Emanuela Grimalda: nella vita ci sono solo opportunità

Emanuela Grimalda PhNadiaPastorcichFrizzante, curiosa, ma di grande spessore. Stiamo parlando dell’intervista all’attrice Emanuela Grimalda, che ha conquistato i cuori di molti italiani per la sua spontaneità e dolcezza.
Nata a Trieste, Emanuela Grimalda, dopo le superiori, si trasferisce a Bologna, per poi approdare a Roma. Molti sono i film ai quali ha preso parte: ricordiamo “Uomo d’acqua dolce” con Antonio Albanese, “Vacanze di Natale 2000”, “Febbre da cavallo – La mandrakata” con Gigi Proietti, “La bellezza del somaro” e “Assolo” di Laura Morante.
Ma il suo volto inizia a farsi sempre più ricorrente anche nelle fiction, quali “Sei forte maestro”, “I Cesaroni”, “Tutti pazzi per amore” e tante altre. Come non ricordare l’indimenticabile interpretazione nei panni di Ave Battiston in “Un medico in famiglia”, che ha appassionato un pubblico di tutte le età.
Non solo cinema e televisione nella vita di Emanuela: prima ancora di giungere davanti alla m.d.p, la giovane appassionata d’arte ha iniziato a calcare le scene dei teatri a Bologna, e ancora oggi possiamo vederla sul palcoscenico con i suoi spettacoli dalle tematiche importanti, ma conditi con un sorriso, che non guasta mai.

Iniziamo con l’I.D.A.D. (l’Istituto d’Arte Drammatica) di Trieste: come mai ha deciso di iscriversi ad una scuola di recitazione?

È una domanda alla quale non so rispondere del tutto, perché me lo chiedo anch’io. Mi ricordo che già alle elementari mi piaceva tanto leggere a voce alta; mi piaceva quando la maestra mi chiamava e mi faceva leggere Pinocchio. Lei di cognome faceva Pasquni ed era toscana; leggeva benissimo con una dizione perfetta. Era molto brava. Ci leggeva Gian Burrasca. Prima di tutto ricordo il piacere dell’ascoltare e poi quello di leggere le storie a voce alta.
Tra le elementari e le medie mi chiamavano spesso, perché leggevo bene; poi facevamo anche le recite. Infatti, la mia prima fotografia è stata scattata durante la classica rappresentazione fatta al ricreatorio di Sistiana: io facevo la Madonna con un Cicciobello in mano, che fungeva da Gesù bambino. La mia amica Sabrina, invece, faceva San Giuseppe con la barba finta.
Dopo ho fatto l’Istituto d’Arte: amavo tanto l’arte e dipingere; a scuola andavo molto bene e mi piaceva disegnare.
Non mi ricordo come sia venuta a sapere che ci fosse questo corso di recitazione.

Emanuela Grimalda PhNadiaPastorcichE quali sono i suoi primi ricordi legati alla scuola di recitazione?

Ricordo che realizzai le scenografie del corso dei più piccoli che, in quell’anno, fecero Pinocchio. Avevo fatto dei quadri che poi sono stati proiettati in diapositiva, come scenografia. In quell’occasione andammo in trasferta a Klagenfurt, dove io accompagnai, come scenografa, la compagnia dei più piccoli dell’I.D.A.D.
Mi vengono anche in mente i miei compagni dell’Istituto d’Arte che mi prendevano in giro: quando incominciai a fare dizione con Omera Lazzari, a scuola mettevo in pratica ciò che avevo imparato a dizione: “Buongiorno” lo dicevo con la “o” chiusa, ma, all’inizio, quando non riuscivo ancora a dosarla, era una “o” molto chiusa. Alessandro Fullin – andavamo in classe insieme – mi prendeva in giro da morire.
Conservo il ricordo del portone buio della scuola di recitazione, in via Canal Piccolo, e di lui, il direttore Unterweger Viani, che fumava sempre il sigaro toscano…puzzolentissimo (sorride). Era uno che incuteva un po’ soggezione.
Ma l’immagine del portone ce l’ho fissa nella mente: passavo davanti al Caffè Tommaseo ed entravo dentro a quel nero che ti inghiotte, che non è altro che il buio del teatro, prima che inizi la rappresentazione.

Com’era Omera Lazzari?

Era una donna italiana all’antica, tradizionale; un’insegnante molto brava, una bravissima professionista con una dizione perfetta, quella che avevano le voci di un tempo, che io ho amato infinitamente. Tanti dicono che non si parla così nella vita, ma, quando uno fa l’attore entra in un’altra dimensione, perciò va bene calcare un po’. Recitare non è vivere: è un’altra cosa.
Omera Lazzari la ricordo magrissima, e a me, allora, sembrava vecchissima – magari avrà avuto la mia età (sorride). Aveva degli occhiali molto spessi, con i capelli un po’ ricci di permanente e biondi; era un po’ come le donne di quei tempi.
Quando facemmo il saggio di recitazione, lei affidò a ciascuna di noi dei personaggi; facemmo autori come Goldoni, Diego Valeri: un assortimento di pezzi. Io poi feci un assolo: quel bellissimo monologo della Santa Giovanna di Bernard Shaw, che in quella traduzione era stupendo.
Volevo tagliarmi i capelli e interpretare la Santa Giovanna scalza e con addosso un sacco del caffè. Quando glielo dissi, lei mi guardò come se avesse sentito una bestemmia atroce. Mi rispose: “Voi sarete tutte con la camicia bianca, la gonna blu, le calze di nylon e le scarpe”. Lo trovai aberrante: per le letture a leggio delle poesie il vestitino ci può stare, ma io non potevo fare Giovanna d’Arco, prima di andare al rogo, con le calze de nylon.
Mi ricordo che avemmo un’accesa discussione; ma non ci fu niente da fare: come una principessa inglese, mi sono attenuta all’etichetta (sorride).

La prima impressione che ha avuto quando è entrata all’Istituto d’Arte Enrico ed Umberto Nordio?

La prima cosa che mi colpì fu la forma della scuola che, trentacinque anni fa, sembrava veramente avveniristica. Avevo già avuto una simile esperienza con la scuola media di Borgo San Mauro: ha una forma molto moderna; quarant’anni fa, quando la fecero, realizzarono un edificio dall’architettura tonda, nuova rispetto alla classica istituzione scolastica.
Per andare all’Istituto d’Arte, io che venivo da Sistiana, prendevo la corriera e poi un’altra, la numero 30, e mi inerpicavo fin su, a volte, con una bora terribile.

Cosa ricorda delle lezioni e dei laboratori?

Io dipingevo e disegnavo bene; mi piaceva tantissimo. Ero molto brava nel disegno e mi avevano consigliato di andare in questa scuola, anche perché ero portata per le materie umanistiche e artistiche.
Facendo un liceo uno poi doveva continuare con gli studi, invece, i miei genitori avevano pensato che, anche se poi non avessi fatto l’università, andando all’Istituto d’Arte avrei potuto prendere un diploma che mi consentisse di poter lavorare subito.
Quindi scegliemmo Architettura ed Arredamento, perché diventassi arredatrice. Lo shock della riga e della squadra non l’ho mai superato. Mi ricordo di una lezione di progettazione dove vennero gli alunni di quinta a vederci. Uno di loro mi prendeva un po’ in giro, perché avevo fatto dei muri di uno spessore che sembrava quello del Palazzo di Diocleziano (sorride).
Avevamo un bravissimo insegnante di disegno geometrico, che però era severissimo. Ci faceva fare la punta della matita con la taglierina e guai a farla con il temperamatite, perché – giustamente – la punta diventa conica e appena la si usa, si usura e il segno non è lo stesso. Poi con la carta vetrata dovevamo levigarla. Da delirio! Inoltre dovevamo stare attenti alle righe di legno: il legno con l’umidità si imbarca…
Ero proprio negata per il disegno tecnico. Amavo solo il disegno dal vero, che però, noi di architettura, facevamo di meno.
I laboratori? Un altro terrore assoluto. Il primo anno facevamo tutti e tre i laboratori e lì, anche se lui era di un’altra sezione, ho conosciuto Alessandro Fullin; mentre, il secondo anno, andammo nella stessa classe. Lui lo racconta sempre: ci incontrammo con la lima in mano, e lui mimava i carcerati che limano, perché il laboratorio metallico era il più terribile di tutti. Indorando le memorie, adesso mi fa tutto un’enorme tenerezza, mi diverte; però non sono stata una brillante studentessa d’Istituto d’Arte, perché ho scelto la sezione sbagliata.

E dopo è andata al DAMS. Cosa ha studiato?

Al DAMS ho fatto arte. Quella volta c’era solo il leggendario DAMS di Bologna – erano gli inizi degli anni ’80. Trieste era una città molto diversa da come lo è adesso: era più isolata; in Europa c’era il muro di Berlino; e noi triestini eravamo ancora confinanti con un paese del blocco socialista. Eravamo il confine del mondo. Io avevo un grande desiderio di venire in contatto con altre realtà, con il mondo. Mi sembrava di vivere in un’isola: forse è per questo che mi sono sposata in Sardegna. Mi sono spesso sentita come una che vive in un’isola, non in un pezzo di continente.
In quarta e in quinta superiore si formò un gruppetto di noi, i più spavaldi, che voleva andare al DAMS di Bologna, inaugurato pochi anni prima.
Alla fine ci andammo solo io, Fullin e un’altra ragazza, però c’era un nutrito numero di persone che alla domanda: “Cossa femo dopo?” (Cosa facciamo dopo? n.d.r), diceva di voler andare a Bologna; poi, a mano a mano, la realtà si strinse. Per me – prendendo in considerazione tante ragioni – è stato miracoloso riuscire ad andarci. È stata una scelta di continuità: avendo fatto arte, ho seguito sempre questo percorso legato alla storia dell’arte. Il teatro è venuto dopo.

Al DAMS faceva materie artistiche solo sul piano teorico o anche su quello pratico?

Si faceva solo teoria. Avevamo insegnanti come Umberto Eco, Renato Barilli, che è stato un grandissimo critico e teorico dell’arte e Omar Calabrese. Allora c’erano personaggi molto importanti che insegnavano.
Ho fatto molti esami complementari di spettacolo: di solito, con Alessandro andavamo a filmografia, anche se facevamo arte. Il DAMS era musica, arte e spettacolo.
Le mie scelte sono sempre state un po’ assurde: ero andata al DAMS per fare arte, però poi facevo gli esami di cinema, perché, a mano a mano, mi ero appassionata al teatro e al cinema. Con Alessandro ho fatto un esame su Antonioni. Ricordo che al mattino, con Canziani – insegnante meraviglioso – mi sono vista tutti i film di questo grande regista.
Pian piano ho cominciato ad avvicinarmi anche al teatro. Ma è stato l’incontro con Marco Barbieri – tutt’ora un caro amico – a essere determinante: lui faceva Lettere a Bologna e un giorno – sembra una favola – mi fece trovare sul balcone della casa, dove allora abitavo con Alessandro Fullin, un copione, e mi disse: “Mi piacerebbe che lo facessimo insieme”.
Va detto che io dall’I.D.A.D. non avevo mai più fatto teatro. Lui conoscendomi, mi ha dato questo suo testo che si chiamava “Le fate di teatro e di poesia”, e così io e lui abbiamo cominciato a mettere in scena delle cose nei circoli ACI, nelle cantine, in tutti quei posti che c’erano in giro allora a Bologna e dintorni.

È dopo questa esperienza che si è iscritta alla Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone?

L’iscrizione è nata da un mio grande fiasco, proprio come quello dei clown. Facevamo il DAMS e spettacoli vari e tanti mi dicevano che ero brava, e che avrei dovuto fare una scuola di teatro. Ma io alla scuola di teatro non ci pensavo, anche perché, dopo l’esperienza della Lazzari, delle calze di nylon (sorride), credevo che il teatro non facesse per me.
Erano gli anni dove c’era ancora un po’ di impegno politico, per cui io il teatro lo vedevo in modo diverso da quello che era effettivamente – noi eravamo sempre a livello underground. Tanti continuavano a suggerirmi di fare l’attrice come lavoro, perché ero portata. In seguito cominciai a fare anche cose comiche – le prime rappresentazioni erano molto drammatiche – come quella con Fullin e un altro suo amico, Mario Sucich, che fece la regia.
Sandro scrisse una “Salomè”, che è una rivisitazione di quella di Wilde, tutta in chiave psichedelica esilarante, di cui esistono foto e di cui ho ancora il copione. Nel 1988 debuttammo facendo ciascuno due personaggi: io facevo Salomè e il giovane siriano, mentre Alessandro faceva Erode e Erodiade, con i costumi di Stefano Casagrande. Cominciai a lavorare sul personaggio e mi resi conto che la gente rideva quando facevo questa Salomè fuori di testa. Dopo quell’esperienza ho iniziato a fare un po’ di cabaret per poi iscrivermi, nel 1989, a “La Zanzara d’Oro”. Da qui viene fuori il fiasco: in quell’anno cadeva il muro di Berlino e cadevo anch’io, sulla mia bella buccia di banana (sorride).
“La Zanzara d’Oro” era il concorso più importante dei comici d’allora – ad arrivare primo l’anno in cui partecipai fu Gene Gnocchi. Nel 1989 partecipò pure Fullin, e facemmo la semifinale, che andò benissimo, all’ITC Teatro, dove c’era un pubblico più teatrale, più “colto”.
Io facevo il personaggio – era bellissimo, credo che lo riproporrò – di questa diva, con la voce un po’ alla Tina Lattanzi, però non avevo delle battute di cabaret: era sempre molto teatrale, ma andò comunque benissimo. Approdammo alla finale al Teatro Duse e dopo trenta secondi che avevo iniziato, non partiva la battuta. Quelli con le trombette avevano cominciato a fischiare – era tipo “La corrida”. La platea ascoltava, mentre quelli che stavano di sopra erano in delirio.
Dopo questo, non volevo più uscire di casa – adesso lo dico ridendo, ma fu di un’umiliazione terribile. Mi ricordo la recensione sull’Unità dove scrissero: “La brava Emanuela Grimalda, negli spazi piccoli, tradita dall’emozione…” Insomma in qualche modo mi salvarono, perché il pezzo era carino (sorride).
Da quel disastro totale decisi di iscrivermi ad una scuola di teatro: se costa così tanto, se può fare così male, allora o non faccio più teatro o lo devo fare seriamente, e non per gioco. Perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare e quindi, lo stesso anno, a settembre, il mio amico Marco Barbieri mi anticipò quanto mi serviva per pagare la rata della scuola. Mi iscrissi così alla Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone. Da lì è poi partito un po’ tutto.

A Roma è arrivata grazie al cinema?

No, a Roma sono arrivata grazie ad un mio fidanzato, che faceva l’attore. A Bologna ho fatto tanto teatro, poi sono passata al cabaret e infine alla prosa con Nanni Garella, che è stato il mio primo regista. Ho cominciato con “Gl’innamorati” di Goldoni, poi con il personaggio della madre nei “Sei personaggi in cerca d’autore”, in una versione meravigliosa. Conservo ancora delle bellissime recensioni, nonostante io fossi fuori parte: ero troppo giovane, però non incideva più di tanto perché tutti noi lavoravamo con delle maschere, che facemmo fare a Paolo Bertinato – bravissimo! – a Venezia.
Andai proprio nel suo atelier a farmi il calco del viso. Realizzò delle maschere come quelle dell’edizione di Pirandello del 1921, dove i personaggi – appunto – avevano le maschere: la mamma aveva quella del dolore, la figlia quella del disprezzo e così via. Io ero molto camuffata ed avevo una voce scura, bassa.
Ad un certo punto è successo che mi sono fidanzata con un attore. Nel frattempo, oltre a fare teatro, avevo un circolo culturale che si chiamava Terzo Piano, con il quale ho fatto tantissime cose a Bologna, e mi sembrava di aver esaurito quella città. Avevo la possibilità di stare a Bologna e di diventare l’attrice fissa per il Teatro Stabile, quando questo ragazzo, mi disse che voleva andare a Roma.
Io avevo già avuto modo di fare qualcosa in quella città: dopo essermi presentata per dei provini per la televisione, nel 1995 feci la mia prima trasmissione con Mirabella e Garrani, dove c’era anche una Littizzetto alle prime armi.
Avevo pure fatto un seminario con Giorgio Barberio Corsetti, che mi aveva preso; quindi avevo lavorato sei mesi a Roma. Il lavoro mi stava portando in quella città, il mio fidanzato ci teneva tanto ad andarci, ebbi uno sfratto dalla casa dove stavo a Bologna, e perciò, in quattro e quattro otto, ho deciso di trasferirmi a Roma. È stato un insieme di cose, sia personali che di lavoro, che mi hanno portata nella capitale. E poi, avendo trentun anni, come mi disse il mio primo agente a Roma, nel nostro ambiente, si è già vecchi. Mi sono detta: “O lo faccio adesso, o mai più”. Ho ricominciato tutto completamente daccapo e Roma è stata un osso duro.

Giuseppe Moscati: Beppe Fiorello ed Emanuela Grimalda Lei ha fatto due film per la tv con Giuseppe Fiorello: “Giuseppe Moscati – L’amore che guarisce” e “L’angelo di Sarajevo”. Com’è stato lavorare con Fiorello?

Voglio tanto bene a Fiorello, ma avrei voluto fare la sua parte: volevo esse’ n’omo, volevo fa’ lui! (ride). Il dottor Moscati e Marco De Luca li volevo fare io. Entrambi sono personaggi meravigliosi.
Con Beppe c’è un rapporto di grande stima; anche se ci incontriamo solo se lavoriamo insieme, abbiamo fatto due esperienze di lavoro molto forti: Moscati è stato fortissimo sia come esperienza, che come resa della storia.
La prima storia riguarda un uomo, un personaggio di Napoli: Giuseppe Moscati. Questo film per la tv, l’ho fatto in un periodo in cui ero molto legata alla città di Napoli. Prima di fare il film, una mia amica attrice napoletana mi aveva parlato di Moscati – il medico santo – perché avevo visto la sua statua nella Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli e mi aveva colpito: non era la classica statua di un santo. Quando abbiamo iniziato le riprese io sapevo già chi fosse Giuseppe Moscati. Abbiamo girato le scene nel rione Sanità e dentro all’ospedale.

Quanto la tematica della seconda storia, “L’angelo di Sarajevo” l’ha toccata, dato che riguarda i Balcani e quindi una zona a noi triestini molto vicina?

“L’angelo di Sarajevo” mi ha toccato molto, anche se il ruolo che facevo era più piccolo. Solo il fatto di essere andata a Sarajevo è stata un’esperienza bellissima, perché in quella città ho capito come anche un pezzettino di terra così piccolo, possa avere un karma: in questo angolo del mondo, infatti, sfortunatamente, c’è stato sia un attentato dal quale è partita una Guerra Mondiale, che questo assedio ferocissimo. Un destino di sangue.
L'angelo di Sarajevo: Fiorello e GrimaldaSarajevo è una città piccola, c’è il fiume e ci sono le colline intorno e non sembra possibile che lì siano successe tutte quelle cose.
Mi ha colpito molto anche il Museo dell’assedio di Sarajevo: è praticamente vuoto, non c’è niente. Ciò mi ha fatto pensare che lì la guerra ci sia ancora, che sia latente. E allora ti viene da chiedere: ma avete davvero vissuto quello che abbiamo visto noi attraverso le immagini, i video?
Ricordo che buttarono una granata sulle persone in fila per il pane. Ricordo foto terribili. All’epoca eravamo molto informati su quello che succedeva. Ma, nel Museo di Sarajevo, tutto questo non c’è.
Sarajevo è un posto particolare, che mi ha fatto una grandissima impressione. Abbiamo girato pure a Belgrado, anch’essa una città particolare, però, Sarajevo mi ha colpito enormemente per la commistione e per quell’equilibrio che stava su un filo, che è stato rotto.

Nei suoi spettacoli teatrali c’è quasi sempre la parte comica, ma c’è pure una dimensione che riguarda il sociale. Si ride con la consapevolezza di quello che sta accadendo e si riflette. Da dove parte questa sua predisposizione verso il sociale?

Dal fatto che vivo la società, vivo il tempo. Non mi piace che le donne pensino solo in rosa: secondo me è molto importante parlare del mondo. Mi sono sempre interessata di ciò che mi circonda, della storia.
Io per prima cosa sono cittadina di questo mondo. Ecco perché, quando stavo a Bologna, mi ero occupata di politica. Se penso ai miei sogni di quand’ero ragazza, avrei voluto fare molto di più di quello che ho fatto, come partecipazione.
Ho avuto una formazione anche politica, una parola che adesso non piace a nessuno, ma che io intendo nel significato più nobile e antico della polis; cioè riflettere sulla convivenza sociale, sul noi.
Parte di quella stagione di impegno politico io l’ho potuta vivere; mentre credo che le generazioni successive siano state fortemente penalizzate da un intontimento generale, dovuto a una serie di cose molto precise che, negli anni, sono successe in questo paese.
Quindi è comprensibile cha una ragazza di oggi sia più interessata ad avere delle belle gambe, che a pensare a qualcosa di importante. Anche se io credo che le donne possano fare tutto, quindi essere sia belle che intelligenti. Quello che non sopporto è il bamboleggiamento: una volta le femministe dicevano: “Ragazze, non bamboleggiate”. Non facciamo le bambole, perché le bambole vengono messe nei letti con le gambe aperte, quando e dove ti pare. Questa è la bambola. Ma noi non lo siamo.
Un tempo ero molto più oltranzista e non mi sarei mai messa un filo di rimmel, perché per me era come una concessione al maschio dominante. Noi donne dovevamo essere accettate solo per i nostri cervelli. Poi, con l’esperienza, mi sono un po’ ammorbidita.

Qual è il suo rapporto con il dialetto, in particolare con quello triestino?

No te vedi che me vien de parlar in triestin…(sorride). Il rapporto con il triestino è quello del mio sangue. Non vedo l’ora di venire a Trieste per lavoro. Mi è dispiaciuto molto non essere riuscita a fare la parte di Sissi nel lavoro di Fullin, perché il piazer de recitar in triestin xe unico (il piacere di recitare in triestino è unico n.d.r). È come quando si va in bicicletta: si fa tanta fatica, ma poi ci sono delle discese dove ti arriva l’aria nei capelli che ti fa dire: “Che bello!”. A volte si va in bicicletta anche solo per il piacere di sentirsi l’aria nei capelli.
Il triestino è la mia lingua madre, anche se sono figlia di un istriano e di una friulana. Il triestino ti dà la possibilità di dire “monade” (sciocchezze n.d.r) che solo un triestin pol capir. Quando io e mia sorella ci lasciamo andare, a volte, qualche monada in triestin salta fora. Ma xe questo il bel.
Brecht diceva che a Berlino ci sono delle salsicce bianche che non sanno di niente. Ma è proprio questo il bello. E la stessa cosa vale per i wiz (battute n.d.r) che se disemo noi triestini: xe monade, ma le fa rider (sorride).

Invece con il dialetto veneto di Ave Battiston, uno dei personaggi di “Un medico in famiglia”?

Emanuela Grimalda in Ave BattistonMi è capitata una di quelle cose inspiegabili: un giorno mi hanno proposto un provino per un personaggio della serie televisiva “Un medico in famiglia”, che doveva avere una cadenza veneta.
Mi sono ricordata subito delle opere di Goldoni che avevo fatto e delle videocassette in veneto di Cesco Baseggio che avevo visto e che tempo addietro avevano dato in allegato con l’Unità. Non so spiegarmi come, ma, a mano a mano, sentivo sempre di più il personaggio e il suo dialetto.
Per il mio ruolo mi serviva un intercalare e così chiesi dei suggerimenti a Francesca Cavallin (nella fiction interpreta Bianca Pittaluga n.d.r.) che è di Bassano del Grappa. Mi pare proprio che il famoso “Maria Vergine” di Ave, me l’abbia suggerito lei.
Ancora oggi, a volte, le persone che mi fermano per strada, si aspettano di vedere Ave, ma poi scoprono Emanuela, che è diversa dal personaggio: evidentemente la mia interpretazione è talmente spontanea da sembrare vera, e spesso me lo dicono.

Infatti sembra quasi che lei non reciti, che sia naturale…

Mi viene proprio spontaneo, è una cosa che ho acquisito, sentito, guardando le commedie. Tanti pensano che tra il triestino e il veneto non ci siano differenze, ma non è così: per esempio, per dire bella, noi triestini diciamo “bela”, mentre i veneti dicono “bea”. Anche se ogni tanto ho triestinizzato qualche parola di Ave, i veneti comunque hanno apprezzato il personaggio, la sua simpatia e la sua scaltrezza.

A Trieste, tempo fa, ha fatto la miniserie televisiva “Rebecca la prima moglie” con Alessio Boni, Mariangela Melato, Cristiana Capotondi e due attori di queste zone: Omero Antonutti e Ariella Reggio. Che ricordi conserva di quest’ultimi due?

Di Omero ho un meraviglioso ricordo che risale al 1992: appena finita la scuola, partecipai ad un bellissimo concorso per neodiplomati alle scuole di teatro, intitolato a Lina Volonghi, che è l’attrice italiana che preferisco in assoluto, per quanto riguarda il teatro, mentre per il cinema è Anna Magnani.
Il concorso si teneva a Frascati, in una villa molto bella. La mia scuola di teatro, la Alessandra Galante Garrone, mi mandò e io feci un pezzo di Goldoni e poi il mio pezzo della gallina – l’ho fatto per vent’anni – dove tengo una gallina morta vera. Nella giuria c’era Omero Antonutti (sorride). Io non vinsi – vinse una che faceva Giulietta: una cosa più ortodossa – però il mio pezzo della gallina piacque da morire.
Omero venne a farmi i complimenti e mi disse: “Il tuo pezzo della gallina è meraviglioso, non ho mai riso tanto in vita mia”. Gli dissi che ero di Trieste: ne fu entusiasta. In seguito andai a trovarlo a Roma. Poi ci siamo ritrovati, perché abbiamo fatto un cortometraggio con Riccardo Milani.
Ariella Reggio, invece, la conoscevo di fama: non l’avevo mai incontrata. Sul set di “Tutti pazzi per amore”, un giorno, mentre ero seduta al trucco, ho sentito arrivare una signora che, da come parlava, mi sembrava potesse essere di Trieste. Era Ariella Reggio. Da lì ci siamo conosciute e poi siamo state ospiti a Grado (al Lagunamovies, nel 2010 n.d.r.), abbiamo fatto la lettura a leggio di “Sissi a Miramar” di Fullin…Ariella è proprio una donna affettuosissima.

Come è stato girare qua a Trieste “Rebecca la prima moglie”?

Emanuela Grimalda in Hellis Van Hopper (Rebecca la prima moglie)È stato molto bello, perché era la prima volta che giravo una cosa in questa città. Ero tanto contenta, perché mi piaceva il personaggio; i vestiti che avevo – ricordo quello color bronzo…meraviglioso! – e la vicinanza dei miei genitori, che potevano vedermi all’opera.
Stavamo girando in Piazza Unità, nel Palazzo della Prefettura, trasformato per l’occasione nell’Hotel di Montecarlo. I nostri camper erano vicino al Teatro Verdi e mio papà passò da quelle parti e mi vide uscire dal camerino tutta truccata. Mi fece molto piacere per loro, perché sapevo che ci tenevano e che erano orgogliosi che io facessi qualcosa nella mia città.

I valori che vorrebbe trasmettere a suo figlio Giaime?

Quando diventi mamma ti rendi conto che tutto quello che è teorico diventa pratico; non hai neanche più il tempo di pensare, che già accade qualcosa. Tutto si trasforma in una prassi quotidiana fisica, pratica. Capisci che l’educazione è ogni gesto, e ogni gesto è un fatto educativo. Tutto passa attraverso le azioni, tutto è molto fisico. Non si possono avere ideali se poi si sgridano i propri figli e non si cerca di capirli. Essere genitori è basico, ma anche molto concreto. E questo è faticoso, perché le parole sono molto più belle e facili da dire, però i bambini stanno più attenti ai gesti, e di conseguenza il genitore deve stare attento a come agisce.
Vorrei che mio figlio fosse una persona onesta, leale: tutte cose che dovrebbero essere normali, ma che forse oggi non lo sono più.
C’era un signore nel mio paese, a Borgo San Mauro (Sistiana), che era sempre allegro, aveva sempre la battuta pronta. Quando lo vedevo, pensavo: “Che bello essere sempre così gioiosi”. Ecco, mi piacerebbe che fosse un bambino con un carattere gioioso. La vita è dura per tutti, e lo sarà anche per lui; proprio per questo, mi piacerebbe che la prendesse con lo spirito giusto, quello del “viva l’a e po’ bon” – per dirla alla triestina – perché le soluzioni non sempre ci sono: tutto dipende da come uno prende la vita, da come uno vede il bicchiere, che sarà sempre mezzo vuoto o mezzo pieno…
Poi sarà quel che sarà, ma una cosa è certa: i bambini, fin da piccoli, hanno dentro un grande carattere. Noi non possiamo insegnare loro niente. Uno può essere aiutato, ostacolato, incentivato, o può trovare un ambiente che lo aiuti o uno che gli è ostile, però, quello che ha dentro rimane.

Progetti per il futuro, speranze?

Vorrei riuscire a fare quello che fanno tante donne che lavorano: conciliare un lavoro che amo immensamente – magari dedicandomi anche alla scrittura, o a qualcos’altro di creativo – con la famiglia.
Quest’anno mi sono dedicata tanto a Giaime. Ho fatto anche molte cose, e tante ne sto ancora pensando: tutto è frutto della vita, che poi metto nel lavoro.
Sono una persona che si immerge completamente in quello che fa, quindi o fa una cosa o ne fa un’altra. In realtà, essere madre e lavorare è l’arte della mediazione. A volte vorrei stare con lui, ma poi so che lavorare mi fa bene e che farà bene anche a lui: è un’autonomia reciproca.
Per essere stato il suo primo anno di vita, ho fatto molte cose – sono andata avanti con lo spettacolo “Le difettose”. Vorrei continuare a lavorare – magari facendo cinema, più che le fiction: nel cinema i tempi sono più circoscritti – e trarre grande linfa dall’ispirazione di questo essere meraviglioso, che è vicino a me, e di non vederlo mai come un ostacolo, che poi di fatto non lo è, anche perché nella vita ci sono solo opportunità, e niente ostacoli.

Ringrazio l’attrice Emanuela Grimalda per la sua gentilezza e sensibilità.

Nadia Pastorcich ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.
I primi tre ritratti di Emanuela Grimalda sono di Nadia Pastorcich

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.