Lara Jeranko Marconi: l’illustrazione è quella parte di me più spensierata

Lara J. Mrconi. Ph NadiaPastorcich-Lara Jeranko Marconi è un’illustratrice nata a Capodistria che vive e lavora tra l’Italia e la Slovenia. Nel 2003 ha ottenuto il diploma di decorazione pittorica presso l’Istituto Statale d’Arte Nordio di Trieste e nello stesso periodo ha concluso il corso professionale di illustratrice di letteratura per l’infanzia promosso dall’ENFAP FVG (Ente Nazionale per la Formazione e Addestramento Professionale). Nel 2008 si è laureata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. I suoi lavori sono stati esposti in varie mostre sia collettive che personali, in Slovenia e in altre parti d’Europa.
Quest’anno è la Visiting Professor di uno dei tre stage organizzati dall’Associazione culturale Opera Viva, nell’ambito del progetto “Questa Volta metti in scena…il Cuore”, ideato e diretto da Lorena Matic.

Lei ha iniziato a disegnare da piccola; cosa si ricorda dei suoi primi disegni?

Era un continuo lavorio, disegnavo tanto. Ricordo che una volta mi slogai il polso e non potei disegnare per molto tempo. Appena guarii, disegnai per tre giorni di fila.

Poi è andata all’Istituto d’Arte Nordio di Trieste. Questa scuola come funzionava una volta?

Era bellissimo e lo penso ancora adesso, ma allora non me ne rendevo perfettamente conto. Già solo la struttura è incredibile! I laboratori sono molto belli; per quanto possano essere decadenti (sorride), sono spazi molto rari da trovare in un istituto d’arte. I professori – con alcuni sono ancora in contatto – hanno fatto veramente un buonissimo lavoro, sono dei professionisti nel loro settore. Questa scuola mi ha dato moltissimo.

Like a SunsetSi facevano lavori anche per l’esterno, per i teatri?

C’erano tantissimi iniziative. Ricordo che mi dicevano che avrei dovuto portarmi una tenda, dal momento che stavamo lì tutti i giorni (sorride).
Erano veramente dei laboratori veri e propri. Il teatro c’è sempre stato: una volta il Nordio partecipava al “Palio degli Asinelli”, un concorso di teatro tra le scuole superiori. Noi avevamo una stanza a nostra disposizione, materiali e quant’altro. Con il senno di poi eravamo veramente avvantaggiati, sotto certi aspetti.
Oggi, mentre mi preparavo per questo stage, mi è venuto in mente che tempo fa al Nordio avevano invitato un ex alunno – ora vive a Londra e si è specializzato negli effetti speciali – che aveva collaborato al primo Harry Potter.

Dell’Accademia di Belle Arti di Venezia cosa le è rimasto nel cuore?

L’Accademia è stata una sfida: è un ambiente totalmente diverso da quello improntato dalla scuola superiore. Sicuramente lavorare a stretto contatto con altre persone, anche molto brave, e crescere con loro, è stata sicuramente una grande fortuna. Poi Venezia ha il suo fascino… È stata una bella e difficile esperienza al tempo stesso, però credo necessaria.

Che cos’è per lei l’illustrazione?

L’illustrazione è quella parte di me più spensierata, in cui riesco ad essere un po’ più sciolta, perché, nell’illustrazione, ho già un contesto ben preciso a cui devo solo aggiungere un tocco; per cui non mi mette tanta ansia, quanto una leafgalleria vuota da riempire.

Che materiali utilizza per i suoi lavori?

Mi piace utilizzare materiali diversi, adoro sperimentare. I materiali che uso sono per lo più naturali, dalla carta al legno, poi ci sono gli acquerelli. Spazio abbastanza. I miei lavori sono molto eterogenei, con uno specifico contenuto che li collega.

Oltre l’acquerello, quali altre tecniche usa?

L’acquarello, la pittura ad olio, ma un po’ meno, poi la carta dal disegno, alle piccole installazioni. E poi uso gli oggetti che trovo e che poi ripropongono in una forma un po’ diversa.

Quanto utilizza il computer per i suoi lavori?

Nell’illustrazione di più, nella parte più personale invece è quasi assente – a parte per il portfolio, per i siti internet, ma quella è una cosa che riguarda la promozione.

Forest fruitSecondo lei, oggi saper utilizzare il computer è importante nel campo artistico?

Per essere parte della società e quindi del mondo, sì, ma nel campo artistico non è essenziale; però, secondo me, visti i tempi che corrono, bisogna adeguarsi. Ciò non vuol dire prediligere questo strumento, bensì conoscerlo per capire magari che poi non fa per te.

Ho notato che nei suoi lavori compaiono la flora e la fauna, come nasce questa scelta?

È partita un po’, non dico proprio per caso, ma quasi, e poi mi sono accorta, molto ingenuamente, che esisteva già tutto un mondo legato alla simbologia, alle figure allegoriche, il che mi ha appassionato. Ho scoperto un linguaggio codificato, anche molto riconoscibile, che posso utilizzare, maneggiare in modo da rendere i contenuti – sebbene sempre ambigui – un po’ più immediati.

Per alcuni suoi lavori riutilizza oggetti vecchi, come mai?

Perché questi oggetti esercitano un fascino su di me. Mi piace immaginare il loro passato, la loro storia, chi li aveva; è 86bcomunque un qualcosa di vissuto, che aggiunge un valore in più al mio lavoro. Mi piace lasciare che l’interpretazione sia libera, anche perché neanch’io conosco bene la chiave di lettura dell’oggetto.

Oggi, come dev’essere l’illustratore?

Sicuramente deve avere grandi conoscenze non solo tecniche, ma anche di quello che accade attorno a lui, nel mondo dell’editoria. È molto importante che abbia un proprio linguaggio e dei lavori che si prestino a differenti settori, senza mai denaturarsi. Sono questi, secondo me, gli illustratori che poi durano nel tempo.

Che approccio bisogna avere per illustrare libri per bambini? Bisogna entrare nella loro mentalità?

Sì, puoi pensare a ciò che il bambino può prediligere, per cui le cose un po’ più colorate, un po’ più dettagliate. Ciò che mi affascina è l’idea che, in un certo senso, con il tuo lavoro fai parte della sua formazione artistica.
Mi ricordo l’influenza che hanno poi avuto su di me le illustrazioni che guardavo da piccola. L’importante è non sottovalutare mai l’efficacia dell’illustrazione per i libri per bambini, non bisogna pensare: “È solo per un bambino, non serve che sia poi così dettagliato, o così speciale”. In realtà sta proprio lì la forza di fargli capire cosa può essere bello, interessante… stimolarlo, insomma.

Una frase o un oggetto che la rappresenta?

Guardando il mio lavoro e vedendo quante cose differente riesco a fare, mi chiedo dove sia il centro di tutto, ma credo che alla fine non sia una cosa a formarlo, bensì un insieme di cose. Sicuramente il lavoro che faccio è quello che mi rappresenta più di qualsiasi altra cosa.

goneLei hai un atelier?

Sì, ho un atelier a casa mia. Senza uno spazio non si può lavorare, e questo è il problema di tanti creativi.

Parlando invece di Opera Viva, lei in questa 11esima edizione è uno dei tre Visiting Professor e tiene lo stage presso il Ginnasio Carli di Capodistria. Com’è lavorare con i ragazzi?

Bello, ma anche difficile, perché è un ruolo che non ricopro molto spesso. È stato interessante poterli indirizzare o indicare loro alcune cose, anche perché prima non avevo mai avuto l’occasione di farlo. Sarebbe bello poter portare avanti un progetto più lungo con i ragazzi.
Questa iniziativa di Opera Viva è molto valida: sprona i ragazzi a riflettere, a lavorare, dà spazio alle attività artistiche, cosa che oggigiorno non succede spesso.

Che cosa spera recepiscano da questo stage?

Spero che non sottovalutino mai la parte creativa o artistica, che non pensino che sia solo un hobby o un passatempo, ma che è una cosa che ci arricchisce ed è per questo importante. Spero anche che escano un po’ da quella zona di conforto che tendono ad avere e provino qualcosa di nuovo.

Quindi sperimentare e uscire un po’ da questa chiusura che hanno a volte i giovani…

CircleSì. Le paure ci sono sempre – è normale – però vorrei aiutali a capire che possono fare di più, che hanno tutte le potenzialità per farlo. Ho parlato poco con loro, ma ho già visto che sono molto svegli e attivi.

Che cos’è per lei il cuore?

È l’intimità, il nucleo centrale che ci tiene in piedi, sia fisicamente che emotivamente, con tutti i suoi lati positivi e negativi. Penso sia un po’ il centro della nostra individualità.

Progetti per il futuro, sogno nel cassetto?

A dicembre ci sarà una mia personale a Izola. Il mio sogno nel cassetto è quello di continuare a lavorare in questo campo, e che ciò duri più a lungo possibile (sorridere).

Ringrazio Lara Jeranko Marconi per la sua gentilezza.
Nadia Pastorcich ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.