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    Roberto Srelz
    Roberto Srelz
    Amministratore del forum

     

    Per Due Volte

    (con Alessandro e Roberta Morel), romanzo biografico di 237 pagine

     

    Scritto fra il 2010 e il 2011, ‘Per due volte’ è il mio primo libro rivolto a un pubblico esterno e indirizzato alla pubblicazione, e racconta l’esperienza di Alessandro e Roberta Morel, dal 2003 a oggi, con Stefano e Luca, i loro figli, entrambi nati prematuri.

     

    Il protagonista della storia è Alessandro stesso, uomo, futuro padre. Alessandro, inizialmente inconsapevole, impreparato di fronte alla realtà della paternità e della gravidanza di Roberta, vive prima la nascita di Stefano e poi quella di Luca in maniera traumatica a causa della loro prematurità e dei problemi associati alla loro condizione: di colpo, si ritrova proiettato per una prima volta nella ‘realtà reale’ di quella situazione, che affronta con forza ma con grande dolore e con paura; poi, quando tutto, con Stefano, è a posto e il desiderio di un secondo bambino porta Alessandro e Roberta a concepire, nelle migliori speranze, Luca, tutto si ripete inaspettatamente per una seconda volta, e in maniera più grave e drammatica.

    Attraverso le giornate trascorse con Luca, il suo secondo bambino, che si trova più volte in pericolo di vita, e di fronte alle difficoltà del rapporto fra Stefano, il primo figlio ancora molto piccolo, e la famiglia che assorbita dalle necessità di Luca non riesce a dedicargli tutto il tempo di cui ha bisogno, Alessandro affronta un percorso di maturazione personale che lo porta alla consapevolezza e alla piena comprensione del ruolo di padre. Affronta questo percorso, che porta a una profonda crisi nel matrimonio, poi superata, assieme a Roberta, sua compagna di vita, e ai medici e personale di reparto, confrontandosi con il mondo esterno al reparto stesso, un mondo molto spesso per mancanza d’informazione impreparato e incapace di comprendere.

    L’esperienza di Alessandro si conclude felicemente, e la ritrovata serenità e completezza nella famiglia con Roberta, Stefano e Luca gli lascia la voglia di scrivere e lasciare una testimonianza, affidando il suo racconto e quello di Roberta a un amico scrittore e intervenendo in alcuni tratti direttamente nella narrazione. Per mandare un messaggio di speranza, perché tutto può finire bene, e di solidarietà; perché non si è i soli, soprattutto alle madri e ai padri di un bambino prematuro, e a tutti coloro che desiderano o hanno avuto un figlio.
    Il libro è scritto con tecnica di romanzo; gli eventi si susseguono in ordine cronologico, ma non si trattatanto di un diario clinico quanto di un racconto da viva voce, fatto in tono colloquiale – un raccontare, al lettore, di se stessi. La narrazione, fatta sempre assieme, sia da Alessandro che da Roberta, segue però volutamente sempre lo stesso personaggio, solo Alessandro – il papà, attraverso gli occhi del quale viene vista tutta la storia, interrotta in alcuni punti da riflessioni in viva voce, ricordi, emozioni. Pochi dati e avvenimenti clinici, su Stefano e Luca, e molta emozione.

     

    Ricordi ed emozioni che portano alla luce la cosa più importante: l’uomo e la donna.

     

    [estratto da ‘Per Due Volte’, capitolo 4]

    #10093
    Roberto Srelz
    Roberto Srelz
    Amministratore del forum

    “Per entrare in terapia intensiva, ogni volta devi indossare un camice sterile, usa e getta, di carta. Devi mettere i sottoscarpa, per evitare che la polvere e lo sporco delle suole entrino in reparto. E devi lavarti le mani, con un sapone antibatterico. Se hai la febbre, non puoi entrare. Se sei raffreddato o hai la tosse, anche se è leggera, ti sconsigliano comunque di entrare: hai la responsabilità della vita di tutti gli altri bambini. Li potresti, involontariamente, contagiare. Se non ce la fai a star fuori, allora usi una mascherina di carta.

    Nello spogliatoio dei genitori si sente sempre il rumore del condizionamento, c’è sempre odore di disinfettante. Mamme e papà sono a testa bassa; un ‘ciao’, mormorato, ciascuno è solo. Troppi pensieri sui propri figli, pochi sorrisi. Nell’aria dello spogliatoio, la tensione. E l’ansia provata nell’attesa di entrare, di sapere come sta tuo figlio. La voglia di rivedere il tuo bambino, che ha appena scoperto come si respira; di stare con lui. Col tempo, ci si abitua ai momenti passati in quell’anticamera ches epara il mondo esterno da quello interno; quando sei là, ti sembra di vivere in due mondi paralleli: dentro, fuori. Nessuno, fuori, riesce a capire che cosa c’è dentro.

    Nel reparto di terapia intensiva. Neonatale.

    Tutto più silenzioso. La luce è soffusa, o spenta, tutto è morbido. Ovattato. L’odore particolare del disinfettante, mescolato a quello di tutti gli altri medicinali usati nel reparto; l’odore che mi sarebbe rimasto per sempre in mente. Spaesato, incontravo i medici lungo il corridoio, vedevo le infermiere e il personale dell’ospedale, non sapevo che cosa fare. Anche trovandomi di fronte a questa sensazione di estraneità – intruso, in un mondo lontano, non mio – mi rendevo conto di quanto distanti fossero i primi momenti che stavo trascorrendo con mio figlio da quello che mi ero atteso, immaginato, e che il genitore di un bambino nato da un parto normale poteva vivere. Entravo in un ambiente protetto, nel quale i bambini stavano chiusi nel guscio che li difendeva dall’esterno. Avvolti dalle loro culle di vetro. Con questo distacco fisico, con l’impossibilità di prenderlo in braccio e di toccarlo subito, ti era presentato tuo figlio: l’infermiera, di solito quella con più esperienza – non sempre la più anziana in età – prendeva la tua anima per mano, e ti spiegava. Parlandoti del bambino che aveva i sensori attaccati sul petto e sulle piccole braccia. Ti accompagnava nei tuoi primi passi spiegandoti, con il supporto del medico, a che cosa le strumentazioni accanto all’incubatore servivano, che cos’erano gli indicatori e i segnali acustici – tante luci, rumori, tutti diversi, quelli dei loro cuori elettronici che battevano assieme a quello di tuo figlio e lo aiutavano a vivere. E poi, le cannule di alimentazione: nella bocca, nel naso. Gli apparati di ausilio respiratorio, il rilevatore della pressione del sangue. La flebo. In quel momento non lo sai ancora, ma anche quei rumori, quei soffi, quei segnali regolari, sordi, acuti,diventeranno parte della tua vita, ti accompagneranno per sempre.

    Ci era consentito di appendere un pupazzetto, sull’incubatore di Stefano; il primo giorno mi permisero di toccargli le manine. Metti la tua mano, vicino a quella del tuo bambino, attraverso le finestrelle che danno accesso alla parte interna dell’incubatore, e ti rendi conto di quanto piccolo è lui. Capisci quanto grande sei tu, là fuori – nel tuo universo pieno di cose tante volte piccole – di fronte a lui lì dentro, nel suo mondo che inizia e finisce con la sua coperta. Vorresti vivere per sempre. Per lui.

    da ‘Per Due Volte’: storia di vita, dalla voce di Alessandro e Roberta Morel

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