La danza delle parole (elementi di psicanalisi): il legittimo desiderio

Le richieste che provengono dall’esterno, dalla cultura, educazione, genitori, figli, mariti, mogli, si intrecciano con i nostri fantasmi che sono stati creati dalla forza di stereotipi, che vogliono inscatolarci in modelli precotti, affinché nessuno possa giungere allo specifico che ci concerne, alla nostra unica e irripetibile peculiarità e struttura inedita.
Proprio per questo motivo il lavoro analitico interviene sull’ascolto delle proprie fantasie per giungere a intendere il discorso e le fantasie del nostro interlocutore, affinché le due cose non si sovrappongano più. Distinguere dunque è una delle chiavi di apertura della matassa nella quale ci siamo arrotolati.

Come, quindi, procedere? Sciogliendo i fantasmi, lasciando che l’altro prosegua pure nella sua rappresentazione ma senza assumere questa scena che sfocia in una immancabile richiesta.
La richiesta dell’altro, madre, padre, fratello, amico, figlio, marito, amante, è spesso una richiesta di aderire al modello che costoro hanno di figlio, fratello, madre, amico, moglie, amante.
Si tratta quindi, per avere “rapporti” con questi interlocutori, di aderire a questi modelli sacrificando il proprio specifico e il proprio inconscio desiderio che spinge alla realizzazione della nostra cifra, o di introdurre l’odio intransitivo, ovvero la parola, per enunciare che siamo differenti dal loro modello e abbiamo deciso, dopo tanto tempo, di non adeguarci più visto che questo gesto comporta sempre una rinuncia e una assunzione del limite e della castrazione. Si tratta di parlare e di testimoniare come l’ascolto del proprio desiderio non sia mai contro qualcuno, ma sempre verso qualcosa, verso la cifra, verso il compimento della nostra specificità.
Solo se ciascuno si spinge, in modo legittimo, a intraprendere questa strada potrà avere relazioni con i propri interlocutori senza doversi adattare e adeguare al conformismo che ci viene imposto per dover avere un “rapporto”, ovvero coloro che devono rapportarsi devono continuamente mediare e smussare in una continua conciliazione con l’altro. La cosa difficile da intendere, perché nessuno ce l’ha mai insegnata, è che le cose sono inconciliabili e con l’altro si possono avere relazioni e non “rapporti”, ovvero si sta sempre nella parola senza doverla adeguare al pensiero dell’altro.

D’altronde dalla educazione alla scuola al conformismo dilagante della società che ci chiede pulsioni e desideri in CAMBIO DELLA ILLUSORIA SICUREZZA, siamo stati ammaestrati alla rinuncia.
Ma sappiamo bene che la rinuncia è impossibile da effettuare, perché la pulsione se ne frega delle imposizioni e trova la sua soddisfazione, se non può legittimamente, in modo illegittimo, ovvero la trova nella trasgressione, ovvero dal rigetto della legge imposta dalla società.
In noi quindi si aprono zone buie dove ci accasiamo per ritrovare respiro in una realtà che soffoca.
La via dell’analisi è di far trovare alle pulsioni che si sono accasate nella zona buia la via della luce, affinché si possano legittimamente, ovvero come ne abbiamo diritto, di vivere i proprio sogni e desideri, senza andare contro nessuno, ma nemmeno senza doversi continuamente adattare alle fantasie frustranti dell’altro, in quel reale che ci vuole reprimere.
Ogni intervento e variazione di questo sistema non può che finalmente scardinare questi schemi che ci imprigionano e dare testimonianza ad altri che esiste una via di legittimità che può accogliere la nostra domanda, senza finalmente sentirci in colpa per il presunto danno che, ci fanno credere, di causare all’altro.
La nostra vita è divenire Altro non di adeguarci all’altro, ne’ di pretendere che l’altro si adegui alle nostre fantasie. Questa è la libertà, libertà di fare e non libertà da qualcosa, poiché il padrone è solo una fantasia e non dobbiamo liberarci da niente e da nessuno ma solo dalle nostre fantasie, pregiudizi e luoghi comuni che con tanto zelo questa società ci inculca.

Roberta de Jorio ©centoParole Magazine – riproduzione riservata

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