La danza delle parole (elementi di psicanalisi): la gelosia, ovvero l’abbandono fantasmatico

Essere gelosi non è che la caricatura dell’abbandonabilità dell’altro/sostituto dell’oggetto d’amore primario.
Si è gelosi dell’amore della madre per il fratello, dell’amico che preferisce un’altro, del partner che, si pensa, possa desiderare sempre l’altro.
Non importa se questo desiderio attribuito al partner, amico, fratello, sia veramente o non, per l’altro, importa che questo sia il pensiero che tormenta chi ne è posseduto.

E un pensiero, una fantasia, funzionano come se fosse realtà nella struttura inconscia.
In questi casi vi è come un “salto” di non intendimento tra il parricidio, ovvero la funzione di distacco/cesoia tra il figlio e la madre da parte del padre e la sessualità, ovvero la ripetizione incessante della scena del tradimento (la scelta della madre per il padre) che impedisce al soggetto di iniziare il suo cammino metaforico alla ricerca del proprio oggetto del desiderio, incamminandolo così nella struttura della pulsione sessuale, che nulla ha di più vario dell’oggetto di ricerca.
Insomma, chi è geloso non solo attribuisce all’altro fantasie che gli appartengono, ma rivive in quelle fantasie attribuite il suo dolore per un presunto abbandono come oggetto d’amore da parte della madre.
Si è gelosi perché si attribuisce all’altro i proprio desideri di “tradimento”, senza intendere che ci appartengono inconsciamente. La gelosia introduce la scena del terzo elemento, Io, Tu e l’altro: mamma papà e bambino.
Diciamo che la gelosia sottolinea la fantasia e quindi, come contrappasso, la fobia dell’incesto, vivendo un rigetto all’idea dell’amore che possa funzionare, in quanto incestuoso, e quindi proibito, dal padre.
Per il geloso, l’amore è sempre impossibile, in quanto proibito, perciò introduce, nella scena della relazione, il movente dell’impossibilità dell’“unione”, ovvero deve introdurre sempre, nella sua fantasia, un’altra persona che possa intervenire a dividere questa coppia.

La gelosia sottolinea che l’oggetto non è mai prendibile, che sfugge e si sottrae alla presa, che noi stessi siamo fragili se ci fondiamo come oggetto d’amore dell’altro, come dono all’altro, in quanto il desiderio è sempre desiderio di Altro, perciò se ci fondassimo come oggetto di desiderio dell’altro saremmo destinati all’abbandono, al rifiuto, prima o poi, al “tradimento”.
Ciascuno che si faccia “coppia” è destinato al tradimento, all’infedeltà, soprattutto di se stesso; perché se si crede nel cerchio della coppia ci si chiude limitandosi, alimentando, di conseguenza, la fantasia di “libertà” e di”rottura” con chi ci chiude o si chiude, con noi, in un cerchio.
Interessante è capire come sia importante la logica con la quale si fanno le cose e non solo quello che si fa. Ovvero una relazione è fatta di parole e ascolto, nella libertà di equivoco e fraintendimento, dove non si economizza il dire, ovvero l’odio non transitivo, e l’amore, ovvero l’incominciamento.

L’incontro tra due esseri sta nella parola, non nel tentativo di chiusura in un cerchio, (il cerchio/utero, caldo e accogliente della madre) esente dall’odio/divisione effetto della funzione del padre.
Se l’incontro sta nella parola e la sessualità non si limita alla genitalità, quindi se la sessualità è ascolto della pulsione e trova traduzione nella parola, nel fare, si crea la relazione che è il proseguimento dell’amore, incominciamento e spinta all’incontro.
Nella parola e nell’ascolto vero le fantasie di abbandono si affievoliscono lasciando spazio all’intendimento che nessuno può possedere l’altro, l’altro che sta nell’astrazione della sua logica e nella sua parola; perciò nessuno può abbandonare o essere abbandonato dall’altro, nessuno è tradito o può tradire l’altro.
Si sta nella parola, senza “presa” possibile, senza sicurezze e certezze.
Liberi di vivere ciascun momento, liberi di ascoltare il desiderio nostro e dell’altro, liberi di decidere quando le cose cambiano, liberi perché siamo strutturalmente soli e divisi uno dall’altro, e l’altro è occasione di elaborazione, di trasformazione, di conoscenza di altri mondi, di altre logiche, non ancora che ci tiene legati, non cuccia che ci accoglie, non limite, non certezza, bensì rischio di esporsi a ciò che ancora non conosciamo, rischio di “avventura”, rischio di vita.

Roberta de Jorio ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

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