Frank Owen Gehry: il gioco delle sperimentazioni

Sono cresciuto prendendo come modello le archistar del mio tempo: si chiamavano Le Corbusier, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright. Quello che sono oggi, lo devo anche a loro. Se possono spingere un giovane architetto a migliorarsi, ad essere sé stesso, ben vengano le archistar”.

Nato a Toronto il 28 febbraio 1929 da una famiglia di origini ebraiche, il suo vero nome in realtà è Ephraim Owen Goldberg, poi trasformato in Frank Owen Gehry nel 1954 dopo la nascita della prima dei suoi quattro figli :

Da ragazzino, in Canada, mi avevano reso la vita dura, perché ero ebreo. Così, mi sono lasciato convincere a mutar nome per facilitare l’infanzia di mia figlia. Adesso mi dispiace, ma ormai è tardi”.

Si laurea in California e comincia a lavorare nello studio Gruen Associates, dove resta fino al 1960. “In quegli anni” – scrive il critico Joseph Giovannini -“ Gehry conduceva una doppia vita: frequentava gli artisti iconoclasti di Venice, che sperimentavano nuove forme d’interpretazione dello spazio, della luce, della materia. Era il cosiddetto gruppo della Ferus Gallery e perseguivano due scopi: toglier l’arte dal piedistallo ed effettuare interventi quasi architettonici, improvvisati…” Possiamo dire che il suo nome sia passato sulla bocca di tutti solo dopo il progetto del Guggenheim di Bilbao, inaugurato nel 1997.

Da allora, nell’immaginario collettivo, l’architettura moderna sembra dividersi in due epoche: «prima» e «dopo» il Guggenheim. Considerato fra i più influenti progettisti contemporanei, le sue opere superano i principi del razionalismo, dichiarando un approccio creativo di tipo scultoreo e organico. Il suo modo di fare architettura rifiuta i vincoli della geometria euclidea ed esalta i valori plastici dei volumi in un apparente caos compositivo. Incredibile pensare come un giovane architetto un po’ ribelle che costruiva opere in compensato e cemento grezzo sia cresciuto a tal punto da sembrare uno di quegli scultori scapigliati che si divertono a smontare le forme architettoniche per reinventarle sotto forma di volumi dalle linee ondulate e oblique. In questo contesto si può parlare di filosofia dell’arte concepita come gioco delle sperimentazioni, nel quale Frank Owen Gehry trae spunto dalla seriali degli edifici operando un tentativo di personalizzazione della città, ristrutturandola mediante sovrapposizione e dilatazione che fanno respirare le strutture portanti. Questo mago dell’architettura opera una rivisitazione tale degli edifici che lo porta a trovare l’equilibrio perfetto tra la non originalità di base di una casa e il libero sfogo della sua fantasia.

“Per me ogni giorno è un giorno nuovo. L’approccio con cui comincio ogni progetto è quello dell’insicurezza, come se fosse la prima volta. Comincio a sudare e poi inizio a lavorare non sicuro di dove stia andato. Se lo sapessi probabilmente smetterei di farlo.”

I primi lavori di Gehry risentono dell’influenza dell’arte pop e minimal dovuta alla frequentazione assidua di artisti come Andrè, Davis, Francis, Judd e Serra. Nella prima metà degli anni sessanta si pongono invece le basi per il futuro competitivo dell’artista californiano : prima si parla di un’architettura neoplastica legata a superfici grezze e trascurate, poi arrivano le grandi tele zincate punto di partenza della “wreck-architecture”. Il messaggio che questo artista lancia al mondo è che quando ci mettiamo in gioco cercando di dare il meglio in un progetto o in un lavoro, anche se non saremo i più bravi nel farlo, sicuramente saremo gli unici esperti.

Valeria Morterra © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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