa enorme falla di ignoranza che hanno le nuove generazioni, riguardo l’educazione musicale – ma non è colpa loro.

Dove insegna?

Insegno pianoforte moderno e computer applicato alla musica, presso la Scuola 55; poi insegno anche nelle scuole primaria in provincia di Treviso e Venezia, usando la metodologia Yamaha, che è stata creata negli anni Cinquanta, mirata all’insegnamento della musica ai bambini, tramite l’esperienza dell’orecchio. Quelli del metodo Yamaha, sostengono che la musica è un linguaggio e come tale va insegnato. Si impara a parlare molto prima di andare a scuola, molto prima di scrivere, perché si è circondati, fin dalla nascita, dai suoni; solo successivamente si riesce a dare un senso logico alle parole e a metterle insieme formando delle frasi. Quando si comincia ad andare a scuola si è già stufi di parlare. Nella musica spesso succede il contrario: si va al Conservatorio, o in una scuola privata a imparare a suonare uno strumento e si comincia dalla teoria, il che è un po’ antitetico. A miei tempi questa era l’unica soluzione, c’era una disciplina diversa; adesso, proporre questo ai bambini moderni, è difficile.

Ma i bambini sono interessati?

Sono molto interessati e curiosi. Ho visto, in questi tre quattro-anni in cui collaboro con le scuole, che questo progetto è molto ben accolto dagli insegnanti e dai genitori, perché i bambini sono sempre tanto entusiasti delle mie lezioni.
Le lezioni sono costruite come se fossero un disegno: ci sono dei tempi rigidi da rispettare, dei ritmi che evitano ai bambini di annoiarsi. Alla fine della lezione, quando ho un po’ di tempo, suono a loro dei pezzettini di brani famosi, e loro mi chiedono di suonare Beethoven, Mozart, come se fossero, ad esempio, David Guetta.
Sono veramente curiosi di sapere anche come sono fatti gli strumenti, che suono hanno. L’esperienza avviene proprio tramite l’orecchio, tramite una fase di divertimento. La metodologia della Yamaha è fatta molto bene, da questo punto di vista. Io faccio tre-quattro seminari di aggiornamento all’anno e devo sostenere degli esami, i cui esiti vengono spediti in Giappone: è lì che decidono se tu sei in grado di portare la metodologia in giro per il mondo.

Avvicinando il bambino fin da piccolo alla musica, poi, quando sarà un po’ più grande, per lui sarà una cosa normale apprezzarla….

Sì, si sensibilizza la persona, la si costruisce in maniera decisamente migliore. Infatti quello che dicono tutte le maestre, alla fine di questi corsi, è che, grazie a questo metodo, i bambini acquisiscono un modo di ragionare diverso e quindi migliorano le loro competenze, pure nelle altre materie. Anche il fatto che le lezioni siano collettive, che ci sia il senso di squadra, dell’orchestra, contribuisce a pensare in un’altra maniera.

Marco Ballaben Ph NadiaPastorcichParlando della sua carriera: lei, negli anni Ottanta, ha suonato con i “Passengers”….

Sì, ho fatto il turnista per una stagione con i Passengers; era un gruppo vocale formato da due cantanti e da due modelle, che si muovevano sul palco. All’epoca erano abbastanza famosi.
In quel periodo abitavo a Milano e avevo deciso di fare il mestiere del musicista, del turnista. Dopo un breve tempo, ho trovato questi lavoretti e poi, a catena, ne sono venuti degli altri: quello con Ferradini, quello con il gruppo “Novecento” e infine con la Mannoia, ma, quando dovevo incominciare a provare per lei, mi è arrivata la proposta di fare con un gruppo di ragazzi di Monfalcone della “musica nostra”, non quella degli altri. Così ho mollato tutto. Fare il turnista era bello, ero giovane e giravo l’Italia, però, alla fine, suonavo cose obbligate; la creatività è un’altra cosa.
Questo nuovo progetto, invece, mi coinvolgeva personalmente; era un progetto internazionale: c’era un contratto con la Warner Bros tedesca.
Purtroppo, come succede in tantissimi casi, il progetto non è andato a buon fine. Su dieci dischi che escono sul mercato, ce ne sono duecento già pronti e finiti che vengono abortiti, e poi ci sono quelli che rimangono nel cassetto, perché le spese sono eccessive, si fanno dei tagli ai bilanci. Questo era ciò che ufficialmente avevano detto a noi: la casa madre americana aveva fatto dei tagli a tutte le consociate europee, perché le produzioni in attivo costituivano la minoranza. Io conservo ancora il contratto in tedesco, la stampa della copertina del singolo, il fax che annunciava l’uscita del disco in tutta Europa. I vertici della casa discografica erano addirittura venuti con il loro aereo privato a Ronchi per sentirci suonare. Eravamo tutti gasati, e poi…

Quindi non avete mai fatto una tournée?

No, abbiamo fatto solo un concerto e poi è morto tutto (ride); abbiamo comunque continuato a fare dei provini, abbiamo cercato il mercato italiano, ma non c’è stata nessuna risposta, e tutto è finito lì. Subito dopo è iniziata l’avventura con la Witz Orchestra, dove sono rimasto per sei-sei anni e mezzo.

La Witz Orchestra è anche apparsa molte volte in televisione…

Sì, abbiamo fatto veramente di tutto. La Witz Orchestra aveva partecipato a due trasmissioni a più puntate, che non sono andate bene. Se una trasmissione sfonda, tutti quelli che vi prendono parte sono salvi, e per un certo periodo possono vivere di rendita. Lì invece la cosa non è andata bene: avevamo partecipato ad un programma di Dario Fo, che doveva segnare il suo rientro in Rai, dopo venticinque anni di ostracismo, ma lui aveva sbagliato un po’ la direzione della trasmissione, che non aveva avuto grandi consensi.

Partecipando alle trasmissioni televisive, voi della Witz Orchestra, con quali grandi nomi avete lavorato?

In Rai abbiamo lavorato un po’ con tutti: da Baudo, alla Carrà alla Goggi. Tutti professionisti seri e persone amabili anche nei nostri confronti, seppure fossimo agli inizi della carriera. Ho lavorato con Baudo in due occasioni; lui è una persona che arriva sul posto di lavoro prima di tutti, si informa di tutto, non tralascia nulla, ed è sempre attento a far star bene l’artista. In televisione c’è il famigerato playback e allora capita di dover aspettare per ore e ore soltanto per stabilire la posizione delle telecamere, l’inquadratura e le luci. Baudo veniva costantemente da tutti noi artisti per rincuorarci, per chiederci se avessimo bisogno di qualcosa; uno, al suo livello, potrebbe anche non farlo. Baudo è un professionista serio, così come lo sono la Carrà e la Goggi. Toto Cutugno era simpaticissimo, andava nel backstage a giocare a carte con gli operai e a bersi un bicchiere di vino rosso. In tutte queste persone non ho mai trovato atteggiamenti altezzosi.

Era tutto in playback? Non si faceva nulla dal vivo?

Dipende, con Dario Fo si suonava dal vivo; nella sua trasmissione eravamo fissi e c’era pure Jannacci con il suo gruppo e qualche volta si suonava anche assieme. Jannacci ha sempre avuto dei grandi musicisti. È stata un’esperienza divertente, anche se, inizialmente, Fo non ci faceva fare delle cose nostre – noi eravamo l’orchestra che lo accompagnava. Alla fine, dovendo consegnare il materiale entro il termine del contratto e non avendo più molto tempo a disposizione, per riempire il palinsesto, ci ha fatto suonare dei pezzi nostri (sorride).

NadiaPastorcich-11Hai mai partecipato a qualche festival?

No, non ho mai fatto concorsi, non mi è mai particolarmente piaciuto e non mi è nemmeno capitato, però se mi chiedessero di fare Sanremo – a parte che ormai l’età mi mette al riparto da questo pericolo – forse lo farei. Mi ricordo che proprio con la Witz Orchestra ci avevano proposto di partecipare a un Sanremo, ma il produttore artistico voleva farci fare un pezzo stile Queen: era da poco morto Freddy Mercury e l’ultimo album dei Queen era finito in cima alle classifiche, quindi, secondo il produttore, fare qualcosa di simile sarebbe stata la carta vincente; ma la Witz Orchestra era tutt’altra cosa, e cosi non si è fatto nulla.
Le ultime produzioni prendono delle cose già esistenti – quasi sempre appartenenti al pop britannico – e le scimmiottano un po’. Copiare è molto più semplice, pensare costa fatica, inventare anche; per fare questo ci vuole tempo, trovare il talento.

La “GiuliaPellizzariBallaben(d)” è nata da una sua idea?

No. Io e Giulia ci siamo incontrati in più occasioni, tra il 1985 e il 1986, poi siamo rimasti in contatto, però ognuno ha continuato a fare le proprie esperienze. Pellizzari, invece, l’ho incontrato per caso: lui lavorava con un pianista che, per impegni universitari, aveva dovuto mollare tutto; Pellizzari mi aveva chiamato, su consiglio di questo pianista che mi conosceva, per propormi di lavorare con lui. Ci è capitato che entrambi eravamo stati contattati dallo stesso locale, ma ognuno di noi da un socio diverso, e così ci siamo presentati lì, tutti e due, ed è nato questo sodalizio. Poco dopo si è aggiunta anche Giulia, che mi aveva contattato per una serata.

Quindi tutto è nato un po’ per caso.

È nato un po’ per caso e da lì abbiamo avuto i nostri momenti di gloria, le nostre serate con un pubblico numeroso; adesso è un po’ in discesa: il nostro pubblico tipo è formato da gente più o meno della nostra età, che non esce più, molti di loro sono già nonni (sorride), e il giovane di adesso ha altre esigenze.

Quando ha conosciuto Lelio Luttazzi?

Lelio Luttazzi l’ho conosciuto, purtroppo, poco tempo prima che se ne andasse, tramite la Scuola 55. Lui aveva fatto il famoso concerto in Piazza Unità, che era stato registrato e avevano fatto un dvd. Lelio era contentissimo di tutta l’organizzazione, di tutto quello che n’era conseguito.
È successo che alla signora Rossana Luttazzi, che si occupava di un sito di beneficenza, serviva una musica da mettere come sfondo; aveva già il brano scritto per quell’occasione da Lelio, ma bisognava orchestrarlo. Lelio non aveva l’orchestra a disposizione e così si è rivolta a Gabriele Centis della Scuola di Musica 55, che poi mi ha contattato: sono abbastanza esperto di informatica e uso dei software incredibili, capaci di simulare qualsiasi strumento.
Faccio un piccolo passo indietro: a cinque anni, quando ho cominciato a suonare il pianoforte, è stato anche il momento in cui ho iniziato a seguire alla televisione “Studio Uno”; ogni sabato sera ero seduto sulla mia sedia, inebetito (sorride), a guardare questo programma con Lelio, che per me era il massimo.

Ritornando a quanto stavo dicendo prima, poi con Centis sono andato a casa di Luttazzi per parlare di questa sua richiesta e vedere la partitura. Entrare in quella casa, con quel pianoforte e con Lelio che si è dimostrato da subito quello che era, ovvero una persona molto colta, molto profonda, ma con quella profonda leggerezza – è quasi un ossimoro – così educata, simpatica, colloquiale, mi ha messo da subito a mio agio. Ho suonato i suoi pezzi, abbiamo parlato del più e del meno e lui mi ha detto: “Tranquillo, non sentirti teso…”, gli ho risposto che non era tensione, ma che, semplicemente, mi rendevo conto di chi avevo davanti e che, bene o male, Lelio faceva parte della mia infanzia. Lui mi ha chiesto: “Non te se ricorderà miga de Hit Parade?”, certo mi ricordavo benissimo di Hit Parade, però avevo un’immagine più chiara di Studio Uno, di tutti quegli ospiti, della grandezza che c’era a quell’epoca. “Sì, sì, non iera miga merito mio…”, questa è stata la risposta di Lelio, e ciò fa capire la persona che era…

Ho fatto questo arrangiamento che mi aveva chiesto, cercando di curarlo al meglio che potevo; gliel’ho dato e lui personalmente mi ha telefonato tutto entusiasta. Era veramente felice, anche perché non immaginava cosa si potesse fare con un computer. Dopodiché, Rossana, mi ha affidato delle partiture inedite di Lelio da registrare, tra le quali “Buonanotte Rossana”, la ninnananna a lei dedicata. Sono andato a registrarla alla Scuola 55, ma, mentre ero lì, è arrivata di corsa Rossana chiedendomi se riuscivamo a masterizzarla il più veloce possibile: Lelio stava malissimo e lei voleva fargli sentire il brano, prima che se ne andasse. “È andato via ascoltando te che suoni la sua musica. L’hai suonata come l’avrebbe suonata lui” – così mi ha detto Rossana, tempo dopo. Mi ha molto commosso…

Marco Ballaben Ph NadiaPastorcichQuale caratteristica di Lelio l’ha colpita?

La sua apparente semplicità: in realtà credo che fosse un uomo molto complesso, dotato di una profonda intelligenza, conscio del proprio talento, delle proprie capacità, ma senza mai farlo pesare a niente e a nessuno. Penso che questa sia una caratteristica dei “grandi”, come ho visto anche con Mike Stern – chitarrista di Miles Davis – che era venuto alla Scuola 55, per fare dei seminari. Sono persone semplicissime che al bar ti raccontano i loro segreti, ma che alla fine segreti non sono: il loro segreto sta nelle loro mani, e non si può copiare, la loro testa, non la si può clonare. Se si ha veramente talento, non si deve temere nessuno.

Parlando del concerto all’alba, quest’anno sarà lei il pianista che suonerà sul Molo Audace. Quali saranno le musiche?

Le musiche saranno per lo più mie: mi sto dedicando a un certo tipo di composizioni che mi sembrano ideali per la situazione, per il paesaggio, per l’ora, per essere liberi da ogni tipo di costrizione. Non sono un musicista jazz, ho solo un’infarinatura jazz, perché per fare il jazzista vale lo stesso discorso che ho fatto per la musica classica. Io ho seguito dei seminari jazz, andavo su e giù a Milano per frequentare le lezioni del Maestro Sante Palumbo, il pianista di Mina, poco dopo Studio Uno. Lui mi ha aperto le porte sull’armonia, su certi concetti che mi erano oscuri – per queste cose bisogna avere una guida. Per il resto, sono uno che ama spaziare, quindi, al concerto all’alba, farò una cosa che è un ibrido fra jazz, Sakamoto, Einaudi, Satie, sempre con il dovuto rispetto alle citazioni.

Ho visto su Facebook che quest’anno parteciperanno tantissime persone…

Sì, l’ho visto anch’io. Speriamo di essere in grado di soddisfarle…

È una bella cosa che la gente si avvicini alla musica, anche ad un’ora un po’ insolita…

Già, un’ora insolita, però ho visto che, anche gli altri anni, c’è stata una grande partecipazione.
I concerti all’alba, li fanno un po’ in tutta Italia, specialmente al centro sud in spiagge magnifiche e il tutto è molto suggestivo. L’offerta è molto variegata, perché si presta ad esserlo; si presta non solo ad un pianismo strettamente jazz, ma è una cosa descrittiva, emozionale, quindi, secondo me, vanno bene tanti generi di musica. È una bella sfida, che mi mi interessa particolarmente; in questo periodo di crisi le sfide sono stimolanti.

Ha qualche progetto per il futuro?

Marco Ballaben. Ph NadiaPastorcichVorrei portare avanti questo discorso della musica strumentale; mi piacerebbe farne un cd. Alcune delle musiche che ho scritto, sono state fornite di melodia e di canto, da una mia amica cantautrice, con la quale collaboro da una decina di anni. Lei ha sentito alcuni di questi miei brani e ci ha messo sopra le parole. È davvero molto brava.

Secondo lei, che caratteristiche dovrebbe avere un musicista?

Per poter esprimere qualcosa, deve avere delle passioni vere. La passione è fondamentale, di questi tempi ancora di più, per avere sempre la forza di continuare, di non fermarsi ai primi ostacoli e per avere comunque qualcosa da dire. La tecnica è importante, però, da molto tempo ormai rifuggo i funambolici dello strumento, perché spesso questa gente suona per sé o per gli addetti ai lavori, e al pubblico non arriva nulla. Ma, non è sempre così, ci sono le vie di mezzo, ci sono i grandi artisti tecnicamente enormi, che riescono ad esprimersi anche con poche note, in maniera molto efficace da arrivare a tutte le persone.

Ringrazio il pianista Marco Ballaben per questa chiacchierata musicale.

Nadia Pastorcich ©centoParoleMagazine – riproduzione riservata.
Foto di Nadia Pastorcich

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.