Bobby Solo: ricordi di vita, ricordi di musica

Bobby SoloIn occasione del 37esimo Festival della Canzone Triestina, svoltosi il 15 dicembre al Politeama Rossetti di Trieste, è stato consegnato a Bobby Solo il Premio Speciale 2015.
Il cantante di origini triestine assieme al suo tastierista Marco Quagliozzi e alla sua giovanissima chitarrista Silvia Zaniboni, ha regalato al pubblico presente divertenti aneddoti e alcune delle sue più famose canzoni.
centoParole Magazine ha avuto il piacere di intervistare per voi Bobby Solo.

Un primo ricordo dei suoi genitori?

Dei miei genitori ricordo una mamma molto protettiva e un papà molto severo; era un colonnello dell’aeronautica, un uomo che aveva fatto la guerra, quindi una persona molto seria, molto chiusa, anche con i figli. Mia madre, invece, era molto protettiva, innamorata del figlio maschio, perché prima aveva avuto due femmine e quindi prediligeva la figura del maschio – questo forse capita a parecchie mamme. Lei aveva tante aspettative su di me, fin da quando ero bambino; mi voleva parroco, prete, perché voleva che rimanessi sempre con lei, ma purtroppo non l’ho accontentata (sorride).

La musica com’è entrata nella sua vita?

A quattordici anni mi sono fidanzato platonicamente con una ragazzina americana di tredici, il cui padre era un giornalista del New York Herald Tribune, corrispondente a Roma. La ragazza abitava vicino a me, e la vedevo spesso nei giardinetti e facevo un po’ di tutto per cercare di fare amicizia con lei. Lei parlava sempre di Elvis Presley, io non lo conoscevo, conoscevo Celentano, Dino, Ornella Vannoni, Tony Dallara, Johnny Dorelli; allora ho chiamato mia sorella che vive in America – che è la sorella da parte del primo marito di mamma, che morì in combattimento durante la seconda guerra mondiale come aviatore – e lei mi mandò dei 45 giri di Elvis Presley. Cercai di pettinarmi, di imitare questo cantante per far piacere a questa ragazzina, che si chiamava Betsy. Tramite questa imitazione ho scoperto che poi mi piaceva suonare la chitarra e cantare, mi divertivo.

Lei è autodidatta o ha fatto una scuola?

Io non so una nota di musica, però molti musicisti, tra cui la mia Silvia Zaniboni, a cui tengo in maniera particolare – per me diventerà una star, perché è l’unica chitarrista blues-rock che io conosca – mi ha detto che ho una tecnica, una tecnica che ho acquisito senza andare a scuola.

E poi questa ragazza, oltre che ad essere molto giovane, è anche brava…

Silvia ha ventidue anni, ma ha iniziato a suonare da quando ne aveva nove. È innamorata della musica; gira sempre con libri di teorie di jazz, teorie di musica. Sono molto fiero di lei! Il più bel regalo che mi ha fatto è stato quello di entrare nella mia band.

Tornando a Trieste, quand’è la prima volta che è venuto in questa città?

Ci venivo da bambino. Papà viveva vicino all’aeroporto per i suoi viaggi in America come pilota,
e ricordo che a quattro-cinque anni mi portavano d’estate al mare a Trieste – dopo la fine dell’asilo e della scuola.
Andavo a Grignano, a Sistiana, dove c’era una spiaggia che si chiamava “Le ginestre”. Trascorrevo un mese da mia nonna e da mia zia Edwige.
Ricordo anche una piazza (Piazza dell’Unità d’Italia n.d.r) con due statue in bronzo che suonano una campana, si chiamano Micheze e Jacheze; poi mi viene in mente il lungomare, il Castello di Miramare e il Carso. Dicevano che dovevo star attento a toccare le pietre perché c’erano le vipere del Carso – andavo sempre a rovistar nei cespugli, ero un esploratore – ma io non le ho mai incontrate.
Mia madre mi diceva che quando era fidanzata con mio padre andava ad Abbazia e a Portorose.
Ho una cugina che porta il cognome di mia madre, si chiama Lidia Pettener; lei fuggì come profuga durante la guerra e andò in Belgio facendo la fame – proprio terribile – e andava a chiedere da mangiare nelle case. Dopo ha sposato un poliziotto, un capo della polizia di Cannes, in Francia e adesso ha una bella villa e due bellissime figlie franco-triestine. Si sa, le donne della zona di Trieste dell’ex Jugoslavia, insomma le “mule” (ragazze n.d.r) sono molto belle.

La mamma preparava piatti tipici triestini?

Sì, devo dire che mia madre preparava dei piatti un po’ pesanti, perché ci metteva sempre del burro: siccome aveva fatto la guerra, e in guerra non c’era il burro, lei poi lo utilizzava tanto. Nello spaghetto al pomodoro metteva – come diceva lei – un “toco” (pezzo n.d.r) di burro grosso. Faceva un po’ di bruciore allo stomaco! Ricordo che preparava anche dei dolci che si chiamano chifeletti – dalla parola tedesca “Kipfel” – e poi con l’arrosto li faceva anche di patate, con lo strutto…Insomma sempre leggero, roba da prendere il bicarbonato (ride).

bobby-soloParlando del suo primo contratto discografico, che cosa si ricorda?

È stato come nei film. Dopo esser stati a Roma, papà è andato a lavorare all’aeroporto di Linate: non faceva più il pilota, ma il dirigente e così ci siamo trasferiti a Milano. Lì, io andavo a ripetizione di greco da un professore e veniva anche il fratello di Andrea Lo Vecchio – autore televisivo di “Tale e Quale”, ma allora aveva composto canzoni con Shel Shapiro per Mina, Ornella Vannoni e tanti altri artisti – Lorenzo, che poi diventò giornalista di Eva Express. All’epoca, Lorenzo aveva sedici-diciassette anni e faceva il Liceo.
Un giorno mi disse: “Mio fratello va sempre alla casa discografica Ricordi”, e io: “Darei oro, per poter vedere com’è fatta una casa discografica”. Mi rispose che mi avrebbe combinato un appuntamento con suo fratello alla Ricordi, in via Berchet, dietro a Piazza Duomo.
Ci vado. Rimango nella stanza della segretaria del direttore artistico della Ricordi, che era triestina; si chiamava Stelvia Ciani, era una cantante che però, non avendo avuto dischi di successo, si era impiegata come segretaria. Era una bella bionda e per farle piacere, presi la chitarra e cantai due pezzi di Elvis.
Come nei film, si apre una porta e appare il direttore artistico, il signor Micocci che fa: “Chi cantava qui?”, e io dico: “Mi scusi ero io, ho disturbato?”, lui: “No, no venga dentro!”, entro nel suo ufficio e con noi ci sono anche Gino Paoli e Giorgio Gaber. Mi sento tremare le gambe – avevo diciannove anni. Micocci mi chiede di cantare davanti a loro; io tremando canto e poi Gaber e Paoli escono – avevano fatto cenni di apprezzamento – e il direttore artistico mi domanda: “Vuole fare un contratto?”, “Ma io sono minorenne, devo chiedere il permesso alla mia famiglia”. Nel giro di tre giorni avevo fatto il contratto…proprio come nei film! Insomma non ho fatto una difficile trafila (sorride).

Come mai il nome “Bobby Solo”?

Mio padre telefonò alla Ricordi dicendo: “Io amo solo la musica classica, l’opera, amo Franco Corelli, Giuseppe Di Stefano, Renata Tebaldi, Maria Callas, e non mi piace che mio figlio faccia questo lavoro; vi faccio una diffida: non usate il cognome Satti, perché mi vergogno che all’Alitalia si parli di questa cosa”. Questo può sembrare un po’ strano, però lui era del 1908, quindi un uomo di altri tempi.
Allora la segretaria Stelvia Ciani chiede a Micocci: “Come lo chiameremo a Sanremo?”, e lui: “Americanizziamolo, chiamiamolo Bobby”, “Bobby e cosa?”, e Micocci: “solo Bobby” – cioè solamente Bobby – e la segretaria ha scritto Bobby Solo.

Lei ha partecipato per la prima volta al Festival di Sanremo con la canzone “Una lacrima sul viso”. Ha raccontato che l’emozione le aveva bloccato le corde vocali. Poi com’è andata a finire?

È andata a finire che mi hanno fatto cantare in playback, escludendomi dalla gara. In tutto il mondo ho venduto quasi 11 milioni di copie: 4 milioni in Giappone, 2 milioni e mezzo in Francia, 1 milione e mezzo in Germania, 1 milione e mezzo circa in Brasile, 300mila in Belgio, 350mila in Israele, 75mila in Libano – avendo venduto in Francia, ho venduto poi anche in Libano e in Marocco, dove si parlava in francese. Quindi, il fatto di essere stato escluso non mi ha danneggiato.

Cantare in playback, ha creato scalpore all’epoca?

Sì, grandissimo scalpore. Quelli della RCA avevano portato al Festival di Sanremo Paul Anka, che doveva vincere con la canzone “Ogni volta” – Paul Anka è un artista americano, ed era venuto in Italia a cantare insieme a Roby Ferrante, che poi purtroppo è morto in un tragico incidente automobilistico.
I responsabili della RCA erano venuti nella mia stanza a minacciarmi con il pugno sotto al naso – io pesavo 60chili – e il mio direttore, Vincenzo Micocci, mi ha protetto. Non volevano che io cantassi in playback: il suono del disco era migliore del suono live della Rai di allora; oggi la Rai ha dei super mixer, ma a quel tempo aveva due “baracche” e non si sentiva benissimo: si sentiva un po’ il rullante della batteria, otto violini su ventiquattro, e solo due voci su quattro coriste. Dovevi avere una grande voce per emergere. Il fatto che io, invece, sono un cantante morbido, non sono un urlatore, mi ha giovato. Non tutti i mali vengono per nuocere.

Che emozione ha provato nel vincere la prima edizione del Festivalbar?

Non me lo ricordo, ricordo Sanremo, ero molto emozionato. Al Festivalbar ho vinto con la canzone “Credi a me”, ma allora il Festivalbar non era tanto importante come lo diventò negli anni Ottanta, quando Vittorio Salvetti lo portò a Canale 5, facendolo arrivare ai livelli di Sanremo.

Ma c’era competizione tra i vari partecipanti?

C’è sempre stata e suppongo ci sia anche adesso, solo che ora, siccome i dischi non si vendono, questi giovani sono tutti lì come dei naufraghi; non c’è gelosia, perché sono tutti consapevoli che oggi, purtroppo, fanno successo e dopo tre-quattro anni scompaiono. Ma questo non perché non siano bravi, è che ormai il sistema musicale è diventato un po’ un tritacarne.

Questi concorsi musicali una volta erano tanto diversi da quelli di oggi?

Oggi esistono questi talent, che io non guardo mai, perché vedere questi ragazzi come degli imputati e questi cosiddetti “esperti” come giudici, non mi piace.
I ragazzi di oggi sono molto emancipati, nel mio caso, che ero un timido, mi avrebbe profondamente segnato un’esclusione o un giudizio negativo. I giovani, oggi, per fortuna, sono corazzati, perché vivono in un’epoca molto mordi e fuggi, quindi sono forti.
E poi le canzoni – parlo strutturalmente – non sono fischiettabili il giorno dopo, sono delle cose strane che non assomigliano neanche alla musica dei giovani che proviene dall’Inghilterra o dall’America.
Io non ho mai visto in Italia una ragazza come Silvia Zaniboni cantare rock con una chitarra; trenta-quarant’anni fa c’era una bassista di origine italiana, Suzi Quattro, che suonava il basso e cantava rock. Oggi vedo tutte cantanti con delle voci…

Molto simili….

Sì, e molto da soprano. Credo che questo dipenda dalle radici culturali italiane basate sull’opera.
Mi sembra di vedere una cosa operistica, però con dei suoni pop. La musica di queste ragazza non ha nulla a che vedere con il mercato internazionale, e come se fosse un mercato circoscritto all’Italia, mentre invece in Francia, in Olanda, in Germania, in Svezia, esistono dei gruppi e delle cantanti che riescono a diventare internazionali; per diventarlo, oltre a parlare la lingua inglese, bisogna avere un sound, un suono che sia uniformato a quello che c’è nel grande mercato, e quello inglese e americano è il più grande che c’è.
Queste sono delle soprano con delle grandissime voci intonatissime, che però cantano dei pezzi che non sono quelli della Vannoni o di Mina.
Non guardo mai questi talent show e ritengo che le case discografiche, quelli che decidono, il direttore artistico, siano i responsabili di questo appiattimento della dinamica della musica.

Si ricorda di Teatro 10, di Lelio Luttazzi?

Lelio Luttazzi è un genio, è un genio che trascende da una grandissima tecnica jazz; un grandissimo jazzista che però ha l’ironia di cantare canzoni come “El can de Trieste” o “Legata ad uno scoglio, mi piaci baby”. Il genio si può permettere anche di scherzare. Lelio è un genio, un musicista completo, la scuola americana…
Ma anche Lorenzo Pilat è un grande, a me piace da morire come canta, come suona la sua chitarra Telecaster. Le canzoni che ha scritto assieme a Panzeri e Pace hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo; canzoni che poi sono state anche incise da Engelbert Humperdinck, da Tom Jones, in versione inglese.
A Trieste credo che ci sia qualcosa connesso con delle radici che provengono dal romanticismo austriaco, dalla Slovenia, l’ex Jugoslavia, e poi dal Montenegro, luogo da cui provengono molti gitani, molti zingari, che hanno la musica nel sangue.
Infatti anch’io credo di avere questa cosa: mia bisnonna era del Montenegro, infatti mamma era un po’ scura di pelle, olivastra, prendeva subito il sole e aveva i capelli neri e fortissimi; mentre mio padre era biondo ed è diventato calvo a trentacinque anni.

Ma tutti e due i genitori erano triestini?

Sì, sì, papà era di Trieste, mamma era di Trieste, nonna era di Pola, questa bisnonna o trisnonna veniva dal Montenegro, da cui penso provenga molta musica sanguigna, legata agli zingari gitani, che troviamo anche nella zona della Camargue, dove c’è una musica sanguigna, che ha radici arabe, spagnole, mescolate con il jazz; e dove nel ’30 c’era il chitarrista Django Reinhardt.

Anche Trieste è un posto particolare, che ha avuto influssi di varie culture.

Esatto, è un po’ come l’America, dove c’è la musica che piace a me. Ho iniziato con Elvis, perché era l’unica cosa che ho potuto ascoltare; lui ascoltava musica che proveniva da tutte quelle etnie che si sono trovate in America, nel sud Nashville, nel Mississippi, sono arrivai gli austriaci, gli ungheresi che hanno portato la citra, e poi con la chitarra hanno cominciato a usare la stessa tecnica.
Gli ungheresi, gli zingari hanno portato il violino, e da lì è venuto fuori il violino country. Poi probabilmente dalle Hawaii sono arrivate le chitarre hawaiane, la lap steel guitar.
Quando un paese diventa una pentola, un calderone, dove si mettono tante razze, poi dall’incontro di queste razze nascono vari tipi di musica, come ad esempio, la musica country, la musica folk.
Ci sono delle musiche nei Monti Appalachi, che hanno radici Scozzesi, Irlandesi. Tutta questa gente, tutti questi emigrati, trecento anni fa, con la loro valigia di cartone, siccome nel loro paese c’era la guerra, c’era la fame, sono andati in America, si sono trovati e hanno mischiato le loro culture musicali. Lo zuccherino sono stati i neri con il rhytm and blues.

Passando al cinema, qual è il film che ricorda con piacere?

Sono un po’ monotematico: amo la fantascienza. Ogni anno mi guardo tre volte “Odissea nello spazio” e poi “Alien”, mentre “Star Trek” non mi piace, perché è un po’ di “plastica”: il capitano Kirk con quei vestiti è un po’ finto, sembra “Love Boat” (ride); poi questi uomini klingoniani con le orecchie appuntite, con le facce tipo gatto, mi sembrano un po’ ridicoli. Mentre i viaggi spaziali mi hanno da sempre affascinato; sono stato un appassionato dei viaggi e della spedizione sulla luna.

E cosa mi dice dei film che ha fatto?

Ne ho fatti due, più qualche comparsata. Non sono mai stato un attore a causa della mia insicurezza, della mia timidezza. Forse oggi sarei in grado di fare dei film comici, perché di timidezza ne ho meno e mi piace molto la vena comica; infatti, quando siamo tra amici, faccio ridere tutti con delle simpatiche battute. Sì, mi piacerebbe fare delle parti comiche.

Negli anni Ottanta insieme a Rosanna Fratello e Little Tony ha formato il gruppo musicale “Ro.Bo.T”. Com’è nato questo gruppo? Chi ha avuto l’idea?

L’idea è stata di Dino Vitola, un produttore, manager molto importante tra gli anni Ottanta e Novanta; aveva quasi l’80 % degli artisti sotto contratto. A lui venne in mente questa soluzione, perché voleva raggruppare vari artisti, come fece con il gruppo di otto-dieci artisti, che si chiamava “Squadra Italia”, e che lui portò a Sanremo.
Decise così di creare questo nostro gruppo e a noi la cosa fece comodo, perché poi abbiamo lavorato tanto a Mediaset e abbiamo anche fatto tre-quattro anni alla grande, in un programma mattutino che si chiamava “Cantando cantando”, che poi diventò “Casa mia”.

Per i suoi settant’anni ha inciso il disco “Meravigliosa vita”, come mai questo titolo?

Questo titolo nasce dalla canzone che Mogol mi ha fatto. Mogol è stato molto generoso nei miei confronti nel regalarmi tre testi. Tra di noi c’è una grande amicizia già dai tempi di “Una lacrima sul viso”, di cui lui è l’autore delle parole e lo è anche di “Se piangi, se ridi”.
Due anni fa gli avevo mandato tre pezzi, pensavo che lui dicesse che fosse molto impegnato e invece è stato molto generoso, molto amico e mi ha regalato tre splendidi testi: “Trappola d’oro”, “Meravigliosa vita”, e la mia preferita che inciderò per il sud America, perché ha un sapore di bolero latino, che si chiama “Un vero grande sentimento”.

Parlando invece del 37esimo Festival della Canzone Triestina: che effetto le ha fatto esibirsi davanti ad una platea di triestini?

È stato bello, perché ho sentito il calore del pubblico e una certa familiarità. Mi è piaciuto molto cantare “Trieste mia”, e probabilmente la includerò anche nel mio repertorio, perché è una canzone che ha delle radici di accordi che occhieggiano al crooner jazz, agli standard americani; è molto elegante, e se fosse in inglese potrebbe essere uno standard americano. Poi ho cantato “E non la me vol più ben”, una canzone un po’ comica che mio padre cantava a mia madre.

Un saluto ai triestini.

Un saluto, un abbraccio, un augurio di un felice Natale e di un felice fine d’anno a tutto il pubblico di Trieste, compresi i miei parenti. Il giorno del Festival è venuto a trovarmi un signore, che ringrazio. Si tratta di un mio cugino, Alberto Ercolessi, che mi ha raccontato di avermi tenuto in braccio quando avevo sei mesi e che gli avevo fatto la pipì addosso; mia madre gli aveva detto: “Alberto, xe roba santa, perché xe la pipì di un bambino”.

Ringrazio Bobby Solo per la sua disponibilità e per la simpatica chiacchierata.
Nadia Pastorcich ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

Per chi si fosse perso il Festival della Canzone Triestina, qui l’articolo: 37esimo Festival della Canzone Triestina: tanti ospiti attesissimi 

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.

  • cesare

    Bobby Solo, ovvero l’entusiasmo, quello che lo animava allora e quello che lo pervade oggi. Lui, che ci ha accompagnato durante molti episodi della nostra vita, nei momenti felici ed in quelli meno, ma che ricordiamo sempre nelle sua carica di simpatia ed eleganza. Simpatia composta, da vero signore, distinta e qualificata, come era distinto e qualificato il suo repertorio. Bobby, “solo” Bobby, l’Elvis italiano per eccellenza, quello che gli assomigliava di più. Si è raccontato a Nadia Pastorcich e ci è stato ancora una volta vicino attraverso questa intervista, che ha visto toccare anche la sua triestinità, lui, di madre e padre triestini con la bisnonna del Montenegro.
    Come non ricordarlo, diciamolo pure, con una nostalgia che non conosce tempo nè confine!