Maurizio Melozzi: bisogna credere nei propri valori e in quello che si fa

Maurizio MelozziMaurizio Melozzi è un fotografo interessato al ritratto, che lavora per il mondo della moda tra Milano e Firenze, ma si sposta anche all’estero.
Ha fatto le foto per importanti campagne pubblicitarie nazionali e internazionali; inoltre ha immortalato eventi mondani del jet set. Molte delle sue fotografie sono state pubblicate su riviste come GQ , Glamour, Marie Claire, Panorama, Amica, Cosmopolitan, Elle, Vogue (Russia), Harper’s Baazar e tante altre.
Quest’anno è il Visiting Professor di uno dei tre stage organizzati dall’Associazione culturale Opera Viva, nell’ambito del progetto “Questa Volta metti in scena…il Cuore”, ideato e diretto da Lorena Matic.

Quando si è avvicinato per la prima volta al mondo della fotografia?

Da ragazzo, attorno i dieci-undici anni. Mio papà era un fotografo, lavorava per il Ministero; mi sono avvicinato alla fotografia rubandogli le macchine fotografiche – quella volta si lavorava in analogico, quindi c’erano la pellicola, la camera oscura, le stampe.
Ho scattato a vanvera per tanti anni; poi, ad un certo punto, ho capito che per scattare bisognava avere una cultura fotografica, perciò ho buttato via tutto, e ho ricominciato daccapo studiando, non solo la tecnica fotografica, ma soprattutto i grandi autori e prendendo ispirazione anche dalla pittura.

Fotografi di moda di una volta e quelli di oggi, cos’è cambiato?

Sono cambiate le tendenze, è cambiato lo stile; questo è dettato non soltanto dai fotografi, ma anche dalla società. Il fotografo non fa altro che adeguarsi al mondo in cui vive; è un testimone del momento storico, perciò la sua evoluzione fotografica di comunicazione cambia a seconda degli anni in cui vive, degli stili che frequenta. Questo fatto vale sia per la fotografia che in generale. Quindi, la causa del cambiamento non è del fotografo: il fotografo si adegua all’anno, al momento storico in cui sta vivendo.

Che regole deve seguire un fotografo di moda?

Io posso dire la mia regola: essere sempre se stessi, credere in se stessi, non scendere a compromessi, non correre dietro alle mode – non serve a niente – avere una propria identità, anche se non piace, l’importante è che sia tua. Secondo me potremo chiamarla così: etica, quindi credere nei propri valori, in quello che si fa.

Ph MelozziQuanto è libero di scegliere il fotografo sul set fotografico?

Dipende dal cliente, dall’art director che ti viene avvicinato. Per certe foto, ho avuto la libera scelta di fare quello che volevo, logicamente avvallata dal cliente. Io proponevo una cosa al cliente e poi lui mi diceva se gli andava bene; altre volte invece ho avuto degli art director, che mi hanno imposto cosa dovevo fare, e l’unica mia libertà era quella di lavorare sull’espressione della modella, sulle luci.

È lo stilista o il fotografo che incide di più sullo scatto finale?

Incide il fotografo: è lui che mette la firma, però deve sempre collaborare con lo stilista, che gli dice se va bene quello che sta facendo o meno. Ovviamente il fotografo deve cercare di capire le esigenze dello stilista, prima di arrivare sul set.

Quanto conta la tecnica e quanto invece l’esperienza?

La risposta l’ha già data un grandissimo fotografo e ritrattista, Giovanni Cozzi, in merito ad una domanda simile, e alla quale io mi riferisco sempre: “La tecnica fotografica la impari in un giorno, il mestiere in una vita”; quindi non si smette mai di imparare, perché la fotografia è uno stato mentale non è una questione di tecnica, di scrivere con la luce.

Nel mondo in cui viviamo, tutti fanno click, scattano tantissime foto, ma così non si perde l’identità delle fotografie?

Certo, difatti buona parte delle foto che vengono fatte non hanno un’identità precisa. Il mercato della fotografia è rovinato da tutti questi click che ci sono in giro. Non c’è più un’identità; ormai si fanno foto dappertutto. Il click per portare una testimonianza non c’è più…basti pensare a tutti i photographers che sono venuti fuori negli ultimi anni.

Ph MelozziNelle sue foto si nota la passione che ha per il bianco e nero e per i forti contrasti; tutto sembra molto scenografico e dai toni pittorici.

Sì, questo è vero; l’hai descritto bene questo mio stile. Adoro il bianco e nero, perché il colore può portare via sensazione e comunicazione, invece, il bianco e nero è molto più diretto. Comunque, anche nel colore, mi piacciono i contrasti forti, desaturati; poi si va a periodi, o per ogni soggetto magari vedi una tipologia di colore diverso…

Quando il fotografo deve fare un servizio fotografico, deve già prima essersi organizzato mentalmente il lavoro?

Sì. Deve essere molto veloce nel suo lavoro, deve aver già in testa tutto quello che vuole fare, perché il soggetto non lo può far stancare.

In pratica come un chirurgo quando opera…

Sì, esattamente. Bisogna sapere già cosa si vuole fare, come si vuole sviluppare quella cosa. Non si può avere dei tentennamenti, anche perché già le cose non vanno sempre come dovrebbero e vengono fuori dei piccoli problemi, che poi però diventano pregi, perché la tua foto cambia.
Io sono uno che si scrive tutto: parto sul set, faccio la ricognizione il giorno prima, comincio a capire quale capo d’abbigliamento sta in un determinato angolo, quale sta in un altro. Schematizzo ogni cosa. E poi va a finire che cambio tutto in corso d’opera.
Ho sempre studiato la luce prima di andare sul set, e nel momento dello shooting mi sono capitate le luci peggiori, perché in quell’istante magari non c’era il sole, però dovevo comunque scattare le foto e allora devi essere bravo a cambiare il tuo mood, il tuo gioco.

Fiocchi calendar Ph MelozziLo scorso anno le è stato commissionato un calendario da un’azienda che produce munizioni. Per quel lavoro è andato oltre: non si è limitato a fare click, ma ha addirittura creato i vestiti, ad esempio utilizzando le scatole delle munizioni. Quindi il fotografo deve andare oltre?

Sì, il fotografo non si ferma soltanto ad essere un fotografo. La sua professione non si ferma più a fare click, ma inizia prima: quando cerca la location, il tipo di luci che vuole. È un lavoro di ricerca, che uno deve fare se vuole avere qualcosa di più.

Oggigiorno, la grafica incide molto sulla fotografia?

Sì, oggidì non basta fare click: bisogna avere anche nozioni di grafica, nozioni di costruzione di un qualcosa. Tempo Ph Melozzifa, ho fatto un redazionale con un impianto grafico, che ha rafforzato un pochino anche la novità del modo di comunicare: era per un Magazine di Barcellona. L’intervento grafico apportato sulle fotografie l’ho fatto io, non un grafico. Sono intervenuto sulle foto inserendo degli intarsi in negativo, questo per poter richiamare dei capi, la trama degli abiti. Tale intervento è stato apprezzato in maniera interessante, anche perché un po’ innovativo per un redazionale di moda. La fotografia, ormai, ha bisogno di un qualcosa in più, per poter andare avanti. Il fotografo deve avere nozioni di video, di internet, di comunicazione. Il fotografo vecchia maniera non esiste più.

Insomma, deve essere un artista a 360°…

Sì, più doti ha, meglio è.

Ph MelozziOggi, nelle foto di moda, quanto si utilizza photoshop?

Oggidì photoshop ne fa da padrone; ormai non c’è una foto che non sia più photoshoppata. Poi l’utilizzo di photoshop dipende dal carattere della persona, del fotografo, o del ritoccatore.
Il digitale è stata una grande fortuna per noi fotografi. Dopo che si scatta in digitale non si torna più indietro, ma molti il digitale l’hanno preso in maniera sbagliata. Ho sempre detto che bisogna scattare in digitale ma pensare in analogico.
L’utilizzo di photoshop – come ho detto – dipende dal tuo gusto, da come lo vuoi apportare. Io cerco di andarci giù il più leggero possibile, mi piace la realtà; anche una ruga, un difetto, di una persona diventa pregio.

Qualche giorno fa ha fatto le foto agli attori dello spettacolo teatrale “Cancun” – in scena in questi giorno al Teatro Bobbio di Trieste. Quindi fa foto anche a teatro?

Sì, è una cosa nata da poco. Tanti anni fa, facevo anche cinema di scena, poi mi sono dedicato completamente alla moda e ad altre cose, e ora è venuto fuori questo discorso del teatro.

Barbara Snellenburg Ph MelozziLei ha scattato alcune foto a Barbara Snellenburg a Trieste. Le ha fatte l’anno scorso, quando Barbara era qui per lo spettacolo teatrale “Boeing Boeing”?

Sì. Io avevo fatto delle foto a Justine Mattera, Barbara, sua amica, le aveva viste e le erano piaciute. Si è fatta dare il mio contatto e mi ha chiamato dicendomi che, fra qualche mese, sarebbe venuta a Trieste per lo spettacolo teatrale “Boeing Boeing” e che le avrebbe fatto piacere fare uno shooting con me. Le dissi di sì e mi organizzai per creare un servizio fotografico che richiamasse la Dolce Vita-Brigitte Bardot – Barbara è uguale a BB. Lo shooting l’abbiamo fatto a Trieste cercando di ricreare lo stesso mood della Bardot anni ’60. Abbiamo preso una vecchia Giulietta e con la stylist abbiamo trovato gli abiti. È stato un lavoro bellissimo.

Per un periodo della sua vita ha immortalato la mondanità. Com’è nata la collaborazione con Briatore?

Briatore e la moglie Elisabetta Gregoraci . Ph MelozziÈ nata per un colpo di fortuna: un giorno passavo a Forte dei Marmi e volevo fare per me una foto ricordo di una spiaggia, dove c’era un club di Briatore. Conobbi Lippi che era uno dei soci, mi permise di fare le foto – era un posto blindato – ma chiedendomi dopo di mandargliele. In seguito mi hanno chiesto un preventivo per fare un catalogo di ambiente, arredamento, still life. Così è nata questa collaborazione con Briatore che mi ha proposto di diventare il suo fotografo e di seguirlo. Questa cosa è andata avanti per otto anni.

Parlando invece di Opera Viva, lei in questa 11esima edizione è uno dei tre Visiting Professor. È la prima volta che tiene uno stage al Liceo artistico Nordio di Trieste?

Con Opera Viva è la prima volta che lavoro, mentre ero già venuto anni fa a tenere una mia conferenza ai ragazzi del Nordio. Venni per parlare di fotografia e di costume. Quando c’è da insegnare qualcosa a qualcuno, lo faccio molto volentieri.

Com’è insegnare alle giovani menti?

È molto bello: tu dai qualcosa a loro e loro danno tanto a te.

Melozzi al Nordio. Ph NadiaPastorcichChe cosa spera recepiscano da questo stage?

Che quella del fotografo è una professione seria; non bisogna svendersi, rovinare il mercato, come sta succedendo: tante nuove leve, bravissime, non hanno l’opportunità, la fortuna di arrivare in qualche grossa redazione, e perciò svendono il proprio lavoro. Ci sono dei volponi che ti prendono i lavori gratis con la promessa di farti pubblicità – ciò non dovrebbe esistere in questo lavoro. Siamo professionisti – come il notaio, il dentista – e quindi dobbiamo mantenere la nostra linea e condotta, senza scendere a compromessi.

Che cos’è per lei il cuore?

Tutto. In qualunque cosa fai, se non ci metti il cuore, quella cosa non riesce; ci vuole il cuore anche in una squadra di calcio.

Progetti per il futuro, sogni nel cassetto?

Di sogni nel cassetto ne ho tantissimi, ma anche di progetti ne ho tanti: li inizio e poi li metto nel cassetto, e poi passo ad un altro progetto, perché la mente a volte dilaga, cambia e tu ti evolvi, molli una cosa, ne inizi un’altra…Il mio progetto è quello di rimanere sempre me stesso.

Ringrazio il fotografo Maurizio Melozzi per l’interessante chiacchierata.

Nadia Pastorcich ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.