Diario d’artista: essere o vedere

Ieri sera mi interrogavo su come la vista sta sempre di più sostituendo gli altri sensi.
In effetti, se ci pensiamo con attenzione, nella società attuale, sentiamo ogni giorno parlare di come mostrare e mostrarsi, nella migliore maniera, agli altri, quasi che fosse oramai essenziale per la nostra sopravvivenza.
Da ogni dove non si sente altro che parlare di immagine, di darsi la “giusta” immagine, un nuovo “look”, a noi o ad un prodotto che vogliamo far conoscere; di collocarsi con abilità in un determinato segmento ottico collettivo immaginario.
Questa “percezione allargata” sta diventando da sensoriale ad una vera e propria filosofia di vita, investendo sempre più ogni nostra manifestazione e costume sociale.

L’avvento della tecnologia digitale e dei computer hanno immensamente innalzato questa fenomenologia. Le piattaforme sociali di internet ne sono un esempio lampante, dove sempre di più gli individui si pongono di fronte al multimediale con la funzione di attori\registi, di impresari di quella che vorrebbero fosse la loro vera “immagine”, che si tende a far combaciare con la propria vita.
Le due cose, che sembrano coincidere perfettamente su uno schermo, ahimè, nella pratica quotidiana non lo sono quasi mai: si crea quindi una specie di moderna schizofrenia tra ciò che siamo e ciò che vorremmo non tanto essere, ma quanto apparire agli altri, visto che la simbiosi essere\apparire, appunto, sembra destinata a divenire ogni giorno di più intercambiabile e costituire un sinonimo di noi stessi.
Ognuno di noi si sta modificando, sentendosi sempre di più un attore su quel palcoscenico illimitato che è internet. La Rete infatti si sta trasformando e sta trasformando chiunque la segua: il ruolo che una volta era circoscritto a chi viveva interpretando ruoli cinematografici o ne costruiva la sceneggiatura è divenuto appannaggio di tutti; od almeno nella fantasia di chi se ne sente coinvolto.

Tutti vogliono essere l’ “avatar” di loro stessi, inserire nella loro vita nuove particolarità, differente carisma, attraverso le possibilità che la tecnologia ora gli permette.
Le foto di una volta erano, alla fine, ciò che eravamo e percepivamo del paesaggio che ci stava dinanzi; la realtà, per quanto avulsa da tutto il resto, era quella; nessuno si sarebbe mai sognato di spendere cifre altisonanti per andare in uno studio di alto livello cinematografico per farsi modificare il volto, restringere il giro vita o allungarsi in altezza, magari creando uno sfondo iperrealistico ed accattivante che desse un’idea di piacere o di lusso agli altri. Si stava giorni e giorni ad aspettare che il “fotografo” del negozio vicino a casa ci desse le nostre fotografie e poi si sceglievano le migliori da far vedere agli amici: si era quello che si era, si viveva come si viveva, niente di più.

Ora invece le cose sono cambiate: i ritocchi fotografici sono oramai automatici, e gli abbellimenti anche; con un po’ di logica pulsantifera e di colpi di mouse, chiunque può diventare una stella del cinema, può divenire glamour ed interessante, crearsi attorno questo fascino di mistero, quest’aurea di leggenda personale che un tempo poteva solo immaginare di avere.
Ma questo gioco delle parti, questa finzione alla fine può portare ad un vero disturbo della personalità, ad una nuova alienazione, in realtà evidenziando sempre più la differenza, anzi direi il baratro, che esiste tra noi e l’immaginario di noi, portando sempre più l’ individuo ad evitare di fare, di costruire e “costruirsi” nella realtà oggettiva, fingendo dietro ad una facciata che non gli appartiene.
Anche segmenti sociali più sensibili ed intimi, come l’Arte, ad esempio, soffrono di questa nuova sindrome, dove al posto della creatività e dell’abilità di fare, di creare, viene sempre più sostituita la logica dell'”immagine” che l’artista (Più di quello che fa) dà di sé, alla stregua di qualsiasi altro prodotto, che verrà poi immesso sul mercato, alla stregua di una nuova marca di fagioli lessati. Chi non si “costruirà una immagine” sarà perduto, chi non esisterà sul Web sarà nulla, in pratica non esisterà per il resto della società…

Ma, se devo esprimere un mio parere, io non la penso affatto così: penso che alla fine ci si stancherà del virtuale per ritornare alla nostra vera essenza come individui; penso che alla fine ci stancheremo di essere tutti degli attori ad ogni costo e riscopriremo la nostra presenza sul palcoscenico della vita di tutti i giorni, magari cercando di crescere ed evolvere nella nostra spiritualità, nella nostra interiorità, nella stessa cultura personale, in poche parole verso quella conoscenza che ci renderà liberi da infrastrutture che non ci appartengono.

Ritorneremo a riscoprirci noi stessi, stanchi degli effetti speciali, come chi, stufo delle fantasmagorie di Hollywood, si scopre a rimanere a bocca aperta di fronte ad un monologo di Shakespeare, recitato da un bravo attore, magari nella cucina di casa o dallo schizzo rapido su un foglio di disegno improvvisato su un tovagliolo di un creativo al ristorante…
Statene certi: alla fine la Verità vincerà sull’Illusione; la Creatività e la Fantasia sulle applicazioni tecnologiche. Ritorneremo ad essere solo noi stessi. Semplicemente noi stessi, ognuno nella nostra preziosa diversità, in mondo più semplice ma vero, non fatto di apparenza ma libero e spontaneo, a vantaggio di tutti…

Roberto del Frate ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

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