Gianluca Ramazzotti: manca una linea solida di drammaturgia italiana

Ieri è un altro giornoDebutta questa sera a Trieste al Teatro Bobbio la commedia “Ieri è un altro giorno!” di Sylvain Meyniac e Jean François Cros, che è stata nominata Miglior Commedia ai Paris Molière 2014.

La versione italiana è firmata da Luca Barcellona e David Conati con la regia di Éric Civanyan.
In scena Gianluca Ramazzotti, Antonio Cornacchione, Milena Miconi, Biancamaria Lelli, Antonio Conti e Alessandro Sampaoli.

Tutto ruota attorno a un avvocato che, il giorno prima di un importante processo, si ritrova nel suo ufficio uno sconosciuto. Una semplice e normale giornata lavorativa si trasforma così in qualcosa di incredibile.
Le scene sono di Eduard Laug; i costumi di Adele Bargilli; le musiche di Sylvain Meyniac e le luci di Stefano Lattavo.

centoParole Magazine ha incontrato per voi Gianluca Ramazzotti.

Ho letto che, quando lei aveva dodici anni, i suoi genitori l’hanno portata per la prima volta a teatro, a vedere una commedia con Johnny Dorelli. Che effetto le ha fatto l’atmosfera teatrale?

Mi ha conquistato, perché, per un giovane di quell’età, andare a teatro, è una cosa un po’ da marziani. Devo dire che i miei sono stati molto carini, hanno fatto una cosa che dovrebbero fare tutti i genitori: spingere, sforzare un attimo i giovani a conquistare il territorio teatrale; oggi i giovani vanno sempre meno a teatro, rispetto a quando andavamo noi.
Per me è stata una bellissima sensazione, andare a teatro; poi il fatto di aver visto una commedia con grandi beniamini del pubblico, sotto certi aspetti, ha aiutato molto. Dopo vent’anni con Garinei ho fatto la stessa commedia; quando mi sono messo in proprio ho rifatto anche la seconda versione di “Se devi dire una bugia dilla grossa”, e con questo spettacolo sono venuto anche a Trieste.
Il teatro mi ha preso tanto; quella commedia in particolare me la sono tenuta dentro: essendo il primo amore, la prima cosa che ho visto, è chiaro che mi sia rimasta dentro. Tutto il resto è stato poi abbastanza semplice.

Dopo lei ha frequentato l’Accademia D’Arte Drammatica della Calabria. Cosa si ricorda di Alvaro Piccardi? C’è qualche suo insegnamento o consiglio che porta ancora con sé?

Alvaro Piccardi è uno dei più bravi insegnanti che abbiamo in Italia, solo che – un po’ come capita con tutto – lo sanno in pochi; non è un personaggio noto: è un personaggi conosciuto fra gli addetti ai lavori. Lui è stato, e lo è tuttora, un insegnante di recitazione nel senso alto del termine; è uno che ti dà la completezza di quello che dev’essere questo lavoro. Il mestiere dell’attore non è solamente un apparato vocale – parlare, farsi sentire – è anche lavorare con il corpo, con gli occhi, con la voce, con il pensiero. Piccardi mi ha dato le basi per tutto questo.

Il periodo al Bagaglino che cosa le ha lasciato?

I miei nove anni al Bagaglino, di cui sono particolarmente contento e orgoglioso, mi hanno dato molto. Il Bagaglino è stata un’ulteriore pelle, che mi ha cambiato: io venivo dal teatro di prosa, poi ho fatto il Bagaglino, sono andato a finire al teatro cabaret, e sono ritornato al teatro di prosa; per cui ho rifatto quello che sapevo fare. Il Bagaglino è stata una parentesi.
Al Bagaglino, per esempio, c’era Oreste Lionello, un attore che ha fatto una scelta di vita: lui poteva fare delle cose egregie, invece si è dedicato al doppiaggio e al teatro Bagaglino. Lui aveva dei tempi e delle caratteristiche che mi sono rimaste molto dentro, come la la recitazione “in sottrazione” – così si dice in gergo – che è, in poche parole, la recitazione delle piccole cose. E devo dire che Lionello in questo era un maestro.

E qual era la caratteristica di questo varietà?

Il Bagaglino, specialmente quello prima maniera, è stato, per decenni, un riferimento sugli usi e costumi della politica italiana, e su quello ha fatto ironia. Poi ha preso altre forme e si è un po’ modificato; però è stato il primo a giocare con i vizi e le manie dei politici italiani. È stato il primo vero cabaret romano riconosciuto a livello nazionale con la televisione. Zelig, nonostante abbia una storia analoga, è venuto dopo. Il Bagaglino è stato il primo a fare le trasformazioni, il gioco dei politici, il prenderli in giro, il giocare con una realtà politica italiana.
In seguito il Bagaglino ha preso un’altra strada: è diventato più show televisivo. Il Bagaglino è nato proprio dalle cantine romane; era veramente una voce diversa. Le persone che lavoravano all’interno di quel prodotto, erano persone estremamente colte; c’era Pingitore, una persona coltissima, un giornalista, un personaggio assolutamente di grande cultura italiana, romana e politica.
Anche Zelig è una di quelle strutture che hanno come base una cultura, un essere radicati nel territorio, come hanno dimostrato benissimo Gino e Michele. Loro, però, non scrivevano i testi, non perché non lo sapessero fare, anzi, ma perché quel format era completamente diverso: ognuno arrivava con un monologo e loro lo sistemavano; mentre il Bagaglino era tutto scritto. Ogni settimana, arrivavano circa sessanta-settanta pagine di copione scritte, e poi si discuteva sul contenuto, si sistemava qualcosa, però la base era scritta. Questo è importante.

Lei ha avuto la fortuna di lavorare con Don Lurio nello spettacolo “Scanzonatissimo Gran Casinò”. Don Lurio è conosciuto principalmente come ballerino e coreografo dei varietà. Ma com’era come regista?

Don Lurio non era un regista, era un coreografo, e come tale, nella regia, aveva dei limiti. Lui era un grande coreografo e un grande artista e alla fine lo spettacolo lo fece bene. Il protagonista, all’epoca, era Gino Rivieccio, che era tra i più carini e divertenti.
Lo spettacolo era una sorta di varietà vecchia maniera, e come questo ce n’erano tanti. L’incontro con Don Lurio fu divertente, perché lui era un artista che amava gli attori. Trovare degli artisti che abbiano una storia importante alle spalle e che ti guidino, che ti inseriscano, come in questo caso, nel mondo artistico leggero, è importantissimo. Di questi artisti non ce ne sono più tanti.

Oggigiorno si parla tanto di lavoro di squadra, di gruppo, ma alla fine ognuno lavora per sé; si tende a dividere tutto per settori…

Sì, il problema è quello. Manca la scrittura. In Italia tutti pensano di saper scrivere, ma non è così: il più delle volte le cose che si scrivono vengono fatte passare per qualcosa di eccezionale, mentre alla fine, a livello di struttura, non sono un granché. Questo perché in Italia non c’è mai stata una vera scuola di genere: la scuola della grande commedia all’italiana, la scuola del gran varietà all’italiana, la scuola del dramma italiano.
Hanno lavorato, non settorializzando insieme, ma separatamente. Invece, secondo me, un ottimo scrittore deve saper scrivere con la sua penna in maniera trasversale; poi ognuno ci mette la propria individualità, perché è importante che tutti non scrivano le stesse cose.
Manca una linea solida di drammaturgia italiana; all’estero sono molto più bravi di noi, perché sono molto più compatti, più definiti, più radicati nei territori dove scrivono. Noi siamo ancora molto indietro. Dal punto di vista culturale siamo un paese allo sbando, un paese che ormai ha ben poco da dire, mentre potrebbe dire molto. Tutto ciò perché le persone che stanno nei posti di comando, legati alla cultura, sono completamente inappropriate.

Lei ha interpretato la parte di Bojetto nel “Rugantino” di Garinei e Giovannini. Ha avuto occasione di conoscere Garinei?

Certo, ho lavorato con lui per cinque anni e mezzo. È stato un altro grande artista. È stato il papà della commedia musicale italiana. Tanti grandi successi della coppia Garinei e Giovannini vengono fatti ancora oggi, ma vengono fatti per troppo poco tempo, invece, secondo me, andrebbero portati avanti per decenni.
Bisognerebbe che i produttori italiani prendessero le commedie musicali di Garinei e Giovannini e le facessero girare – sono una sorta di assegno circolare – perché la gente ama quel sapore lì; sono delle favole ben scritte. I giovani di adesso non hanno quel tipo di scrittura.
Mi ricordo la leggerezza di Terzoli e Vaime, la sapienza e l’eleganze di Iaia Fiastri, la romanità di Gigi Magni, di Franciosa, di Festa Campanile, per quanto riguarda Rugantino. Rugantino è un’opera lirica; è uno di quegli spettacoli che ha girato il mondo, perché, pur parlando di una romanità, la costruzione – torniamo al discorso di costruzione drammaturgia – ricorda i grandi show broadwayani e quelli americani; c’è il librettista, quindi un libretto, ci sono le liriche, c’è la trama. Tutto ciò è fondamentale. Nessuno scrive più così.
Garinei era un grande assemblatore, non era un regista, ma era un grande assemblatore, ossia un coordinatore di menti; e secondo me è il massimo che si possa avere, da un personaggio di quel genere. Poi, chiaramente, mettendo insieme dei cast stellari, come faceva lui, non era necessario spiegare ad un attore come dire una battuta; Garinei ti dava delle dritte. Ho sempre pensato che fosse un grandissimo uomo di teatro, un grandissimo assemblatore.

Garinei è nato a Trieste; emergeva qualcosa di questa città?

No, emergeva la sua romanità. Lui è vissuto a Roma; era romano, di una famiglia di farmacisti. Amava la città di Roma, amava gli attori, e amava questo mestiere. La coppia Garinei e Giovannini è stata una di quelle che ha attraversato il secolo precedente in maniera assolutamente forte, lasciando un’impronta che, ancora oggi, nonostante la coppia sia scomparsa, è ancora presente. Tuttora si sente la mancanza di queste due persone che erano capaci di trascinare, con le loro commedie musicali, le famiglie a teatro. La famiglia, adesso, a teatro non ci va…

È molto difficile….

Il più delle volte ci va il padre con la madre – di solito sono le donne che trascinano gli uomini a teatro – ma la famiglia, composta da padre, madre e figli, non ci va.
Lei ha iniziato l’intervista chiedendomi di quando sono andato la prima volta a teatro con i miei genitori; non a caso siamo andati al Sistina, a vedere uno spettacolo di Garinei e Giovannini. La famiglia era composta da papà, mamma e me; ciò vuol dire che gli spettacoli erano trasversali. La trasversalità di un prodotto, di uno show porta poi grande indotto e soprattutto porta la famiglia, compresi i figli, a godere di uno spettacolo dal vivo, che è una cosa impagabile.

Ma quindi, secondo lei, il fatto che le famiglie non vadano più a teatro è dovuto ai testi teatrali?

Certo, assolutamente! Però bisogna anche tener conto che c’è stata una trasformazione a livello economico; è indubbio che c’è stata una crisi che ha portato le persone a dover fare delle scelte.
Per esempio, se si va a mangiare la pizza, non si può andare al cinema. Se si va a teatro bisogna considerare, che ci si deve organizzare, eventualmente uscire un pochino prima dal lavoro, andare a prendere i figli; e così, tra una cosa e l’altra, arriva già l’ora di andare a teatro a prendere i biglietti – mediamente un biglietto costa tra i 25-35 euro e se la famiglia è composta da tre persone si arriva quasi a 100 euro. Poi se il teatro sta in centro, bisogna pagare il parcheggio per la macchina, e sono altri 10 euro; e se si vuole anche mangiare fuori, sono altri 15-20 euro a testa. Quindi alla fine una serata a teatro viene a costare ad una famiglia di tre persone intorno ai 200 euro.

E allora a teatro cii vanno i vecchi abbonati, i professionisti che hanno uno stipendio medio che varia dai 1.500 ai 2.000 euro. Non va a teatro tutta una categoria di giovani che purtroppo sono disoccupati e ricadono sulle spese dei genitori o quelli che hanno un lavoro part-time e che guadagnano 800 euro al mese. Questo è il problema principale, ma accanto ad esso ce n’è uno di drammaturgia che non copre le esigenze e gli interessi del pubblico. Negli ultimi tempi c’è un grande ritorno ai classici e questo perché il pubblico non ne può più delle commediole tutte uguali tra loro.

Lo spettacolo “Ieri è un altro giorno!” che tipo di commedia è?

“Ieri è un altro giorno!”, che porteremo a Trieste, è una commedia diversa dalle altre, scritta e strutturata in maniera nuova; c’è un’originalità nella scrittura e un qualcosa in più, estremamente nuovi nel teatro di divertimento.
Noi, in Italia, una commedia così non la vogliamo scrivere o non la sappiamo scrivere, anche se le possibilità ci sarebbero. Questo è un problema!
Tale commedia sono andato a prenderla all’estero: l’ho vista a Parigi, mi è piaciuta e l’ho portata in Italia, adattandola al nostro paese. Questo genere di commedia piace al pubblico italiano: tutte le sere – finora abbiamo fatto settantatré recite – non c’è stata una sola platea che non abbia detto che è un grande spettacolo. Ciò è importante. Si pensa sempre che la commedia sia una cosa minore, invece, le commedie devono essere assolutamente al pari di uno Shakespeare: non ci dev’essere questo divario, questa separazione.
Una commedia si chiama commedia perché tratta i temi in maniera leggera, come il dramma li tratta in maniera più approfondita. Questo non vuol dire che non possano coesistere.

È incredibile pensare che nel secondo dopoguerra la gente, uscita da una situazione per niente bella, pur non vivendo benissimo e non essendo ricchissima, aveva la forza di ricostruire l’Italia, di andare a teatro, di scrivere commedie meravigliose. Oggi, invece, pur trovandoci in un periodo per certi aspetti abbastanza simile ad allora, tra le persone non c’è la voglia di rimettersi in gioco.

No, non c’è la voglia di ricostruire.

Esatto, e non facciamo altro che lamentarci, quando in realtà siamo noi un po’ i colpevoli di tutto ciò…

Certo che siamo noi. Una società è composta da esseri umani, non è una società di macchine, di robot. Se l’essere umano non si preoccupa di muoversi in un certo modo, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Il dopoguerra, fino ad arrivare al boom degli anni ’50, è stato una spinta fondamentale per la voglia di ricostruire. Ora c’è una passività pazzesca. Siamo alle soglie di una terza guerra mondiale; una terza guerra mondiale che, in un certo senso, stiamo già vivendo, anche se è trattata in maniera diversa da quelle passate.
È una guerra dell’imprevedibilità; è una guerra folle, estremista, che non ha un valore di riconquista di un popolo, ma solo un valore di annientamento dei popoli.
Quindi, questo tipo di guerra, dovrebbe portare i nostri autori a riflettere, a ricostruire, a reinventare un genere. Abbiamo la possibilità di farlo, ma non lo vogliamo fare. Poi non ci aiutano nemmeno i potenti: se guardiamo quello che viene dato alla cultura, in termini numerici, l’Italia è il fanalino di coda di un’Europa assolutamente molto più avanti di noi. Questo è indubbio.

Passando a Trieste, lei era venuto qui nel 2014 per lo spettacolo“Boeing Boeing” con Gianluca Guidi. È curioso pensare che il primo spettacolo che lei ha visto in teatro era una commedia con Johnny Dorelli e poi si è ritrovato in scena con il figlio. Com’è nata la vostra collaborazione?

Ramazzotti Ariella Reggio e GuidiPenso che ci sia stata sempre una certa referenzialità nei confronti della famiglia Guidi, sia se parlo di Johnny che di Gianluca, un grande artista.
Io e Gianluca, abbiamo avuto anche momenti di grande tensione, in cinque anni di lavoro. Lui mi ha diretto in due grandi successi, che per una grossa percentuale sono opera sua.
In “Taxi a due piazze” ero il protagonista. È stata una delle mie prime grandi interpretazioni comiche di un certo tipo. Per convincere Gianluca a fare la regia di questo spettacolo, ci ho messo tanto. Ma alla fine ha accettato e lo abbiamo portato anche a Trieste.
Così e nata la nostra collaborazione che poi è andata avanti con “Se devi dire una bugia, devi dirla ancora più grossa”; infine – secondo me era abbastanza naturale chiederglielo – gli ho domandato se voleva fare ditta per realizzare “Boeing Boeing”. In questo spettacolo Gianluca non faceva il regista, bensì l’attore, anche perché l’operazione prevedeva la collaborazione degli inglesi e degli americani e del regista inglese che è venuto in Italia. È stata una bella operazione, bellissima, specialmente a Trieste, dove è andata molto bene.

Già, è stato un successone! Com’è lavorare con Gianluca Guidi?

Non potendo lavorare con Johnny Dorelli – è stato un grande, ma ora si gode la vita in maniera diversa, fuori dalle scene, ed è giusto che sia così – la collaborazione con Gianluca, mi è sembrata come una sorta di prolungamento naturale, familiare.
Gianluca è uno di quegli interpreti che ha l’arte nel sangue; per me lavorare con lui, e penso, per lui lavorare con me, è stato importante. Il nostro è stato un incontro di menti: non siamo stati soltanto una bella coppia scenica, e lo hanno detto anche molti critici. La nostra collaborazione ha creato delle commedie che secondo me sono rimaste nell’immaginario collettivo. Questo è un bene, perché significa che abbiamo creato qualcosa di nuovo. Io mi auguro, prima o poi, di ritornare a lavorare insieme, perché, nonostante i caratteri difficili che entrambi abbiamo – siamo due caratteri non facili (sorride) – io credo che il teatro debba essere pragmatico, quindi, al di là di come sei nella vita, quello che alla fine conta è ciò che fai sul lavoro. Come dicono gli americani: lo show vince su tutto.
Mi auguro che, prima o poi, io e Gianluca si ritorni a riaffrontarsi e a scontrarsi in un progetto comune, perché gli scontri, quando sono intelligenti, fanno bene allo spettacolo.

Cosa ne pensa di Trieste?

Trieste è una delle più belle città italiane. Nell’ultimo periodo credo che Trieste debba essere coccolata di più – questo è il mio pensiero – perché si è un po’ modificata, è diventata una città come tante; ma Trieste non è una città come tante altre, è una città importante, una città diversa. Ripeto: secondo me andrebbe coccolata di più, da chi la gestisce. È un fazzoletto di grande fascino; è un fazzoletto prezioso.

Parlando della commedia che state portando in scena, il titolo, “Ieri è un altro giorno!”, è un po’ particolare, incuriosisce. È stato tradotto dal testo francese o è stato cambiato?

Ieri è un altro giornoÈ stato esattamente tradotto dal titolo francese “Hier est un autre jour”. Lo spettacolo è ancora adesso in scena a Parigi. È stato ripreso con un altro cast, con lo stesso regista che è venuto in Italia a fare la regia del nostro spettacolo.
Di solito si dice “domani è un altro giorno”, invece nel titolo dello spettacolo troviamo “ieri”; questo perché c’è un motivo che non svelo, che è esattamente il gioco dello spettacolo, la sorpresa, la grande sorpresa dello spettacolo.

La gente lo deve venire a vedere! Il bello è che, all’inizio, il pubblico rimane molto sorpreso, perché non capisce che cosa stia succedendo; questo grazie alla scrittura di questi due giovani autori francesi – io li ho conosciuti – che sono persone che hanno veramente riscritto il genere del teatro di boulevard.
Il boulevard è la commedia comica francese, che aveva bisogno di una riscrittura generale, come quella che servirebbe alla commedia all’italiana.

Questi due giovani autori sono riusciti a reinventare un genere…è pazzesco!
All’inizio il pubblico è inchiodato sulla trama, e non è cosa facile scrivere una struttura che porti il pubblico a questo tipo di attenzione; ad un certo punto comincia a capire cosa sta accadendo e poi viene catturato talmente tanto dal gioco teatrale che non ne esce più. È fantastico!

Qual è la forza di questo spettacolo?

La forza di questa commedia è nella sorpresa della trama, che è assolutamente imprevedibile!

Ringrazio Gianluca Ramazzotti per la stimolante chiacchierata.
Nadia Pastorcich ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.