La petite maison di Jean-François de Bastide. Un breve racconto quale saggio sul Rococò

La letteratura è ricca di opere che sono l’incarnazione perfetta ed esaustiva dell’epoca in cui furono scritte. La Divina commedia di Dante, ad esempio,  è un catalogo delle personalità illustri del tempo e testimonianza del sentire medievale verso il sacro e il suo rapporto col profano (anche se concepito in chiave letteraria laica); Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione ci offre una visione del mondo delle corti italiane del Rinascimento così come Il principe di Niccolò Macchaivelli funge da testimonianza ed esempio del pensiero politico e militare dei sovrani degli stati che componevano al tempo la penisola. Ciò vale anche per i tempi a noi più prossimi: ad esempio, La coscienza di Zeno del triestino Italo Svevo è magistrale testimonianza del complesso mondo culturale e sociale europeo a cavallo delle prime due decadi del Novecento (in particolare, sconvolto dall’affermazione delle teorie della psicanalisi). E questo, citando solo alcuni esempi della letteratura italiana; tale discorso può essere fatto per le altre letterature nazionali e vale anche per la cosiddetta letteratura “minore” (o degli scrittori minori). E quest’ultimo caso riguarda proprio l’opera che prendiamo in considerazione in questa sede: La petite maison del francese Jean-François de Bastide (pubblicato nel 1758 e nel 1763 – edizione qui esaminata), pubblicato in traduzione italiana dalla Sellerio e ormai, nonostante le piccole dimensioni, volume piuttosto raro. Quest’opera è, nonostante la bravura dello scrittore, piuttosto convenzionale: il marchese di Trémicour mira a sedurre l’affascinante e, nonostante le apparenze dei modi, casta Mélite, e per fare ciò scommette con la ragazza che riuscirà nel suo intento; la invita così alla sua villa di piaceri, la petite maison, edificata fuori Parigi, e qui la coinvolge in un estenuante percorso di visita alla residenza e ai giardini. A questo punto, si giunge al finale: nella prima edizione, nonostante le immense fatiche, l’eroina non cede alle lusinghe del suo galante corteggiatore, mentre nella seconda viene sedotta. Ciò che più stupisce, e che era anche il vero fine del Bastide, è la precisa e coinvolgente descrizione della sontuosa maison del marchese: la letteratura muta sottilmente le sue forme in saggio di storia dell’arte su un aspetto della cultura di quell’universo brioso e complesso che è il Settecento. Nel nostro viaggio di analisi dell’opera letteraria (di cui sarà offerta qualche citazione), si avrà modo di analizzare le linee generali del gusto di un’epoca forse mai del tutto scomparsa, ricostruendo anche l’aspetto di questa immaginaria residenza di piaceri che pare la descrizione di quegli ambienti che, sparsi per tutta l’Europa, sono fortunatamente sopravvissuti numerosi sino ad oggi.

François de Cuvilliés il vecchio, Amalienburg. 1734-1739, Monaco di Baviera (Copyright Bernhard J. Scheuvens aka Bjs; Fonte Wikipedia)

“Mélite intratteneva rapporti scherzosamente amichevoli con gli uomini, e solamente le persone di animo retto e i suoi amici più intimi non l’accusavano di condurre vita galante. Il suo modo di fare, le sue battute di spirito, le sue maniere disinvolte davano adito a questo pregiudizio. Il Marchese di Trémicour aveva deciso di sedurla e si era vantato di riuscire con facilità in tale intento. Costui poteva pretendere più di altri dal capriccio delle donne . Era magnifico, generoso, dotato di spirito e di buon gusto, pochi uomini avrebbero potuto vantarsi a giusto titolo di uguagliarlo in tante doti gradevoli. Tuttavia, nonostante tutte queste qualità, Mélite resisteva, ed egli non si capacitava di tanta bizzarria. Lei ripeteva di essere donna virtuosa, e lui rispondeva di non poter credere a tale affermazione. Su questo argomento tra di loro si combatteva una perpetua battaglia. Alla fine il Marchese la sfidò ad andare nella sua petite maison. Lei accettò la sfida, affermando che né là né altrove lo avrebbe temuto. Fecero una scommessa e Mélite vi si recò […]”

Antoine Watteau, Feste veneziane. Edimburgo, National Gallery of Scotland

A questo punto, sono necessarie alcune precisazioni di carattere storico, artistico, di costume e di ambito sociale. Innanzitutto, la trama utilizzata per ‘nascondere’ le vere intenzioni dell’autore. A prima vista, la scelta del corteggiamento appare, a noi lettori contemporanei, anacronistica ma soprattutto maschilista: l’uomo, descritto come ricco di qualità, viene offerto in toni lusinghieri nel tentativo di possedere carnalmente una giovane che, nel complesso delle apparenze, è definita di facili costumi nel suo rapportarsi con l’altro sesso. Ma è necessario contestualizzare questa impalcatura narrativa. Il tema del corteggiamento ha in realtà radici molto antiche, legate alla nascita e allo sviluppo della letteratura stessa; l’apice di tale tendenza si ha probabilmente col tardo Medioevo, quando si afferma il concetto di ‘amor cortese’ che rimarrà una delle tematiche letterarie più longeve (anzi, persiste ancora, seppure vi sia stata un’evoluzione legata agli sviluppi letterari e sociali). In epoche più recenti si riafferma invece la letteratura erotica che, nel nostro caso, è appena accennata nel finale mentre è solo evocata lontanamente negli obiettivi del marchese (e, di fatto, l’opera in esame non rientra in questo genere letterario – che comprende anche il filone pornografico). La petite maison introduce, in sintonia con le novità introdotte dell’Illuminismo, un elemento che eleva a moderno l’opera del Bastide: l’atteggiamento disinvolto e anticonformistico della protagonista (seppure limitato rispetto le conquiste delle decadi a noi più recenti). Ma tale atteggiamento non è risolto esclusivamente come elemento di antagonismo verso il protagonista maschile, che ha fini palesemente poco nobili rispetto le tanto decantate doti (e, anche qui, è necessario effettuare un processo di contestualizzazione storica); anzi, la trama è moderna per il tentativo di reciproco gioco provocatorio che vede la contrapposizione pacifica ma caparbia (e sottilmente velata) tra il mondo maschile e femminile che, alla fine di una lotta estenuante, perderà la scommessa (cosa che non avviene nelle prima versione dell’opera – e, forse per questo, per esigenze di gusto letterario e di mero rendiconto economico, modificato nella versione in esame). Il Settecento è infatti un secolo di notevoli cambiamenti: la morte del re Sole, Luigi XIV, nel 1715 segna la fine dell’epoca barocca europea con tutto il suo sistema di rigide regole e norme inerenti anche il vivere sociale, con la conseguente affermazione della volontà di nuove libertà che trovarono parziale raggiungimento nei successivi regni. Senza scendere troppo nel dettaglio, è comprensibile che le nuove libertà conquistate e quelle ancora desiderate siano diventate tema letterario e, se sono affrontate dai grandi letterati, anche il primo degli autori minori francesi non poteva essere l’eccezione. A questo punto, bisogna accennare alla nascita delle petite maisons: attribuita all’opera mecenatistica del duca di Richelieu, questa tipologia architettonica divenne autentica moda soprattutto durante gli ultimi anni della Reggenza francese e comparvero numerose presso la periferia parigina. Ispirate alle creazioni reali suburbane o extraurbane fatte edificare dai re di Francia per sé stessi, i membri della loro famiglia o le numerose amanti reali (ove il re e chi aveva la fortuna di accedervi poteva vivere secondo ritmi decisamente più rilassati rispetto a quelli della corte di Versailles), nobili e borghesi rivaleggiavano nella commissione e realizzazione delle petite maisons ove dar libero sfogo ai piaceri repressi dal soffocante regime di vita impostato da Luigi XIV. Generalmente di piccole dimensioni e molto spesso limitate a un unico piano su cui disporre la successione degli ambienti (anch’essi generalmente piccoli e raccolti) imperniati nella camera da letto o nell’alcova, le petite maisons segnano il trionfo di ebanisti, bronzisti e falegnami e, in generale, degli artefici delle arti decorative: le superfici di questi interni diventano il laboratorio di sperimentazione delle potenzialità della rocaille negli elementi d’arredo, nel mobilio e negli elementi a stucco a ornamento delle pareti. A ciò si lega un nuovo interesse per la natura, sapientemente domata e ricreata, con la conseguente creazione di nuovi giardini e parchi: le stanze si aprono, tramite grandi finestre o vere e proprie porte-finestre, allo spazio esterno che, tramite gli specchi che ricoprono le pareti (e qui entra in gioco anche l’elemento della luce artificiale e le innumerevoli candele che illuminavano gli interni – mentre di giorno vi è il trionfo della luce solare), viene moltiplicato illusoriamente all’infinito. E, come era tipico, la moda francese divenne mania europea: innumerevoli maisons si diffusero in ogni paese, fondendosi in molti casi con tipologie architettoniche preesistenti (basti pensare ad alcune ville venete edificate nel Settecento) o mantenendo una propria autonomia (si pensi, ad esempio, all’Amalienburg del complesso di Nymphenburg, presso  Monaco di Baviera), sino alle estreme elaborazioni e dilatazioni (come a Sanssouci presso Potsdam, ove la petite maison si dilata e assume le forme della  reggia del re di Prussia Federico II).

François Boucher, Scena pastorale. 1736-1742, Parigi, Hôtel de Soubise

La maison del marchese sorge sulle sponde della Senna, alla periferia di Parigi. Percorrendo il viale si accede alla porta della corte d’ingresso, tappezzata di un uniforme manto erboso, comunicante coi cortili che ospitano animali esotici e ove sorge una latteria ornata di marmi e conchiglie e da fontane: tale area è stata concepita per evocare nel visitatore suggestioni bucoliche e sensuali. Un altro cortile ospita la stalla, il maneggio e il canile, anch’essi decorati in modo semplice e funzionale; le altre prospettive, sapientemente concepite, conducono l’occhio verso gli orti e i vari frutteti. Mélite è piacevolmente impressionata da tutto ciò e vorrebbe soffermarsi su ogni curiosità che i bei giardini le offrono, ma il marchese è impaziente di farle visitare gli interni della sua maison, provando anzi fastidio dalla curiosità della fanciulla che ora gli è più cara della sua tenuta (ed è una novità per lui). Accortasi dello stato d’animo del suo ospite, lei si sente trionfante: la visita ai giardini durerà un quarto d’ora, in cui Mélite gioca con l’impazienza del marchese, che alla fine riesce a convincerla a entrare.

Giungono così alla corte principale, piccola ma bellissima ed espressione del buon gusto del committente e dell’architetto; completano tale creazione le spalliere sulle quali crescono piante odorose, suscitando la piena ammirazione della fanciulla. Dalla scalinata accedono all’ampio ingresso per entrare in un salone circolare, aperto sul giardino e voluttuosamente decorato, nella cupola ribassata della volta, con un dipinto di Nöel Hallé; le pareti presentano specchi incorniciati da lambris lilla in tinta con la tappezzeria, sovraporte con soggetti galanti e ornamenti dorati sapientemente scolpiti. Dato che la sera stava calando, un servo era intento ad accendere le candele del lampadario e dei lumi in porcellana di Sèvres posti su supporti in bronzo dorato: la luce delle candele, esaltata dalle dorature presenti negli arredi, si moltiplicavano grazie ai giochi degli specchi, che moltiplicano anche la figura di Mélite, piacevolmente colpita da questi giochi. La fanciulla è rapita dalla bravura manifestata da Nicolas Pineau e dal Dandrillon; le continue lodi espresse da Mélite non fanno altro che riempire di orgoglio e vanità il marchese, ma al tempo stesso è ben conscia degli intrighi maliziosi e galanti, orchestrati dal suo corteggiatore, che si celano dietro a tali prodigi del decoro, mentre lui non vuol porre alcun vincolo alla curiosità della fanciulla che lui brama.

Georg Wenzeslaus von Knobelsdorff, Progetto del palazzo di Sans Souci. 1744, Potsdam, castello di Sans Souci

“«[…] Non è più una petite maison, è il tempio della genialità e del buon gusto…». «È così che deve essere il rifugio dell’amore» […]”

Georg Wenzeslaus von Knobelsdorff, palazzo di Sans Souci, Sala dei concerti. 1744, Potsdam, castello di Sans Souci (Copyright Janstoecklin; Fonte Wikipedia)                                    

Eduard Gaertner, Sala dei concerti del palazzo di Sanssouci. 1852, Monaco di Baviera, Thaw Collection, Galerie Arnoldi-Livie

La visita procede poi attraverso una sala da letto quadrata con gli angoli smussati, ove una nicchia, affacciata su una finestra rivolta verso il giardino, custodisce il letto intarsiato con diverse essenze colorate e foderato di un pregiato pénik color giunchiglia. Negli angoli sono poste le specchiere, presso cui sono montate consoles di marmo che reggono manufatti in bronzo e porcellana; il pavimento è costituito da una tarsia di amaranto, cedro e marmo azzurro cupo, mentre le pareti sono ornate da lambris color giallo zolfo e il soffitto da un quadro circolare di J.-B.-M. Pierre con soggetto Ercole tra le braccia di Morfeo mentre viene svegliato da Amore. L’arredo, costituito da sedie e poltroncine, non è meno pregiato, grazie alle loro forme voluttuose. Mélite, estasiata da tale buon gusto e dalla bellezza di ciò che vede, inizia inconsciamente ad aver paura delle proprie emozioni mosse in tal senso dalle meravigliose insidie della sala; il marchese, dal canto proprio, ne è ben conscio e volutamente non infrange il silenzio estatico in cui la sua ospite è caduta.

Procedono nel boudoir, notoriamente luogo sovrano dei libertini: qui, le specchiere che ricoprono le pareti sono sovrastate e camuffate nelle giunzioni da un complesso e ingegnoso apparato a imitazione di una struttura lignea a imitazione della quinconce, decorata con fiori e girandole porta-candela, avendo così l’impressione di essere immersi in un piccolo ma illimitato boschetto sapientemente illuminato, esaltando così le preziose tappezzerie. Una nicchia, pavimentata in pregiato bois de rose a scomparti, custodisce un’ottomana decorata con frange dorate e verdi su cui sono posti morbidi cuscini; anche questo ambiente è interamente ricoperto di specchi decorati da intagli scolpiti e dipinti a imitazione degli elementi della natura, con vernici profumate prodotte da Dandrillon a ricreare le essenze di violetta, gelsomino e rosa.

Sfruttando l’ingegnosa struttura della sua dimora, il marchese aveva posto dietro le sottili pareti una piccola orchestra che, su ordine del padrone, aveva iniziato a suonare una dolce musica: la melodia, associata alla bellezza di quella sala e al ricordo delle precedenti, fa cadere Mélite in un nuovo grado d’estasi che la rapisce per un quarto d’ora, durante il quale non proferisce parola ma dentro di sé trova parole di rimprovero per i subdoli inganni degli uomini che, tramite i loro talenti, esprimono sentimenti di cui però non saranno (forse) mai capaci. Il marchese, invece, sfrutta ulteriormente i dubbi inconsci della sua ospite per abbattere le sue insicurezze, anche se la sua ospite è conscia che il suo corteggiatore gioca sul terreno a lui favorevole della sua meravigliosa dimora. Di fatto, Mélite non rimprovera il marchese per le sue strategie da galante, in quanto è stata lei a provocarlo sino alla scommessa e si rende anche conto che lei stessa è l’artefice del suo cambiamento nonostante l’ambiguità dei loro sguardi. Nel mentre, il gioco della seduzione è ancora in atto, col marchese che furbamente coinvolge l’eroina in un nuovo atto del gioco tramite i riflessi degli specchi, e ben conscio dei primi segni di cedimento di Mélite (che nel frattempo prende in giro il suo seduttore).

François Boucher, Scena pastorale. 1736-1742, Parigi, Hôtel de Soubise

“[…] Non era più l’uomo al quale ella pensava di poter rimproverare questo mostruoso contrasto, era lei la responsabile del suo cambiamento e aveva meriti maggiori di quelli di Amore. Lui non parlava. Ma i suoi sguardi erano giuramenti. Mélite dubitava della sua sincerità; se non altro pensava che egli sapeva fingere meravigliosamente bene e sentiva che questa arte pericolosa in un luogo talmente gradevole espone a qualsiasi pericolo. Per distrarsi da questa idea si allontanò un poco da lui e, avvicinandosi a uno degli specchi, finse di rimettere a posto una delle spille della sua acconciatura. Trémicour si piazzò davanti a uno degli specchi di fronte e grazie a questo artificio poté osservarla con tenerezza ancora maggiore, senza che lei avesse bisogno di distogliere lo sguardo, per cui quella mossa divenne una trappola che ella si era tesa da sola […]”

Johann Baptist Zimmermann e Joachim Dietrich, Spiegelsaal. 1734-1739, Monaco di Baviera, padiglione dell’Amalienburg (Copyright Fvz; Fonte Wikipedia)

Per sfuggire alle lusinghe del marchese, alimentate e accresciute dalla musica dell’orchestra, Mélite si dirige in una sala che risulta ancor più pregevole. Si tratta di un appartamento da bagno, foderato di marmi, porcellane e mussole; i lambris sono decorati da arabeschi eseguiti da Pierre Josse Perrot su disegno di Claude Gillot, mentre i motivi bronzei, ispirati alle meraviglie del mondo marino, sono opera sapiente di Jean-Jacques Caffieri. Le due nicchie ospitano rispettivamente la vasca da bagno e un letto ricoperto da una pregiata mussola indiana decorata con nappine. Il gabinetto da toletta, invece, è impreziosito dai dipinti sui lambris eseguiti da Christopher Huet e da inserti decorati da François Boucher; non sfugge allo sguardo attento di Mélite un prezioso servizio da toletta, in argento, opera della manifattura Germain. Di grande interesse anche gli altri elementi dell’arredo: vasi di porcellana azzurra decorati d’oro e ricolmi di fiori, divani e poltrone foderati di tessuti cerulei le cui strutture sono opera dei fratelli Martin, esperti nella lavorazione dell’avventurina. La volta di questo ambiente, introdotta da una cornice e da un tamburo scolpito e dorato, ha la forma di una cupola ribassata ed è decorato con un mosaico floreale su fondo dorato, eseguito da abili artigiani su disegno di Jean-Jacques Bachelier. Mélite accusa i primi segni di un cedimento fisico e ha bisogno di sedersi: si sta intenerendo, grazie alle continue meraviglie della maison, e il marchese se ne accorge… Egli continua a scherzare e afferma che non bisognerebbe scherzare su nulla; chiede anche alla sua ospite di riconoscere, quanto meno, la grandezza della sua immaginazione, da cui è nata la maison, anche se bisogna riconoscere che è impossibile che tale fantasia e tale buon gusto si concilino con la sua presunta insensibilità.

François Boucher, I mangiatori d’uva. 1747, Stoccolma, Nationalmuseum

“[…] «Non ci volevate credere», disse, «ecco la prova che non bisogna mai scommettere su nulla. […]». «Oh, non metto in dubbio più niente» rispose lei. «Confesso che tutto questo è divino e che sono conquistata». […]”

Prospettiva del palazzo e del parco di Sans Souci. 1746 ca

Georg Wenzeslaus von Knobelsdorff, palazzo di Sans Souci. 1744, Potsdam, castello di Sans Souci (Copyright Wolfgang Staudt; Fonte Wikipedia)

Il marchese afferma che è ben capace di amore e costanza, nonostante le apparenze determinate dal linguaggio, dalle amicizie, dalle dimore e dallo stesso stile di vita: tale aspetto di leggerezza e perfidia apparente sono infatti mal giudicate da una donna ragionevole come è appunto lei, la sua ospite. Afferma anche che tale maschera è ben volentieri portata avanti per perpetuare l’inganno scatenato da questo pregiudizio, ma non vuole cadere nell’ossessione così generata e afferma anzi che, dinanzi a coloro che li spingono verso l’amore, gli uomini come lui sanno provare e dimostrare un sentimento più forte ed elevato di chiunque altro.

Jean-Honoré Fragonard, La scalata. 1771, New York, The Frick Collection

“Il nostro linguaggio, i nostri amici, le nostre case, il nostro modo di vita ci danno un aspetto di leggerezza e di perfidia e una donna ragionevole ci giudica da questa apparenza. Noi stessi contribuiamo volentieri a questa reputazione; poiché il pregiudizio generale ha attribuito al nostro stato questa veste di incostanza e di civetteria, bisogna pure che la indossiamo. Ma credetemi: la frivolezza e lo stesso piacere non ci attirano sempre. Ci sono cose fatte per fermarci e riportarci alla realtà e quando abbiamo la fortuna di incontrarle siamo più innamorati e costanti di tanti altri…”

Jean-François de Troy, La dichiarazione d’amore. 1731, Berlino, castello di Charlottenburg

Mélite, incantata dalla musica, desidera ora visitare i giardini, soprattutto per sfuggire alle convincenti e seducenti affermazioni del marchese; questi acconsente, ma non prima di averle fatto vedere una sala tra la stanza d bagno e quella da letto: un gabinetto di comodo con una vaschetta di marmo munita di valvola, rivestita di intarsi ottenuti con varie essenze profumate e posta in una nicchia dipinta con un boschetto a trompe-l’oeil su tutte le pareti; il soffitto, curvo, è decorato con un pergolato popolato da uccelli. Ad arredo di questa stanza, vi sono mensoline su cui sono poste urne e vasi in porcellana da cui provengono i profumi delle essenze ivi poste, mentre gli armadi, anch’essi mimeticamente dipinti, contengono cristalli, vasi e utensili necessari alle attività svolte in quella sala. Da qui, proseguono nel guardaroba, ove una scala nascosta conduce verso i misteriosi sotterranei. Da questa stanza, Mélite e il marchese giungono nuovamente nel vestibolo.

Dal salone, il marchese aprì la porta che conduceva ai giardini, concepiti come un anfiteatro illuminato da duemila lanterne, ove le piante, curate con amore e perizia, vengono esaltate dalle luci e moltiplicate dai giochi d’acqua delle fontane e delle peschiere: un tale prodigio floreale e illuministico era opera dei Tremblin. Mélite espresse la propria ammirazione per un quarto d’ora, mentre le soavi espressioni dei musici e dei cantanti rendevano ancor più piacevole la visita. Il giardino era stato concepito come una serie di ambienti creati dalla vegetazione abilmente domata dal gusto e dall’ingegno, in cui alle aree fiorite e ai manti erbosi curati con attenzione non mancavano vasi di ghisa e statue di marmo posizionati nei punti salienti dei viali. Il marchese conduce la sua ospite per un sentiero che finiva nell’oscurità, causando il turbamento di Mélite. Essa si spaventò quando sentì gli scoppi di una salve di artiglieria, abbracciando il marchese che aveva abilmente previsto la sua reazione: l’astuto galante aveva organizzato uno spettacolo pirotecnico, studiato appositamente  da Carle Ruggieri. In quei momenti, Mélite scorse negli occhi del marchese la sua passione amorosa e, seppure per un attimo, si intenerì. Le luci dei fuochi, complici i giochi d’acqua, creavano uno spettacolo incantevole; ma in un tale momento, il turbamento cresceva in Mélite, che presagiva la sua sconfitta, e volle andarsene. Il marchese, ben conscio della situazione, non la contrastò e, anzì, la invitò a finire la visita dell’appartamento a sinistra del salone, vantandone la diversità e la pari bellezza rispetto a ciò che era stato visto finora.

Ritornati alla maison, la prima sala del percorso è un salottino da gioco affacciato sul giardino, che Mélite guardava già con nostalgia; accortosi di ciò, il marchese le rimproverò dolcemente che lo aveva voluto abbandonare troppo presto, rispetto alle altre visitatrici. La sala è rivestita dalla più bella lacca cinese che si potesse importare, e dello stesso materiale sono i mobili, foderati da un tessuto indiano ricamato di uguale pregio; i lampadari di cristallo creano giochi di luce con le porcellane sassoni e giapponesi poste sui supporti dorati, a completarne l’arredo. Mélite era affascinata da alcune figurine, che il marchese le offrì in dono, prontamente ma cortesemente (e, apparentemente…) rifiutato dalla giovane.

Segue poi uno stanzino, pendant del boudoir, e una sala di servizio che funge da accesso alla sala da pranzo, per poi immettersi nuovamente nell’ingresso. La successiva sala per il caffè è decorata da lambris verde acqua ed è ornata da decorazioni dorate raffiguranti soggetti pittoreschi; i cesti ivi presenti sono ricolmi di piante fiorite importate dalla penisola italiana, mentre i mobili sono rivestiti da pregiato amoerro ricamato. Mélite volle sedersi e chiese informazioni su ciò che vedeva, e il marchese la accontentava, dato che lei era ignara degli intenti segreti, sapientemente celati, della petite maison, e accetta tutti i complimenti verso il suo buon gusto.

Si recano così verso la sala da pranzo, appositamente apparecchiata per una cena che Mélite vorrebbe rifiutare; cosa insolita, i domestici sono assenti per espresso ordine del marchese (sia perché è prassi, che per allontanarli durante l’impresa galante evitando così futuri pettegolezzi a carico dell’ospite). In uno degli angoli stondati della sala è presente una ruota passa-vivande attraverso cui, tramite i segnali del marchese, vengono fatti presentare ai commensali le squisitezze cucinate nelle sottostanti cucine. Mélite si sente turbata e stenta a mangiare, quasi ignorando i spiritosi aneddoti del marchese. Si giunse al momento del dessert: tramite un meccanismo segreto, il tavolo sprofondò nelle cucine sottostanti mentre, dal soffitto, scese una nuova tavola imbandita preparata al piano superiore. L’ospite, per capire come ciò fosse possibile, è così indotta a soffermarsi sugli stucchi variopinti delle pareti, opera del Clerici, che racchiudono bassorilievi in stucco eseguiti da Etienne-Maurice Falconet, raffiguranti le feste di Como e Bacco; i pilastri sono decorati con trofei, dai significati allegorici riferiti ai piaceri, scolpiti da Louis-Claude Vassé e reggenti torciere a sostegni di lumi a sei braccia. Il marchese non distoglie lo sguardo da Mélite, colpita da tali magnificenze dell’ornato e silenziosa; ciò che le diceva era mosso dall’amore e dalla passione, ma era tutto così sottile che tale apparente inazione era ben accolta da Mélite. Il marchese le chiese di cantare qualcosa, ma lei rifiutò cortesemente; dato il dolce rifiuto, fu lui a cantarle, dopo un sospiro di lamento, dei versi ispirati all’Armida di Philippe Quinault, alludenti all’amore eterno. Mélite sembrava commossa, e il marchese cercò di smuoverla.

François Boucher, Allegoria dell’inverno. 1755, New York, The Frick Collection

“«[…] Dimenticate dove ci troviamo? Non pensate che questa casa è da lungo tempo il teatro delle vostre fallaci passioni? E che questi stessi giuramenti che fate a me sono serviti cento volte al trionfo dell’inganno?». «Sì», disse lui, «ho pensato a tutto ciò. So di aver detto ad altre, con profitto, tutto quello che sto dicendo a voi. Ma allora, allorché pronunciavo le stesse espressioni non parlavo lo stesso linguaggio. Il linguaggio dell’amore è tutto nel tono, e il tono che allora usavo deponeva sempre contro i miei giuramenti. Oggi invece potrebbe sostituirli se voi voleste rendermi giustizia».”

Johann Baptist Zimmermann e Joachim Dietrich, Spiegelsaal. 1734-1739, Monaco di Baviera, padiglione dell’Amalienburg (Copyright Yelkrokoyade; Fonte Wikipedia)

Mélite si alzo, e il marchese la raggiunse per tentare di convincerla a restare, ma lei voleva andarsene perché, allo stesso tempo, non voleva innamorarsi e non voleva ferirlo. Si avviò verso il secondo boudoir, e lui le calpestò l’abito nel momento in cui varcò la soglia per non farle vedere l’ambiente in cui stava per entrare, associato a un altro guardaroba.

Antoine Watteau, L’imbarco per Citera. 1717, Berlino, castello di Charlottenburg

“[…] Questa nuova stanza, accanto alla quale è stato organizzato un grazioso guardaroba, è tappezzato di gourgouran verde cupo, sul quale sono disposte simmetricamente le stampe più belle dell’illustre (Charles-Nicholas – N.d.a.) Cochin, di (Jacques-Philippe – N.d.a.) Labas (o Lebas – N.d.a.) e di (Laurent – N.d.a.) Cars. Non era illuminata sufficientemente per far guardare i capolavori di questi abili maestri C’è una grande abbondanza di ‘ottomane’, di ‘duchesse’ e di ‘sultane’. Il tutto è molto gradevole, […]”

Jean-Honoré Fragonard, Il chiavistello (particolare). 1776-1779, Parigi, Louvre

Mélite si rese conto dell’errore ma non poteva più uscire, in quanto il marchese le bloccava la via; è sopraffatta e sta quasi per svenire su una poltrona, lui si butta ai suoi piedi parlandole con passione e semplicità, promettendole amore incondizionato. Lei gli ricorda la sua incostanza da galante e lui stesso lo ammette, ma vincolando ciò al suo passato. Mélite cerca di resistere, manifestando la sua inevitabile confusione, pur di trionfare ma riconoscendo, al tempo stesso, che il marchese è degno del suo amore ma minacciando di odiarlo se insisterà oltre nei suoi intenti. Il marchese va oltre e minaccia: od otterrà Mèlite o morirà ai suoi piedi. Dinanzi a tale minaccia e non sapendo quale fosse l’esito peggiore, Mélite fremette, si confuse, sospirò e… perse la sua scommessa.

È questa l’opera di Jean-François de Bastide. Obiettivamente, un testo interessante anche dal punto di vista storico-sociale ed etno-antropologico, che offre una visione forse stereotipata del mondo galante nel contesto del Settecento francese. Ma è soprattutto l’aspetto storico-artistico ad essere fondamentale: confrontando la descrizione dell’ultimo ambiente della maison con quella dei precedenti ambienti in cui si è svolta la sfida tra Mélite e il marchese, è evidente una notevole differenza nella loro concezione. Le stanze che compongono la maison si distinguono per le forme armoniose ove i colori tenui delle tappezzerie e degli arredi, dalle forme bizzarre e varie nelle diverse tipologie; le superfici sono mosse dalla sconfinata bizzarria delle soluzioni decorative dell’intaglio, in cui gli stuccatori competono con i falegnami e gli intarsiatori di mobili, mentre gli spazi delle stanze sono popolati dagli arredi esotici e preziosi. L’ultima stanza, al contrario, si caratterizza per le concezioni che l’hanno generata: le pareti di colore scuro, la simmetria regolare delle stampe usate quale decorazione delle pareti; le stampe stesse, tra l’altro, diventano ora elemento di arredo (nonché di collezionismo) al pari delle più pregevoli quadrerie presenti in Europa e sono frutto dell’ingegno di alcuni dei maggiori artisti del nuovo clima culturale emergente.

In sintesi, l’autore ci ha resi testimoni di un momento cruciale, di passaggio da un gusto ad un altro in completa antitesi, così come di un passaggio da una fase storica e socio-culturale a un’altra, feconda di complessità ed eventi anche tragici. Dal Rococò al Neoclassicismo. E tale merito deve essere valido mezzo per una rivalutazione di Jean-François de Bastide.

 

Marco Rago © centoParole Magazine – riproduzione riservata

foto: Wikipedia (per le immagini soggette a limitazioni di Copyright, si riportano in didascalia i nomi degli autori e la fonte principale da cui sono tratte).

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Marco Rago

About Marco Rago

Nato a Trieste nel 1989, ha conseguito il diploma di maestro d'arte e il diploma di maturità presso l'Istituto Statale d'Arte (ora Liceo artistico) "Enrico e Umberto Nordio" di Trieste, nell'ambito della decorazione pittorica. Laureatosi a ottobre 2015, con una tesi di laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali (curriculum Storico-artistico) presso l'Università degli Studi di Trieste, nonostante la momentanea fine degli studi continua la sua attività di perfezionamento e ricerca delle conoscenze storico-artistiche e umanistiche. Appassionato amante dell'arte (sia nell'accezione teorica che pratica), si interessa anche alla letteratura e alle problematiche legislative e conservative inerenti il patrimonio culturale. Ha collaborato anche con "Libreria diffusa" di Spresiano nell'organizzazione e allestimento di mostre del libro e incontri con l'autore in diversi eventi tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.