Alla scoperta di Radio Bocconi con Alessandro Bagnara e Ana Radi

Radio BocconiDopo una gara di “like” sulla pagina ufficiale di Cuffie d’Oro, Radio Bocconi si è aggiudicata le Cuffie d’argento. Alla 6.a edizione di Cuffie d’Oro, tenutasi sabato 3 dicembre presso la Sala Tripcovich di Trieste, Alessandro Bagnara (responsabile tecnico) e Ana Radi (responsabile del palinsesto) hanno ritirato il premio.

Quando e perché nasce Radio Bocconi?

Alessandro: Nel 2008. I fondatori avevano 22-23 anni; ormai la maggior parte di loro non c’è più. Radio Bocconi è nata da un progetto de Il Sole 24 Ore che si chiamava UnyOnAir. Si formò così un gruppo di ragazzi che partecipò a questa iniziativa – tra l’altro RadioInCorso di Trieste è nata per lo stesso motivo. Concluso il progetto, il gruppo rimase e fece pressione sull’ufficio stampa dell’Università, affinché venisse fondata una vera web radio. Alla fine riuscirono a convincere l’ufficio stampa e due tecnici dell’Università a sostenerci; ancora oggi, dopo otto anni, il capo dell’ufficio stampa Barbara Orlando, Nicoletta Mastromauro e i due tecnici, continuano a sostenerci.

Quali sono i vostri obiettivi?

Alessandro: Radio Bocconi nasce con l’idea di dare voce agli studenti. Non nasce con una funzione prettamente divulgativa: è più un mezzo per dare libero spazio alle opinioni e alle idee degli studenti. Gli ascolti derivano molto dagli studenti della Bocconi, ma non solo: anche da amici che si trovano in varie parti d’Italia. Siccome abbiamo molti studenti internazionali, il tutto si è espanso; tanti di loro se ne sono andati, ma hanno senz’altro contributo a creare quella che è adesso Radio Bocconi.

PhnadiapastorcichQuanto il web vi ha aiutato in questo?

Alessandro: Sicuramente senza il web non avremmo potuto trasmettere. Di recente ci sono state cedute delle concessioni per trasmettere in AM, ma all’epoca, nel 2008, non c’erano concessioni libere e di conseguenza trasmettere su delle frequenze non sarebbe stato conveniente, per il fatto che avrebbe avuto un costo spropositato. Per rendere accettabile il costo avresti dovuto trasmettere nell’area di Milano e poco oltre, e poi non so quale studente si sarebbe messo a sintonizzare una radio. Allora si è pensato che un mezzo come il web – anche se all’epoca era meno diffuso di oggi – fosse il metodo migliore. La nostra radio va ad H24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno; siamo raggiungibili in tutto il mondo, e questo, secondo me, è un vantaggio.

Ho letto che siete circa in 140 persone. Come viene organizzato il lavoro?

Alessandro: Lo staff varia durante l’anno da 120 a 150 persone. Ogni anno viene nominata una direzione di undici membri, ognuno con una sua funzione designata, tra cui un social manager, un responsabile tecnico, che quest’anno sono io, un responsabile del palinsesto e un responsabile dello staff. Noi undici supervisioniamo tutto il lavoro della radio. L’ufficio stampa, che si occupa delle questioni amministrative e altre cose, ci dà totale libertà in tutto questo.
Gestire 120 persone non è facile, anche perché, essendo un’attività totalmente volontaria e gratuita, tu non hai potere su queste persone. L’unica leva che hai è la loro passione per la radio. Siamo fortunati perché, comunque, c’è tanta gente che ha passione e si diverte nel fare quello che fa e contribuisce molto, non solo durante l’ora del suo programma.

Con che criterio viene scelto il palinsesto?

Ana: Si cerca di accontentare un po’ tutti. Una volta passati sei mesi di gavetta in radio, in cui fai un programma standard che non viene scelto da te, ti viene data la possibilità di poter proporre un tuo programma, che viene poi accettato o meno in base all’originalità del format. Tendenzialmente si cerca sempre di accettare un programma, anche perché c’è tanta differenza tra il fare un programma nel quale scegli tu gli argomenti, lo speaker, il regista, e un programma che ti viene assegnato, in cui non sai chi altro lavorerà insieme a te.

E quali sono le tematiche che trattate?

Ana: Noi abbiamo diviso il palinsesto in tre sezioni che sono: intrattenimento, musica, info cultura e sport. Cerchiamo di parlare un po’ di tutto. Nella sezione intrattenimento si cerca di parlare anche di argomenti di attualità, però lo facciamo in modo sempre abbastanza leggero. Ci sono show che puntano tanto sulla comicità, sulle impressions. All’interno dei programmi di musica, i cui contenuti dipendono tanto dai gusti delle singole persone, abbiamo un programma di jazz, sostenuto da persone internazionali – prima c’erano due ragazze turche, mentre adesso ci sono una ragazza turca e un ragazzo italiano. Poi abbiamo programmi di solo musica rock o di musica indi; abbiamo anche il programma Info Cultura & Sport in cui si parla principalmente di sport, che sia basket – College Basket, NBA, basket italiano – o calcio – sia italiano che inglese. Ci sono anche programmi di cinema e altri di politica; quest’ultimi sono in collaborazione con alcune associazioni dell’Università. Cerchiamo di essere abbastanza seri come radio e di affrontare un po’ tutti gli argomenti.

I giovani seguono i programmi culturali?

Ana: Recentemente hanno proposto un programma che si chiama “La fattoria dell’arte moderna” in cui si cerca di parlare di tutti gli eventi che ci sono a Milano. Quest’anno, in particolar modo, tantissimi studenti hanno preferito molto di più i programmi di Info Cultura, piuttosto che i classici programmi che avevamo. I gusti stanno cambiando e anche i giovani si stanno appassionando maggiormente ai programmi culturali.

PhnadiapastorcichChe tipo di ospiti chiamate?

Ana: A livello di ospiti molti preferiscono chiamare persone del mondo musicale, non particolarmente conosciute, che non hanno ancora subito i pro e i contro che la fama porta con sé; altri, invece, preferiscono puntare su personaggi che possano essere un valore aggiunto ai nostri programmi. Ad esempio, le ragazze che fanno il programma che si occupa di cultura, cercano di portare sempre professori che possono trasmettere e offrire la loro esperienza a chi ascolta. Cerchiamo di trovare sempre persone come noi, molto alla mano, con cui si riesce anche a divertirsi; ma anche persone che possano dare un valore aggiunto e aiutarti ad ampliare i tuoi orizzonti.
Ognuno di noi fa radio all’interno della Bocconi, perché in quelle ore di programma riesce a divertirsi e a evadere: dopo tante ore di economia o giurisprudenza è proprio quello che ci vuole.

Qual è secondo voi il ruolo della radio ai giorni d’oggi, tenendo presente che ci sono tantissimi mezzi di comunicazione?

Alessandro: La radio è un mezzo di espressione diverso dalla televisione e da altri mezzi di comunicazione. È un mezzo sottovalutato, basta vedere il livello di introiti pubblicitari. La TV non è neanche lontanamente paragonabile alla radio. La TV ha contratti miliardari, la radio invece non arriva a grandi cifre, nonostante faccia 35 milioni di ascoltatori giornalieri, che non sono pochi. Quello che secondo me non è stato capito, quando negli anni ’90 c’è stata la transizione verso la TV, è che la TV non ti offriva la stessa cosa che ti offre la radio; non si trattava di un miglioramento della radio. Uno può pensare che la TV sia meglio della radio, perché non è solo voce ma anche video, ma non è così: sono due cose diverse. Il modo con cui ti approcci è diverso. La radio permette di immaginare: tu non vedi lo speaker, non sai chi sia; è solo una voce nella quale ti puoi immedesimare, a differenza di quello che accade in TV, dove invece vedendo chi ti sta parlando e sapendo ormai tutto di lui, fatichi ad immedesimarti.
La radio è un mezzo forte per dare voce alle proprie opinioni, ma è anche un mezzo divertente. Una cosa bella della radio è che tanti dei personaggi radiofonici italiani, anche quelli famosi, restano comunque alla mano. La radio tende a non darti alla testa; anche se sei famoso, se fai radio, sei una persona molto disponibile, molto aperta, a differenza di alcuni personaggi televisivi che sono intoccabili, impossibili da raggiungere. Questo, secondo me, è il vantaggio della radio.

Che cosa avete imparato da questa avventura in radio?

Ana: Credo di aver imparato tanto. Se non avessi fatto radio, avrei perso molto del mio percorso universitario. La radio mi ha aiutata tantissimo – la faccio ormai da tre anni – sia a livello di gestione personale che a livello di gestione di altre persone. Con le interviste e gli eventi a cui partecipiamo miglioriamo il nostro livello relazionale. All’inizio ero una persona molto timida, lo sono anche adesso, però la radio mi ha aiutata molto ad essere più aperta nei confronti delle persone. È stato l’unico ambiente all’interno del quale sono riuscita ad applicare alcune cose che ho studiato all’Università, non tanto dal punto di vista economico, quanto a quello di management.

Alla fine conta molto la pratica, l’esperienza…

Alessandro: Sotto questo punto di vista, è una grossa gavetta. Devi gestire 120 persone con gli stessi problemi di una radio vera. Abbiamo uno staff che a momenti è al pari di una radio nazionale; gestire tutte queste persone in maniera professionale non è semplice e ti fa crescere. Poi devi rapportarti sia con il mondo esterno che con quello interno dell’Università, ovvero con gli uffici che gestiscono il tutto, anche a livello economico. Devi imparare a relazionarti con loro in un contesto lavorativo; questo, così come le interviste, sono cose che ti fanno crescere e migliorare.
Seguiamo tanti festival, abbiamo tante collaborazioni. Molti ci prendono come giornalisti veri, non come una semplice radio universitaria. In alcuni festival, infatti, andiamo accreditati come giornalisti. È un ottimo trampolino di lancio per muoversi in questo mondo, il mondo dei media, che può essere un ufficio stampa, una radio, una TV.

Che cosa cercano i giovani nella comunicazione?

Alessandro: Tornando al discorso di prima, c’è stato un cambiamento quando è nata la TV. Oggi, noto che sempre meno ragazzi guardano la televisione; io, personalmente, non la guardo da tre anni, fatta eccezione per Mentana. In ogni caso, anche i ragazzi che guardano la televisione, non la guardano tanto per vedere qualcosa, quanto perché vogliono un determinato contenuto, che può essere X Factor o MasterChef o qualcos’altro; di conseguenza loro non sono di parte verso la televisione: a loro interessa il contenuto offerto. Nel momento in cui tu come radio riesci ad offrire un contenuto di valore, un contenuto che interessi, allora, di conseguenza, hai la stessa potenzialità, se non maggiore, di una TV. Secondo me, da questo punto di vista, è una strada che potrà intraprendere e che dovrà intraprendere la radiofonia italiana, altrimenti non so quanto potrà sopravvivere. Si è puntato molto sui personaggi televisivi famosi portati in radio, ma alcuni di loro in realtà non hanno niente da offrire se non la loro popolarità; popolarità che però è effimera. Se non si ricomincia a puntare sui contenuti, secondo me, non si andrà da nessuna parte.

PhnadiapastorcichQuali sono gli ingredienti per fare una buona radio?

Alessandro: Sicuramente la passione, senza di quella non vai da nessuna parte, soprattutto in una radio in cui non vieni pagato (sorride). La passione prima di tutto; il talento, invece, secondo me è secondario: una volta che c’è l’impegno e la passione, riesci comunque a costruirti una sorta di personaggio o una tua personalità che possa avere successo in radio. Anche la creatività conta.
È un lavoro duro, anche se dall’esterno non sembra, non è un gioco: con tutte le ore che ci lasciamo dietro, è quasi un lavoro che, anche se non è proprio a tempo pieno, ci va molto vicino. Bisogna sempre lavorare bene e bisogna capire che certe volte per la radio ti capita di stare sveglio fino alle quattro del mattino, o di cancellare degli altri impegni, perché hai delle riunioni. Devi fare dei sacrifici.

È un lavoro vero e proprio…

Alessandro: Esatto. Se venisse gestito come un hobby non potrebbe andare avanti, non potrebbe funzionare. Deve essere gestito come un lavoro.

Come vedete la situazione italiana in generale?

Alessandro: C’è un po’ di sfiducia. A me dispiace vedere che, soprattutto dal punto di vista dei giovani, ci sia poca volontà a rimanere in Italia, nel nostro Paese. Io non me ne andrei mai all’estero; amo il mio Paese, amo l’Italia, anche per le piccole cose, come passeggiare a Milano in Piazza Duomo, o prendere un cappuccino in quel determinato bar. Sono tutte cose che fanno parte delle mia vita e a cui non voglio rinunciare.
È brutto vedere che c’è sempre un maggiore disinteresse nei confronti della politica. Da noi, in Bocconi, magari ciò accade leggermente di meno, perché c’è più interesse per questo argomento da parte di chi fa studi giuridici; ma il trend generale è quello del menefreghismo totale, che sinceramente non so quanto ci possa portare avanti, anche perché è lo stesso che ci ha portato dove siamo adesso.
È vero il mondo della politica non sta dando un buon esempio, però non si può pretendere che loro cambino, se non cambiamo noi. Siamo noi che li eleggiamo. Se prima non cambiamo noi, non potremmo mai trovare un politico “illuminato”. Mi dispiace per questa disaffezione, però sono sempre fiducioso: siamo usciti da mille problemi e tragedie e siamo ancora qua; in un modo o nell’altro noi italiani ce la caviamo.

Ana: Io sono albanese e sono venuta in Italia quando avevo sei anni. Già in Albania mio padre cercava di insegnarmi un po’ di italiano, che io però non avevo voglia di imparare. È stato un po’ un trauma venire qua, anche perché quando si è piccoli si fatica a lasciare gli amici; poi, però, negli anni mi sono abituata talmente tanto all’Italia che, a volte, quando ritorno a casa non mi ci trovo, anche a livello di mentalità. Probabilmente se non fossi cresciuta in Italia, avrei una mentalità ancora molto chiusa, quindi ringrazio i miei genitori di avermi portato qui, dove ho avuto tantissime opportunità, che altrimenti mi sarei persa.
Io vengo da Ancona, una piccola città; l’unica cosa che ti rendi conto è che è una città in cui l’età media delle persone è estremamente alta e ogni proposta dei giovani, che cercano di cambiare la città, di fare qualcosa, non viene presa in considerazione. Secondo me, ci sono tantissimi giovani che hanno voglia di fare, però si scontrano con un mondo che dice sempre di no. Uno ci prova fino alla fine, ma capisco anche quelli che vogliono andarsene. Bisogna cambiare, e dovrebbero farlo anche le persone più grandi. C’è bisogno di un po’ più fiducia nei nostri confronti. A volte si tende ad individuare i giovani come quelli che no hanno voglia di fare, ma non è sempre così: tanti hanno voglia di fare, però bisogna dar loro degli stimoli, altrimenti restano fermi.

nadiapastorcichChe emozioni avete provato quando vi hanno consegnato le Cuffie d’argento?

Alessandro: Non solo emozioni, ma anche soddisfazioni. Da aprile, da quando siamo entrati nella direzione, abbiamo lavorato tanto, anche per recuperare una situazione che non era ottimale. Questo premio, in parte, consolida e conferma che la strada che abbiamo preso è quella giusta.

Ana: Più che ricevere il premio, è stato emozionante il giorno dell’annuncio. Eravamo in gara con altre radio e sia noi che il resto dello staff stavamo attendendo il risultato con grande emozione. Lo staff si è impegnato molto per aggiudicarsi la vittoria, e quindi l’annuncio del premio è stato per tutti un momento di orgoglio. Anche se in questi ultimi mesi, per un breve periodo, abbiamo avuto un po’ di problemi tecnici che non ci hanno permesso di andare in onda, nessuno si è scoraggiato: abbiamo partecipato a tantissimi eventi come JazzMi, Milano Musica, Bookcity Milano. Eravamo ovunque.

Alessandro: Io e un altro della direzione siamo andati all’Internazionale di Ferrara. È stato bello anche se molto stancante. Non potendo fare trasmissioni ci siamo dedicati maggiormente agli eventi. È stata un’esperienza formativa che ci ha fatto aprire gli occhi sulla realtà circostante. Abbiamo cercato nuove collaborazioni, altri eventi da seguire, e questo ci ha aperto delle strade: abbiamo preso dei contatti e conosciuto e intervistato vari personaggi.

nadiapastorcichNon bisogna essere soltanto presenti con la voce ma anche fisicamente.

Alessandro: Esatto, quello è importante. Noi siamo attivi su tutti i social (Twitter, Instagram, Facebook), abbiamo un sito web, ma il canale principale è Facebook. Far vedere su Facebook che vai agli eventi, che operi al di fuori dello studio della radio, è importante. Grazie alla nostra partecipazione agli eventi e alle persone che abbiamo incontrato, abbiamo poi potuto arricchire i nostri programmi.

Ana: Noi in Radio Bocconi abbiamo tutti un’età tra i 18 e i 23 anni; il fatto che gente così giovane segua così tanti eventi e cerchi di portare agli ascoltatori un contenuto con una certa qualità, è qualcosa che non ti aspetti. Noi volevamo fare esattamente questo: volevamo dare un’idea un po’ più professionale a tutte le cose che noi facciamo, e ne facciamo davvero tante. Da quest’anno abbiamo cercato di fare tutto in modo più serio, perché serve, serve alla radio, serve al singolo individuo.

Cosa ne pensate di Trieste?

Alessandro: Non ero mai stato a Trieste; ho girato poco l’Italia. Trieste è una bellissima città. Io conosco molto la Liguria e la Costa Azzurra, ovvero l’altra sponda, quella che mi è un po’ più vicina rispetto a questa. Stare a Trieste sembra quasi di essere in Francia, a me ricorda la Costa Azzurra, Cannes, Nizza. Trieste è molto ordinata, pulita, architettonicamente molto bella. Da quanto è ordinata non sembra nemmeno una città italiana, al contrario di Milano che è caotica e piena di traffico; d’altronde è una città con un milione e duecento mila abitanti. Trieste è proprio una bellissima città di mare.

Ana: È molto bella, anch’io non c’ero mai stata, e anch’io non ho girato tanto l’Italia; l’ho fatto da piccola, ma ormai non ricordo più di tanto. Trieste è estremamente bella dal punto di vista architettonico. Ieri, mentre camminavamo, ci fermavamo in continuazione a guardare i palazzi.

Alessandro: Piazza Unità d’Italia è magnifica, è una delle piazze più belle che abbia mai visto, con i palazzi che si stagliano, quello della Prefettura, della Regione e del Comune. I due pennoni ricordano quasi Piazza San Marco a Venezia. Trieste è veramente bella come città.

Ana: Anche perché di solito le piazze che vedi più spesso sono le classiche mete turistiche, poi vieni qui, nel centro della piazza, ti guardi attorno e pensi: “E questa non l’avevo ancora vista!”.

Cuffie d'oro 2016 Ph nadiapastorcichAvete qualche consiglio per i giovani, per i vostri coetanei?

Alessandro: Di non limitarsi a quello che ti viene detto di fare; di non limitarsi allo studio sui libri e a quello che la società ti impone; di cercare di portare avanti le proprie passioni, perché alla fine ciò che conta è fare quello che ti piace. Se fai qualcosa che non ami, a lungo termine non ti porterà da nessuna parte, mentre seguire le passioni ti porterà poi in futuro a qualcosa che potrà essere il tuo lavoro, o a delle esperienze che ti faranno crescere nella vita.

Ana: Forse siamo un po’ troppo giovani per dare un consiglio ai giovani, però mi sento di dire che bisogna lasciare sempre qualcosa di sé nelle cose che si fanno. Se ti viene detto di fare una determinata attività, falla, ma aggiungi sempre qualcosa di tuo. Come diceva Alessandro, non bisogna fermarsi a quello che la società ti dice. Quest’anno, la mia professoressa di management ci ha detto: “Ragazzi, a me non interessa che voi stiate dalla mattina alla sera sui libri; rendetevi conto che fuori da questa Università c’è un mondo che voi dovete esplorare. A me non interessa che voi abbiate tutti trenta e poi nessuno di voi sia mai stato al Teatro alla Scala, o nessuno di voi sia mai stato in un museo a Milano”. Secondo me è questo che bisogna fare…

Bisogna guardarsi intorno…

Ana: Sì, guardarsi intorno, vivere la vita, perché alla fine ne abbiamo una sola.

Ringrazio Ana e Alessandro per la loro disponibilità.
Nadia Pastorcich ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.
Foto di Nadia Pastorcich

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About Nadia Pastorcich

Redattrice. Nadia Pastorcich nasce a Trieste; è una studentessa universitaria che fin da piccola ha frequentato ambienti legati al mondo dello spettacolo, appassionandosi sempre di più al teatro, al cinema e all’arte. A cinque anni ha iniziato a seguire le operette per poi passare al balletto e infine alla prosa e all’opera. Si è poi appassionata al cinema che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta e ciò l’ha portata ad approfondire anche la musica, la moda e la fotografia d’epoca.